La nostra strategia danneggia noi senza salvare il popolo ucraino

Di fronte all’invasione russa, l’Europa ha saputo partorire solo punizioni risibili contro Mosca e armi a Kiev per prolungare la guerra. È il momento di agire diversamente e di limitare i danni per tutti.

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – Ho una domanda da farvi: se vi capitasse di vedere un tale che aggredisce una persona inerme, quale sarebbe la vostra reazione? Spronereste la vittima a difendersi, fornendole dei guantoni per ribattere ai colpi dell’assalitore oppure le dareste un coltello o una pistola per contrattaccare? Beh, non so voi, ma io – come credo tutte le persone normali – non farei niente di tutto ciò. Semmai cercherei di dividere i due, a prescindere dai torti e dalle ragioni dell’uno e dell’altro. E, se ciò non fosse possibile, se cioè non fossi in grado di separarli, chiamerei la polizia. So che il paragone è un po’ azzardato, perché qui non si tratta di persone che litigano, ma di uno Stato che ne invade un altro, uccidendo persone innocenti che hanno il solo torto di vivere in una zona di guerra. Tuttavia, se ci riflettete, la nostra reazione di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, non è molto diversa da quella di chi, assistendo a un pestaggio, fornisce alla vittima i guanti da boxeur, sentendosi poi a posto con la coscienza perché fa il tifo per l’assalito.

Sì, noi con gli ucraini ci stiamo comportando esattamente così. Stiamo dalla loro parte e assistiamo ai loro successi militari, applaudendo come se fossimo allo stadio, e ci preoccupiamo per i loro rovesci, dichiarando ai quattro venti che Putin non deve vincere, ma senza tuttavia essere disposti a muovere un dito per sconfiggerlo. All’Ucraina abbiamo fornito i guantoni per difendersi dall’aggressore, inviando armi per rispondere ai missili russi, e di fronte all’avanzata dei carri armati abbiamo creduto che a fermarli ci avrebbero pensato le sanzioni. In pratica, è come se vedendo un tale che ne massacra un altro con una gragnuola di colpi, noi avessimo promesso di multare l’energumeno. Anzi, di non fare più affari con lui, minacciando anche di non restituirgli ciò che ci aveva dato in prestito. Non contenti, noi che siamo i buoni, dopo alcune migliaia di morti e la distruzione di intere città, abbiamo mostrato tutta la nostra ferma indignazione promettendo che fra sei mesi non compreremo più niente dall’aggressore, senza interrogarci se nel frattempo l’aggredito non rischi di essere deceduto e se non sia meglio salvare subito il poveretto piuttosto che minacciare una reazione di qui a qualche mese. Vi paiono paragoni azzardati? Beh, a me pare invece che di azzardato ci sia solo il nostro comportamento. A parole siamo tutti con l’Ucraina, pronti a sostenere le ragioni di Volodymyr Zelensky e del suo Paese, ma alla prova dei fatti le cose non stanno così. Le misure che dovevano colpire la Russia, ovvero l’embargo del gas, si sono rivelate una minaccia a vuoto. Anzi, una pistola ad acqua, perché se l’Europa avesse deciso di chiudere subito i rubinetti del metano sarebbe stato un atto di puro autolesionismo. Infatti, oggi anche i più autorevoli esperti del settore hanno spiegato che staccarsi da Mosca prima di due o tre anni non se ne parla. Dunque, che facciamo? Per fermare i carri armati russi aspettiamo il 2025? Ancor più ipocrita è lo stop degli acquisti di petrolio. Dopo un tira e molla lungo mesi, la montagna ha partorito un topolino, ovvero un embargo limitato al greggio distribuito via nave, lasciando aperto l’oleodotto che rifornisce l’Ungheria. Per di più, la sanzione non sarà operativa da subito, ma entro la fine dell’anno. Dunque, gli ucraini dovranno avere pazienza e resistere fino a che non entreranno in vigore le decisioni dell’Unione europea. Per tornare al paragone azzardato, è come se vedendo la vittima sfinita le dicessimo: resisti, che fra qualche mese a questo bastardo gliela facciamo pagare cara; vedrai, ti dovrà risarcire con gli interessi. Ma davvero c’è chi pensa che in sei mesi Putin non riesca a piazzare il greggio a qualche Paese in via di sviluppo? Qualcuno crede che queste misure, così come il blocco delle transizioni finanziarie, non fossero ampiamente previste da Mosca prima di lanciarsi alla conquista del Donbass?

La verità è che dopo oltre tre mesi di guerra e molte migliaia di vittime, l’Europa e l’America si stanno rendendo conto che la controffensiva non è servita a fermare Putin, il quale sta strangolando l’Ucraina dell’Est in una morsa di ferro e ha stretto in una tenaglia l’economia del Paese che noi ogni giorno sproniamo a resistere a prezzo di migliaia di morti. Il blocco del petrolio fra sei mesi, paradossalmente è l’ennesimo regalo a Mosca, che dopo aver visto schizzare il prezzo del gas ieri ha visto aumentare anche quello del greggio. Ovviamente gli automobilisti ringraziano, soprattutto pensando che per rimpiazzare il petrolio russo con quello di un fine democratico come Maduro ci vorranno mesi, ma forse sarebbe meglio dire anni.

Torno alla metafora iniziale: se qualcuno non l’avesse ancora capito, qui per evitare il peggio bisogna separare l’aggressore dall’aggredito. Lasciate perdere i torti e le ragioni e iniziate una trattativa prima che sia troppo tardi, ossia prima che Putin si sia preso un altro pezzo di Ucraina. Purtroppo, la polizia per fermare l’energumeno non l’abbiamo, perché il gendarme del mondo non ha nessuna intenzione di intervenire. Dunque, non resta che provare a dividere i due, limitando i danni. Ciò non vuol dire che renderemo giustizia a chi in Ucraina è morto per difendere la propria patria, ma eviteremo che altri muoiano.

Ps. Ieri sul Giornale Augusto Minzolini mi ha definito un pacifista a priori, intruppandomi con Giuseppe Conte e Marco Travaglio. Alla lista di chi è pronto a firmare la pace, accettando anche di cedere un pezzo di Ucraina alla Russia, ha però dimenticato di inserire Silvio Berlusconi. Sono certo che si sia trattato di una svista di un collega che, mentre dava la colpa di quel che accade alle ideologie che imperversano nel nostro Paese, non si è accorto di non avere alcuna idea.

12 replies

  1. Brutto Pietro,
    La storia, quella vera, è un tantino diversa, il povero popolo ucronazi ha tirato per i capelli i russi obbligandoli ad intervenire, 8 Anni di omicidi ed insulti verso un popolo russo sponsorizzati dallo zio Sam e da mammona, e come ben si sa la pazienza è la virtù dei forti ma a tutto c’è un limite.

    Per quanto riguarda le sanzioni verso la Russia sono solo dei bomerang lanciati perché colpiscano il lanciatore,

    Per gli idioti non c’è medicina.

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  2. A proposito di strategie fallimentari, siamo ancora inchiodati alla follia dell’Ilva. Noi, che non siamo capaci di risolvere i problemi in casa nostra, ci improvvisiamo risolutori in casa d’altri, con i medesimi disastrosi risultati, che non beneficiano nemmeno i Padroni:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/06/01/ex-ilva-le-motivazioni-del-no-al-dissequestro-ancora-emissioni-pericolose-e-i-giudici-avvisano-piano-ambientale-puo-non-bastare/6611738/

    Ex Ilva, le motivazioni del no al dissequestro: “Ancora emissioni pericolose”. E i giudici avvisano: “Piano ambientale può non bastare”

    Ex Ilva, le motivazioni del no al dissequestro: “Ancora emissioni pericolose”. E i giudici avvisano: “Piano ambientale può non bastare”

    Nell’ordinanza si spiega che ripresa produttiva “in assenza di limitazioni e controlli, provocherebbe la perpetrazione ed il consolidamento della grave offesa alla salute collettiva”. Il collegio ricorda che pur mancando solo il 10% dei lavori, in quella percentuale ci sono “interventi importantissimi” nelle aree “più inquinanti”. E anche quando i lavori saranno terminati servirà una “valutazione in concreto” della loro “reale utilità”
    di Francesco Casula e Andrea Tundo | 1 GIUGNO 2022

    L’ex Ilva continua a inquinare, il Piano ambientale non è stato completato e, anche quando i lavori saranno terminati, bisognerà verificare che siano stati sufficienti a limitare le immissioni in atmosfera. Non basterà quindi neanche attenersi a tutte le prescrizioni Aia per riavere indietro gli impianti di Taranto, ma andrà verificato il loro reale impatto. Anche perché, come già dimostra la recente ripartenza dell’Altoforno 4, all’aumentare della produzione sono corrisposti picchi di inquinamento. Sono riassumibili così le motivazioni che hanno portato la Corte d’Assise di Taranto a respingere la richiesta di dissequestro dell’area a caldo presentata dai legali di Ilva in amministrazione straordinaria. Una decisione che ha avuto come prima ripercussione lo slittamento del passaggio di Acciaierie d’Italia sotto il controllo di Invitalia, con il via libera del ministero dello Sviluppo Economico alla proroga del contratto d’affitto alla newco che vede la società statele accanto ad ArcelorMittal.

    Il sequestro? “Serve ancora” – Nelle 9 pagine di ordinanza che Ilfattoquotidiano.it ha avuto modo di leggere, il collegio guidato da Stefania D’Errico – lo stesso che un anno fa emise la sentenza Ambiente Svenduto – spiega perché ritiene “ancora sussistenti ed attuali i presupposti” del sequestro preventivo. Lo “stato degli impianti attuale”, si legge nel testo depositato martedì, non è “in grado, da un lato, di assicurare la sicurezza degli stessi e, dall’altro, di garantire l’avvenuta eliminazione di quelle accertate situazioni di messa in pericolo dell’ambiente e della salute”. Esattamente il contrario di quanto avevano sostenuto i legali di Ilva in As chiedendo il dissequestro del “cuore” dell’acciaieria dopo dieci anni. Una proposta che già il pool di pubblici ministeri composto da Mariano Buccoliero, Raffaele Graziano, Remo Epifani e il procuratore Eugenio Pontassuglia, nel loro parere fornito alla Corte d’assise, avevano bocciato riepilogando tra gli altri elementi gli sforamenti registrati dall’Arpa Puglia fino allo scorso aprile.

    “C’è pericolo per la salute pubblica” – Una ricostruzione sposata dal collegio: “Attualmente lo stabilimento – si legge nell’ordinanza – ancora produce immissioni che mettono in pericolo la salute pubblica, situazione che, è ragionevole presumere, non potrebbe essere evitata con la libera disponibilità” degli impianti. La situazione “testimoniata dalle numerose e recentissime note Arpa”, oltre che “dai rilevanti eventi verificatisi nei territori adiacenti lo stabilimento ed in particolare nel quartiere Tamburi”, fanno ritenere ai giudici che la misura cautelare “allo stato dei fatti” sia “ancora idonea ad integrare il requisito della concretezza e dell’attualità”, dato che un eventuale dissequestro dell’area a caldo e una conseguente ripresa produttiva “in assenza di limitazioni e controlli, provocherebbe la perpetrazione ed il consolidamento della grave offesa alla salute collettiva ed alla salubrità dell’ambiente”.

    Quel 10% del Piano ambientale che manca – La Corte d’assise si è soffermata a lungo anche sulla “mancata esecuzione” del Piano ambientale, per via del quale “deve dirsi concreto ed attuale il pericolo di ulteriori conseguenze negative in termini di ambiente e salute”. Anche perché come “espressamente rappresentato” dalla stessa Ilva in As nella richiesta di dissequestro, una “parte dei lavori idonei ad eliminare le situazioni di pericolo risulta ancora non realizzata” ed è “plausibile ritenere” che il dissequestro dell’area a caldo “provocherebbe gravissime conseguenze a causa dei rischi rilevanti” che “l’impianto ancora presenta”. Nonostante, come spiegato dai legali di Ilva in As, manchi solo il 10% degli interventi. Ma ad avviso dei giudici va considerato che quella porzione riguarda “interventi importantissimi” e in “aree dello stabilimento che dall’esame dei periti in sede di incidente probatorio sono risultate tra le più inquinanti”. In sostanza, riassume la Corte, “allo stato dei fatti si ritiene che la realizzazione parziale delle prescrizioni Aia non sia idonea a garantire la sicurezza degli impianti”. La dimostrazione? “La circostanza che, anche in condizioni di fermo sostanziale dell’impianto lo stesso, comunque abbia prodotto emissioni superiori ai limiti di legge, sia verosimilmente conseguenza o di un Piano Ambientale nuovamente erroneo oppure di un’erronea applicazione dello stesso da parte dei gestori dello stabilimento”, riflettono i giudici.

    Tutto quello che non è stato fatto – Ma quali sono questi “interventi importantissimi” ancora non eseguiti? La Corte d’assise ricorda “l’assenza delle barriere frangivento” nell’Area Loppa “dalla quale proveniva e proviene tutt’ora lo scarico incontrollato in piena terra delle cosiddette paiole”, con “conseguenze disastrose” per la salute e per l’ambiente. Non solo: il mancato completamento dei lavori nell’Area Agglomerato, “dalle cui linee derivano le emissioni di diossina, che provocavano e continuano a provocare danni incalcolabili alla salute dei lavoratori e dei cittadini”, nonché alla mitilicoltura. E ancora: “Essendo oggetto dei recentissimi rapporti dell’Arpa riguardanti i livelli di benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi nell’aprile del 2022, non può non essere inclusa nelle evidenze di mancata attuazione delle prescrizioni l’Area Cokeria, che può essere verosimilmente ritenuta la causa degli elevatissimi livelli riscontrati, in particolar modo dovuti al mancato rifacimento delle batterie 10 e 11″.

    L’avviso: “Nessuna garanzia che il Piano basti” – Eppure, anche se tutte le prescrizioni fossero state rispettate, con ogni probabilità oggi la Corte d’Assise non avrebbe dissequestrato l’area a caldo senza ulteriori verifiche. Il perché è spiegato nella parte finale del provvedimento, quando i giudici ricordano che anche un’eventuale realizzazione completa dei lavori ritenuti idonei a risolvere i problemi ambientali del siderurgico “non darebbe alcuna garanzia di certezza sul rendimento non inquinante degli impianti stessi, in considerazione del previsto incremento della produzione”. Una “positiva verifica”, osservano si avrà soltanto quando, terminati i lavori, l’impianto “sarà portato alla produzione autorizzata e i conseguenti e successivi accertamenti dell’autorità giudiziaria” confermeranno che “effettivamente l’impianto non è inquinante”. Serve in sostanza una “valutazione in concreto sulla reale utilità” degli ammodernamenti e “sull’idoneità degli stessi a rendere l’impianto non inquinante”. La verifica ‘sperimentale’, ricordano, allo stato non può neanche essere effettuata poiché l’area a caldo è operativa “a meno della metà della sua forza produttiva”. E sottolineano che l’unica rilevazione possibile, quella riguardante l’Altoforno 4, ripartito dopo il revamping portando con sé un aumento della produzione, ” ha determinato preoccupanti eventi emissivi”. Per i giudici proprio quell’episodio rappresenta una “ulteriore testimonianza dell’attuale e concreta pericolosità” dell’ex Ilva.

    (Altro che Transizione energetica, New economy e Green New Deal, qui siamo ai livelli della Prima Rivoluzione Industriale. Perché non smetterla con questa farsa onerosissima?)

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  3. Ha chiamato “La Verità” il suo giornale ma la racconta solo a metà : la parte che gli coviene. L’aggressore energumeno che uccide gli inermi…e quelle migliaia di civili del Donbass cosa sono ? I nazisti Azov sono inermi creature ? Le provocazioni della Nato con esercitazioni su un territorio ucraino e armamenti a iosa ? La rivoluzione arancione fatta con un massacro ? Belpietro non è un pacifista ma solo un opportunista dell’informazione attento agli umori della gente.

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    • Già il fatto che la racconti a metà ( la verità) è un bel passo avanti rispetto al mainstream che non la racconta per nulla. Difendere Belpietro mi costa assai, ma va detto che le sue argomentazioni non sono molto diverse da quelle di Travaglio. Anche Travaglio ricalca la questione “aggressore-aggredito”, etc. I temi, sulla guerra, che in questi mesi ha diffuso il quotidiano di Belpietro ( che è proprietario in quota del quotidiano, insomma come Travaglio è dipendente da se stesso) sono a mio avviso corretti. In questa fase drammatica chiunque argomenti in modo, a mio avviso, libero e pragmatico, senza elmetti e tifo, ha il mio sostegno. Pure se si chiama Belpietro.

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      • Travaglio le ricorda le stragi fatte dagli Azov e ha parlato e scritto di Maidan e Odessa.Certo non dice che la Russia ha ragione da vendere come sostengo io ma almeno prova a raccontare le porcherie commesse dall’Ucraina e dalla Nato È già molto.

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  4. la nostra strategia serve solo ad indebitare l’Ucraina nei confronti degli Stati Uniti che ne faranno loro ennesima colonia. Mica gli USA regalano armi.

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  5. “SPANNAUS AVVERTE L’UCRAINA: “NON RIAVRÀ DONBASS E CRIMEA”

    Secondo l’analista Usa Andrew Spannaus, non solo più prosegue la guerra e più potrebbe essere un vantaggio per la Russia, ma la stessa Ucraina non potrà riavere né la Crimea né il Donbass: «la guerra economica dell’Occidente al Cremlino procede spedita, con le sanzioni e il tentativo di isolare Putin a livello internazionale»

    Spannaus però si dice convinto che tale strada sia tutt’altro che efficace per ottenere buoni risultati: «Innanzitutto perché le sanzioni si sono dimostrate inefficaci quando si punta a un cambio di regime: negli anni, si crea una sorta di compattamento interno che vanifica qualsiasi effetto punitivo. In più, fanno più male alla popolazione che alle élite governative», spiega l’analista nell’intervista a “La Verità”. Ma un altro ed ultimo motivo per cui il progetto di sanzioni di Ue e Usa contro Putin è sostanzialmente inutile, sottolinea il consulente americano, «le sanzioni precludono qualsiasi possibilità di interazione futura». Spannaus arriva a sposare da vicino la tesi di Kissinger, rilevando un “monito” diretto al Presidente dell’Ucraina: «Zelensky non ha una posizione realistica», spiega il fondatore del sito “Transatlantico.info”. «Sarà anche sconveniente dirlo, ma l’Ucraina non avrà indietro la Crimea né il Donbass», rileva Andrew Spannaus.

    MONITO ALL’OCCIDENTE: “PIÙ LA GUERRA AVANZA PIÙ RINFORZA LA RUSSIA”
    Più la guerra va avanti, analizza l’esperto Usa, «e più la Russia conquisterà territorio, questa è la situazione pratica adesso. Chiediamoci cosa è meglio fare oggi, quale compromesso attuare. L’Ucraina rimarrà un Paese indipendente e fortemente legato all’occidente, la questione è quanta Ucraina ci sarà».

    Non solo, secondo Spannaus se l’Ucraina dovesse continuare con il proposito di non cedere sulle proprie posizioni allora l’esito più probabile «sarà la divisione del Paese, con un conflitto a più bassa intensità». Il dialogo ricominciato da Italia, Francia e Germania con il Cremlino – rileva ancora Andrew Spannaus a “La Verità” – potrebbe spiegarsi proprio con l’evoluzione particolare del conflitto, con la coscienza raggiunta per alcuni leader Ue che occorre trovare al più presto una trattativa per far cessare l’orrore nell’Est dell’Europa. Serve però molto di più e tutto il discorso di questi giorni presso il Consiglio Ue sulle sanzioni alla Russia di certo, chiosa Spannaus, non aiuta la de-escalation: «Nelle ultime settimane abbiamo assistito alle discussioni tra i vertici militari americani e quelli russi per scongiurare una escalation nucleare, lo stesso tipo di dialogo non è ancora stato avviato con la Cina. I cinesi non si fidano degli obiettivi americani, per questo restano nella loro ambiguità».”

    Trova le differenze con le tesi “pacifiste” tanto osteggiate dai media italiani.

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  6. caro Belpietro, finalmente con quelli giusti ! Conte e Travaglio ! basta pensare onestamente, niente di piu’.

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  7. Scrive Belpietro «A parole siamo tutti con l’Ucraina, pronti a sostenere le ragioni di Volodymyr Zelensky e del suo Paese…»
    Ecco, sicuramente posso aver nel cuore il “popolo” ucraino, che comunque la si veda, se lo prende nel Q-lo da svariati anni, specie quei disgraziati russofoni e russofili che hanno la sciagura di vivere nellle aree del Dombass e che si son presi gli stiaffi – uso questo synpatico eufemismo – da anni dai nazistelli dei battaglioni varii e ora dal Putèn, ma di certo non vale altrettanto per Zelensky. Non solo non l’ho nel cuore: ce l’ho proprio sui coLLioni. Lui, quella bald-rakka della Nuland e il governo USA che lo ha messo lì per usarlo come fantoccio per finire, incapace com’è (visto che alla lunga non si sa levare un dito di ‘ulo da solo!), a chiedere armi a tutto il mondo per l’armageddon.
    Sicché insomma Belpiè… parla per te. Fancù te e Zelensky! 🖕🏼

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  8. Mah il “popolo ucraino” non lo vedo mai pervenuto. Solo Zelensky parla e straparla…
    In soldoni? Gran parte dell’ Ucraina è intoccata (anzi, fa affari con armi, aiuti, “emigra” finalmente ovunque accolta e riverita anche se non corre il minimo pericolo) e nel Dombass , che è in guerra da anni e la popolazione è in gran parte russofila, non ne possono più, e purchè finisca finirebbero anche col demonio.
    Per questo la guerra continua, ma del popolo ucraino non ci parla mai nessuno (vecchietti che piangono e morti a parte…) E tanto meno dell’ esercito: quante saranno le diserzioni, le renitenze, le fughe? Che succede a chi si rifiuta di combattere? Se il massimo degli “eroi” sono nel Battaglione Azov, che se la fa sotto e non fa altro che pietire, spero che almeno i soldati regolari mostrino più coraggio.

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