In questo Paese è ancora lecito criticare l’esecutivo?

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – In quest’Italia che dice di voler difendere la democrazia contro tutti gli autoritarismi, anche a prezzo di aggirare la Costituzione e inviare armi all’Ucraina, esiste ancora la libertà di esprimere le proprie opinioni oppure no? Le mie domande vi potranno sembrare oziose o addirittura stupide, ma dopo aver letto il famoso rapporto dei servizi segreti sulla «complessa e variegata rete» dei putiniani d’Italia (così la definì domenica scorsa il Corriere della Sera), gli interrogativi mi sembrano più che giustificati.

Il documento, desegretato ieri dal Sottosegretario per la sicurezza della Repubblica, il prefetto Franco Gabrielli, dice molto dello stato della democrazia italiana. Infatti, ieri abbiamo scoperto che mandare in onda un’intervista a una delle parti in conflitto o pubblicare una critica al presidente del Consiglio può essere un’attività da segnalare con sospetto, perché ritenuta appartenente a un disegno di disinformazione che potrebbe perfino mettere a repentaglio la stabilità del nostro Paese.

Eh sì, cari lettori: qui chi si permette di dire che Mario Draghi è un filino troppo atlantista, oppure che coltiva l’ambizioso progetto di diventare segretario della Nato, e per questo non si cura dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari ed energetici, rischia di essere considerato una spia russa o, quanto meno, un influencer nelle mani del Cremlino. Basta un niente per finire nella lista degli opinionisti al servizio di Putin. È sufficiente parlare del malcontento e della sfiducia dei soldati ucraini prigionieri nei confronti del proprio esercito, oppure ritenere che gli Stati Uniti abbiano una responsabilità diretta nel conflitto in Ucraina, avendo portato Kiev dalla propria parte, o ancora, lasciar presagire un’imminente entrata in guerra dell’Alleanza Atlantica e il gioco è fatto. In automatico ci si ritrova presi nella «rete complessa e variegata» degli amici di Mosca. È scritto nel rapporto desegretato, non lo dico io. Il Dis, dipartimento delle informazioni per la sicurezza, organismo alle strette dipendenze di Palazzo Chigi, ha messo tutto nero su bianco: sette paginette in tutto in cui analizza la disinformazione nel conflitto russo-ucraino, con tanto di nomi e cognomi di chi, in tv o sui giornali, sulle piattaforme online o sui social network, racconta qualche cosa che non è ritenuto in linea con la narrazione che piace al governo.

Ma quali sono le grandi operazioni di disinformazione della rete di putiniani d’Italia? «Tra i momenti più significativi», si legge nel rapporto del Dis «spicca l’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo Lavrov a Zona Bianca». Ah, ecco: l’intervista a una delle parti in conflitto, magari per poi criticarla, contestarla o anche solo commentarla, sarebbe un’operazione di disinformazione. E poi? Beh, l’intervento di un economista al programma DiMartedì con citazione del numero di reporter uccisi negli ultimi otto anni in Ucraina rientrerebbe nel medesimo disegno. Per non parlare poi di un canale Telegram in cui sarebbe stato «fortemente criticato l’operato del senatore Alfonso Urso» (per descrivere l’accuratezza dell’elaborato segnalo che il presidente del Copasir si chiama Adolfo), e di un altro canale di un sito web che avrebbe «strumentalizzato le dichiarazioni del Pontefice in relazione alla presunta responsabilità del conflitto in capo all’Alleanza Atlantica». Tutto qui? Gli 007 del Dis hanno scoperto che in Italia qualcuno si permette di criticare l’operato del governo e magari anche di esponenti dell’opposizione, coinvolgendo perfino il Papa. Accidenti! Roba da far tremare i polsi e da indurre tutti gli italiani a un’attenta vigilanza democratica. Come si fa infatti a lasciar passare senza sussultare un post dell’ambasciata russa che ha definito un atto vandalico l’imbrattamento del cancello della propria sede con vernice rossa, senza dire che la vernice rappresenta il sangue versato in Ucraina? E che dire dell’intervista a Rosangela Mattei, nipote di Enrico Mattei, rilasciata il 25 aprile a La Verità? Secondo gli autori del rapporto è «analogamente rilevante nella narrativa anti-atlantista gravitante attorno alla figura del presidente del Consiglio», in quanto il premier Draghi viene descritto come «troppo amico degli americani». Non solo, sulla rete, cioè nel mare magno di internet, è emerso «un costante flusso di immagini di repertorio che ritraggono Draghi mentre indossa una spilla da giacca con l’emblema della Nato, ancora una volta strumentalizzate per giustificare una presunta aspirazione personale del premier a diventare segretario generale dell’Alleanza, per la quale porrebbe a rischio la sicurezza della sua stessa nazione». Una vicenda allarmante, che immaginiamo avrà indotto il Dis a predisporre immediate contromisure a tutela della sicurezza nazionale. Forse, come in certi Paesi, si potrebbero vietare le piccole critiche al presidente del Consiglio. O addirittura imporre un controllo preventivo sui giornali,
magari prevedendo che un’intervista alla nipote del fondatore dell’Eni sia prima sottoposta al vaglio dell’autorità delegata. Oppure, per interrompere il flusso di disinformazione, si potrebbe fare come in Cina, cioè sospendere Internet e bloccare i canali social. Del resto, Facebook non si è già piegato a Xi Jinping? E allora che ci vuole ad adottare la mordacchia anche qui in Italia? In fondo, un fine democratico come l’ex premier Mario Monti lo aveva auspicato già ai tempi del Covid: se c’è la guerra servono leggi speciali. E anche bavagli speciali. Dis: dipartimento imbavagliamento speciale.

Ps. Ma siamo sicuri che il famoso report svelato da Gabrielli sia l’unico? Non ce ne sono altri che sono ancora segretati? Anche perché il Corriere ha fatto nove nomi e nel rapporto rivelato ieri ne mancano un po’, Orsini compreso.

2 replies

  1. Shhhhhhh non disturbiamo il manovratore taumaturgo, altrimenti si risente e piange, e poi i servizi sono obbligati a confezionargli storie per farlo rasserenare.

    "Mi piace"