R&R, le quinte colonne filorusse infiltrate nel palazzo di via Solferino

Sergio Romano insinua dubbi sulla strategia delle sanzioni europee contro Mosca. Federico Rampini mette in guardia dal costruire una pericolosa dipendenza da sauditi e Cina. Anche loro finiranno nelle liste di proscrizione?

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – Qualche giorno fa il Corriere della Sera ha denunciato l’esistenza di una «complessa e variegata rete» che in Italia fa propaganda per Vladimir Putin. Della struttura farebbero parte influencer e opinionisti, i quali condizionerebbero l’opinione pubblica con articoli e interventi di controinformazione sull’invasione dell’Ucraina. All’interno dell’articolo, che a dire il vero somigliava molto a una lista di proscrizione, si segnalava anche una campagna massiccia contro le
sanzioni alla Russia, condotta da Laura Ruggeri, una freelance, ossia da una cronista senza contratto che pare viva ad Hong Kong. A costei si aggiungerebbe un altro «noto giornalista», tale Cesare Sacchetti, il quale sul suo canale Telegram avrebbe addirittura sposato la tesi della portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo la quale la Ue sarebbe la vera vittima delle misure contro Mosca, al punto che l’Europa, dopo aver dichiarato di non voler pagare in rubli il metano, avrebbe acconsentito a tornare sui propri passi.

I fatti segnalati sono ovviamente assai gravi, perché rivelano la penetrazione dell’apparato di disinformazione del Cremlino sui social network, in tv e sui giornali. Tuttavia, dopo aver letto lo scoop del Corriere, mi permetto di segnalare altri pericolosi influencer che portano acqua al mulino di Putin, sostenendo le discusse tesi oggetto della denuncia dei colleghi di via Solferino. Rispetto ai Sacchetti e alle Ruggeri, quelli da me scovati sono opinionisti più abili a camuffarsi tra le righe delle testate per cui scrivono. Tuttavia, nonostante la capacità di nascondere il loro pensiero con frasi assolutamente ineccepibili, sotto sotto si capisce che anche loro cercano di insinuare dubbi sulla strategia dell’Europa contro la Russia, descrivendo le sanzioni come un boomerang contro l’economia europea o il distacco dal gas russo come un errore.

Vi state chiedendo chi siano questi astuti influencer che volontariamente o meno fanno il gioco di Putin? Beh, il primo è il noto opinionista Sergio Romano, una vita spesa nelle ambasciate d’Italia, da Londra alla Nato e, guarda caso, a Mosca, per poi trasformarsi in storico, saggista e opinionista, altro caso, del Corriere della Sera. Dopo aver scritto nel passato che certo non era una buona idea fare esercitazioni dell’Alleanza atlantica nel cortile russo denominandole «Anaconda», Romano qualche giorno fa si è distinto per aver vergato un commento dal titolo apparentemente anodino: «Gli effetti indesiderati delle sanzioni in un mercato interconnesso». L’ex ambasciatore l’ha presa alla lontana, parlando di quando, nonostante la guerra fredda, a Vittorio Valletta riuscì l’impresa di creare Togliattigrad, la fabbrica della Fiat che sulle sponde del Volga sfornò le famose Zhigulì, che non erano le caramelle, ma la rivisitazione in stile russo della 124. Dopo aver magnificato «un’operazione risultato di uno straordinario connubio fra reciproche simpatie e comuni interessi», Romano piazza il colpo. «Oggi, invece, crediamo di punire Putin, ma stiamo colpendo i nostri commercianti e regaliamo al dittatore di Mosca quei suoi connazionali che maggiormente dipendono da un
buon rapporto con la nostra economia e che lavorerebbero volentieri con i loro interlocutori italiani». Insomma, l’ex ambasciatore ripete con parole sue quello che la Zakharova e gli altri ripetono a rullo ogni giorno. Ma è alla fine dell’articolo che Romano rivela le sue vere intenzioni, scoprendo il filoputinismo mascherato dai ricordi di storico e saggista: «Se non troviamo altri mezzi per manifestare il nostro disappunto ai Paesi di cui non approviamo la politica, sarà meglio rinunciare a un embargo che nuoce a noi più di quanto infastidisca Putin». Chiaro il concetto? La Zakharova forse non sarebbe stata così efficace in poche parole.

Ma sulle pagine del Corriere anche un altro editorialista, sotto sotto, sposa le tesi trite e ritrite dei putinisti italiani. Si tratta di Federico Rampini, noto liberal di stanza in America, che tuttavia l’altro ieri ha firmato un intervento per spiegare che per liberarci dai ricatti della Russia rischiamo un altro (storico) errore. Ovvero, per sottrarci all’abbraccio di Putin, ci avvinghiamo a tipi poco raccomandabili come Mohammed bin Salman, oppure ci leghiamo per le forniture di pannelli solari, impianti eolici e batterie elettriche a una nota democrazia come la Cina. In pratica, osserva subdolamente Rampini, «per liberarci dai ricatti dell’orso russo stiamo tornando a costruire una pericolosa dipendenza da altri? Medio Oriente e Cina sono affidabili nel lungo periodo?». Capita l’antifona? L’influencer dai candidi capelli e dalle bretelle rosse, insinua il dubbio che l’Occidente stia sbagliando strategia, cascando dalla padella nella brace.

Tutto ciò, lungi dallo smentire la denuncia del Corriere della Sera, semmai conferma quanto sia «complessa e variegata» la rete degli opinionisti che rilanciano le tesi care al Cremlino. Per parte nostra, non possiamo che impegnarci a tenere aperti gli occhi, pronti a segnalare altre pericolose infiltrazioni putiniane. Taci, il nemico ti ascolta. Anzi, smetti di leggere, il nemico ti scrive.

4 replies

  1. Rampini dice tutto e niente a secondo degli umori del pd . La questione vera è quella di accettare un mondo multipolare. La Cina, L’India, l’Iran, la Russia sono realtà che sviluppano al loro interno processi storici e sociologici che noi possiamo ovviamente commentare, condividere o condannare, ma vanno rispettati in quanto noi occidentali non siamo loro giudici non essendo migliori di loro o dirittatari di supremanzia per accertata superiorità culturale per non dire raziale. Ricordiamoci che anche loro potrebbero fare la stessa cosa e potrebbero risultare,se non altro, più persuasivi essendo molto più numerosi di noi .

    "Mi piace"

  2. Seguo Sergio Romano da quando ho memoria. Lo leggo, lo vado ad ascoltare ogni volta che posso. Sarebbe stato un ottimo Ministro degli Esteri, ma come è noto è stato “richiamato in patria” da Mosca dove era ambasciatore, ai tempi di Gorbaciov, per aver “osato” criticarne- se pure a suo modo, felpato, educato ma fermo- la politica, allora apertamente appoggiata dagli US ( e quindi da noi). Da allora in poi ha insegnato in Università in giro per il mondo, scritto libri, tenuto conferenze senza risparmiarsi.
    È il tipo di intellettuale che mi piace: coltissimo, curioso, educatissimo, libero, ironico, mai sopra le righe; ottimo scrittore, sempre lontano dalla retorica, dal cuore e dall’ammore. E soprattutto lontano anni luce dalla retorica autoreferenziale, dal seminare giudizi e dalla ricerca di consenso.
    Insomma, lontano dal servo encomio e dal codardo oltraggio, i due sport particolarmente frequentati dagli opinionisti alla moda in questi giorni.
    Purtroppo ha più di 90 anni, sebbene ancora lucidissimo. Gli auguro tanta salute. Non ce ne sono più, come lui.

    Piace a 2 people