Rai1 e gli ultimi respiri di Borsellino

Immaginate un uomo, un magistrato, chiamato a raccontare la sua vita e a ricordare gli amici, i colleghi, tutte le persone che lo hanno accompagnato nel suo lavoro, giorno dopo giorno, assassinati uno dopo l’altro. Alla fine, costui, rimasto a commemorare l’ultimo suo compagno […]

(di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano) – “Quando questo fatto terribile è avvenuto, raccogliendo tra le mie braccia gli ultimi respiri di Giovanni Falcone pensai che si trattava di un appuntamento rinviato” Paolo Borsellino.

Immaginate un uomo, un magistrato, chiamato a raccontare la sua vita e a ricordare gli amici, i colleghi, tutte le persone che lo hanno accompagnato nel suo lavoro, giorno dopo giorno, assassinati uno dopo l’altro. Alla fine, costui, rimasto a commemorare l’ultimo suo compagno di strada, il più caro, sa di essere un morto che cammina, e lo dice guardandoci negli occhi. Lunedì sera, su Rai1, nella puntata di “Cose Nostre” dedicata a Paolo Borsellino nel trentennale della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992), Emilia Brandi ha ricomposto, un pezzo alla volta, la vicenda umana e le battaglie civili di un personaggio che non chiameremo eroe (termine abusato e alla fine svilito e che a lui, probabilmente, non sarebbe piaciuto). Lo ha fatto: “con le sue parole”. Infatti, al centro del proscenio c’è Borsellino che ci guida nei gironi di un inferno chiamato Palermo (dal 1981 al 1983, seicento morti). Mentre il “coro” della tragedia sono le immagini della incessante macelleria mafiosa: le auto sventrate, le strade devastate, i corpi mutilati. Dalla polvere che avvolge quelle povere carcasse par di sentirlo l’odore mescolato del sangue e del tritolo. Cesare Terranova. Boris Guliano. Piersanti Mattarella. Gaetano Costa. Emanuele Basile. Rocco Chinnici. Carlo Alberto Dalla Chiesa. Antonino Cassarà. Pio La Torre. Beppe Montana. Rosario Livatino. Mentre la mattanza dei giudici, dei poliziotti, degli uomini politici impegnati nella guerra alle cosche impazza, Paolo Borsellino chiamato dai Tg a dire, a spiegare (che cosa poi?) ha lo sguardo di chi si rivolge altrove. Ai capi di Cosa Nostra, come se dicesse loro: non fatevi illusioni, sappiate che “accanto alla paura c’è il coraggio”, e che fino all’ultimo istante non vi darò tregua. Borsellino non si rifugia mai nel vittimismo dello “Stato che non c’è”. Solo qualche lampo d’ironia quando gli chiedono, a proposito delle complesse indagini bancarie sui patrimoni mafiosi, quali corsi abbia seguito (“sono un autodidatta, non sapevo neppure cosa fosse la distinta”). Quando rivela che non c’era uno straccio di computer a memorizzare gli atti (“il computer era Falcone”). Quando racconta della burocrazia stracciona che pretende il rimborso del soggiorno all’Asinara dove lui e Falcone, già bersagli predestinati, sono stati spediti a mettere ordine nelle carte del maxiprocesso. Finché sono in tempo. Paolo e Giovanni sono cresciuti a Palermo nel quartiere povero della Kalsa, figli del popolo e del decoro delle famiglie per bene. In certi pomeriggi danno due calci al pallone nel campetto dell’oratorio al centro del quale “c’era anche da dribblare un alberello”. Insieme all’università, insieme al concorso in magistratura, insieme nella trincea della Procura di Palermo. Poi, il 23 maggio 1992, insieme nel cratere di Capaci, uno che tiene tra le braccia il corpo dell’altro, forse chiedendosi chi reggerà il suo. Nell’adagio finale della Sinfonia degli Addii di Franz Joseph Haydin, i musicisti a turno smettono di suonare, spengono la candela del loro leggio e lasciano la sala. L’esecuzione viene portata a termine solo da due violini, come un respiro sempre più lieve, sottile. Poi, il silenzio. Come in questo straordinario documento.

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