Di Maio, Renzi e Calenda: pierini votati al centro

Il secondo turno del test amministrativo non fa che confermare tre vecchie, elementari lezioni: vince chi dispone di buoni candidati, lo schieramento che non si divide e che si mostra capace di catalizzare le risorse del civismo […]

(DI FRANCO MONACO – Il Fatto Quotidiano) – Il secondo turno del test amministrativo non fa che confermare tre vecchie, elementari lezioni: vince chi dispone di buoni candidati, lo schieramento che non si divide e che si mostra capace di catalizzare le risorse del civismo. Tale lezione, retrospettivamente, vieppiù suggerisce un severo giudizio critico sulla scissione consumata a freddo da Di Maio a ridosso del voto. Un’operazione tutta interna al ceto politico-parlamentare (al modo di Renzi) e un contributo alla frammentazione. Cioè esattamente l’opposto di ciò di cui c’è bisogno.

Facciamo finta che non abbiano pesato calcoli personali e di gruppo. Un si salvi chi può prima dello scoccare del fine legislatura. Anche al netto di tale audacissima concessione, non si possono tacere vistosi paradossi, patenti contraddizioni.

Il primo è il carattere pretestuoso della causa prossima della rottura: la risoluzione parlamentare sull’Ucraina che il M5S ha votato, pur a valle di una legittima e persino doverosa discussione. Dunque? È troppo evidente che a ingigantire e drammatizzare il caso sia stato lo stesso Di Maio. Studiatamente, imputando al suo ex partito un antieuropeismo e un antiatlantismo che non hanno oggettivo fondamento. Solo perché, in sede di discussione, esso si è posto – e ci mancherebbe – il problema di un più intenso coinvolgimento del Parlamento nelle decisioni relative alla fornitura di armi all’Ucraina. Suvvia, non raccontiamola!

Qualcuno davvero sospettava che il M5S avesse intenzione, ma persino interesse a sfiduciare il governo? Qui si rivela la manifesta contraddizione logica, prima che politica, dell’operazione. Se davvero Di Maio, come racconta, fosse stato mosso dalla duplice preoccupazione di difendere il governo Draghi e di non incrinare l’affidabilità dell’Italia nelle sue storiche alleanze internazionali, chiunque può comprendere come egli, con la sua iniziativa, ottenga l’effetto esattamente contrario. Spaccare la forza politica di maggioranza che sostiene il governo sarebbe un contributo alla sua stabilità e al credito internazionale del Paese? Di più: Di Maio sa bene che con la sua rottura egli semmai attiva spinte di segno opposto.

Al chiaro fine di accreditare se stesso presso l’establishment in opposizione agli “irresponsabili”. C’è poi il macigno del pregresso. Nella tormentata parabola del M5S, nel gioco delle parti tra Conte e Di Maio, è piuttosto l’ex premier che più si è speso per fare maturare al Movimento cultura di governo, senso delle istituzioni, buone relazioni internazionali.

Non si può, d’un tratto, cancellare i trascorsi di chi fu protagonista di episodi imbarazzanti: Gilet gialli, abolizione della povertà, Bibbiano, referendum anti-euro, impeachment di Mattarella. Alla smemoratezza e al trasformismo c’è un limite. Le conversioni personali, comprese quelle a “u” come la sua, ci possono stare.

Ma conversioni simultanee e collettive generatrici di un partito mi sembrano troppo. È innegabile che questo traumatico passaggio possa avvalorare la tesi dei detrattori del M5S che da tempo ne pronosticavano (e auspicavano) la fine. Come può pretendere Di Maio che quel giudizio liquidatorio e quella prognosi non lo riguardino? Semmai lui più di ogni altro.

Così pure la rottura fa felici le destre, le quali, al netto delle loro divisioni, comunque, tutte, traggono vantaggio dalla ulteriore disarticolazione del campo virtualmente avverso. Infine merita domandarsi come ci si possa illudere circa un “futuro insieme” – sigla della pattuglia di fuoriusciti capeggiata da Di Maio – veleggiando verso un centro affollato da pierini, ma povero di voti. Pierini che si accapigliano tra loro.

Ancora: pierini – a cominciare da Renzi e Calenda – che notoriamente disprezzano gli “ex grillini” e che dubito aprano le braccia ai “moderati liberali” dell’ultima ora. Abbiamo premesso che ci inibiamo di sospettare opportunismo. Ma se, per caso, qualcuno dei seguaci di Di Maio avesse pensato alla propria sorte, avrebbe sbagliato i conti. Forse tranne uno: lui.

A proposito di partito personale: siamo all’“uno vale tutti”. Con tanti saluti non solo all’“uno vale uno”, ma anche ad altri due mantra identitari: il limite dei due mandati e il solenne impegno a dimettersi (con salatissima sanzione pecuniaria) per i transfughi.

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2 replies

  1. Quello che preoccupa non è Di Maio visto che non avrà seguito da parte degli ellettori anche più sprovveduti, ma l’incoerenza di Conte che non riesce a capire l’elettorato m5s e neanche il giornalista dell’articolo. La maggioranza degli italiani non vogliono saperne della guerra in Ucraina ne tantomeno dell’invio di armi sempre più pesanti e aggressive e una parte cospicua di loro non vedono la Russia come un paese oppressore ma nella Nato il vero pericolo. Gli elettori m5s sono parte maggioritaria di questo modo di vedere le cose e si aspettava da Conte un voto contro il governo con eventuale uscita da esso invece…Una ennesima delusione.

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