L’Occidente scarica la Russia ma “tradisce” i valori che dice di difendere

(Francesca Salvatore – it.insideover.com) – Dall’11 settembre in poi il mondo occidentale sembra aver condotto una progressiva politica di tolleranza zero, almeno in superficie: lotta al terrorismo, difesa dei diritti umani (delle donne soprattutto), condanna delle autocrazie. Ne sono stati prova venti anni di guerra al Terrore, l’isolamento di stati come l’Iran o la Corea del Nord, lo scontro con l’Islam politico. Lo scontro di civiltà si è nutrito della retorica liberale, la stessa che ha invocato i “Je suis Charlie”, che ha dato del dittatore a Erdogan, che ha soffiato sui toni esacerbati di Anchorage o che ha condannato i “metodi” cinesi. A seguito dello scoppio della guerra in Ucraina i valori fondanti la società post-Seconda Guerra Mondiale sono stati a ragion veduta sbandierati in nome della condanna dell’aggressione russa; ma ben presto è venuto il tempo dei “sì” e dei “ma”, figli dell’interdipendenza, che oggi impedisce che le relazioni fra due o più Stati si interrompano davvero. E il primo grande ricatto lo ha messo proprio in piedi Vladimir Putin, ben sapendo che l’Europa difficilmente avrebbe potuto chiudere la porta. Di fronte a questa prima incongruenza dettata da esigenze pragmatiche, tutto il discorso sulla libertà, sulla non aggressione e tutto ciò che il compianto Woodrow Wilson partorì cento anni fa perde di forza.

Le contraddizioni italiane alla ricerca del gas

Ma è nelle alternative ai rapporti con la Russia che l’Occidente mette alla prova la sua già debole coerenza, concetto ormai imbastardito dalla globalizzazione e dal suo effetto farfalla. L’Italia non fa eccezione. Lo Stivale, ad esempio, è alle prese con negoziazioni energetiche con Paesi dalla dubbia rule of law (Congo, Angola, Egitto, Mozambico) per riuscire a rompere il legame con Mosca, ai limiti della sindrome di Stoccolma. A fine aprile l’annuncio della missione africana che puntava ad ottenere circa il 50% dell’energia di Mosca entro il 2023 (un terzo dall’Algeria e il resto dagli altri paesi, africani, compreso l’Egitto, e dal Qatar).

Congo, un inferno a base di coltan e cobalto, luogo di nefandezze in cui sguazza qualsiasi nazione occidentale: senza il Congo non si producono né PC né smartphone. Emergenze sanitarie come l’Ebola, guerre intestine, banditismo, perfino la penetrazione dell’ISIS. Difficile pensare che compromettersi con il Congo possa concedere all’Italia di pretendere ancora la verità sulla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, assieme al carabiniere Vito Iacovacci. Stesso dicasi per l’Angola: un Paese lacerato dall’ultima guerra civile e, allo stesso tempo, tra i primi venti produttori di petrolio al mondo; questa discrasia si è tradotta in una convivenza tra grattacieli e baraccopoli: crisi alimentari continue, corruzione e nepotismo, abusi da parte dei militari, tipici del mondo post-coloniale. Il Mozambico segue lo stesso plot: un altro eldorado del gas, la zona di Cabo Delgado, è diventata meta di multinazionali (Total, Eni, Cnpc, ExxonMobil), trasformandosi nel teatro di un conflitto a bassa intensità che in cinque anni ha causato 3mila morti e 800mila sfollati. Qui ha così trovato l’humus adatto l’influenza islamista e la guerriglia dei miliziani shabaab. Sull’Egitto l’Italia da tempo segue un doppio binario morale: chiede verità sull’omicidio di Giulio Regeni, si incarica della battaglia per l’ingiusta carcerazione di Patrick Zaki, mette in piedi boicottaggi politici e culturali ma prosegue con scambi energetici e tra intelligence, export di armamenti, collaborazione tra forze di sicurezza.

I limiti dell’Europa

Nato ed Europa non sono da meno. Che dire della linea dura mantenuta verso Recep Tayyip Erdogan, il sultano, che controlla Ankara, l’uomo che perseguita i curdi, vessa i turchi e utilizza i profughi come arma di ricatto? Di fronte all’atavico ruolo di cuscinetto della Turchia, di ponte tra est e ovest non c’è linea dura che non possa ammorbidirsi, soprattutto se Ankara può essere garante di un futuro di pace ad est. E in questo ruolo nel quale non è riuscito nessuno Erdogan cerca santificazione, soprattutto in previsione del 2023. Nell’Europa che scricchiola le diverse linee sono emerse già dalle prime ore di guerra, e sebbene abbiano prodotto un sentimento compatto, le soluzione non sempre appaiono condivise. E anche l’Europa pare indulgere, e indulgerà, di fronte alle sue diversità di passo, di fronte all’acquis comunitario che sembra così scarseggiare in realtà come quella ungherese di Viktor Orban: il “salvataggio” di Kirill ne è la prova.

L’America ondivaga

Nella caotica politica estera americana è sempre più difficile vedere un disegno preciso dell’amministrazione Biden. Il disimpegno in Medioriente, l’interesse per l’Indopacifico, le baruffe con Pechino, sono continuamente rimesse in discussione alla luce del conflitto con la Russia. Il petrolio venezuelano, ad esempio, è la commodity che potrebbe guidare il riavvicinamento tra Stati Uniti e Venezuela. Circa un mese fa l’amministrazione Biden ha fatto sapere che allenterà alcune sanzioni economiche contro il regime venezuelano per favorire i negoziati tra il governo e l’opposizione. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha elogiato i “passi piccoli ma significativi” compiuti dagli Stati Uniti per “concedere licenze” alle compagnie petrolifere per operare in Venezuela, nell’ambito di un allentamento delle sanzioni economiche contro il Paese sudamericano. Piccoli ma significativi passi concedendo licenze alla Chevron, all’Eni e alla Repsol per avviare i processi di produzione di gas e petrolio in Venezuela al fine di esportare verso i suoi mercati naturali. Molta della rigidità nei confronti del sanguinario regime di Maduro, sarà immolata per via delle contingenze. Da Washington ci si affretta a dichiarare che le sanzioni saranno “alleggerite” in caso di progressi verso la democrazia e elezioni “libere”, e “rese più pesanti” se il processo dovesse deragliare. Ma considerando la portata dell’apertura, è difficile che il processo deragli in una situazione di emergenza.

Stessa cosa dicasi per l’Arabia Saudita. L’elezione di Joe Biden sembrava segnare una nuova era nei rapporti Stati Uniti-Arabia Saudita: dopo la sconfitta di Trump e l’uscita di scena del genero Kushner, il principe bin Salman sembrava essere rimasto solo. Biden ha chiesto più volte maggiore responsabilità per l’omicidio Khashoggi, nonché la fine del sostegno degli Stati Uniti alla guerra nello Yemen, esponendosi anche sulla detenzione di numerose donne attiviste. Ora però un incontro fra i due è ormai prossimo: e sarà proprio il presidente degli Stati Uniti e recarsi a Riad. Una visita osteggiata dagli stessi dem e per questo rimandata anche di un mese. La ragione è più che semplice: gli Stati Uniti hanno bisogno che i sauditi aumentino la produzione per tenere i prezzi del petrolio bassi e per procurarsi quelle garanzie che lo shale oil non può, da solo, fornire.

Un Occidente compromesso, impastoiato tra le sue incoerenze, gli errori precedenti e i legami che il mondo globale (e forse anche la pandemia) hanno richiesto. Cambi di passo epocali, inversioni di marcia che sono già storia e che il “resto del mondo” sarà pronto a ricordarci quando i diritti umani saranno ancora sciorinati come cifra delle nostre relazioni internazionali. Ma soprattutto nuovi legami e alleanze fragili, con interlocutori fragili e che praticano un lessico differente, pronti a chiudere rubinetti se non saremo disposti a chiudere un occhio. O entrambi.

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4 replies

  1. “L’Occidente scarica la Russia”
    a vedere i risultati
    sembra che sia stata la Russia a scaricare l’occidente
    o forse non studiando più la geografia
    si è scordato che è grande quanto un continente?

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  2. La parola “politica” e la parole “valori” …

    ( Tra l’altro ognuno ha i propri valori, che spesso confliggono tra loro. Quando diciamo ” valori” indichiamo quelli occidentali. Per questo stesso fatto, trattasi di colonialismo culturale.)

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