Delukashenko

Nel libro appena pubblicato, «La democrazia al bivio», Vincenzo De Luca parla anche della guerra, della giustizia e della palude burocratica. Il governatore ha ormai un chiodo fisso: contraddire la linea del suo partito e dire l’esatto opposto di ciò che dice Letta

(Marco Demarco – corriere.it) – Quello di Renzi fu «un tentativo di rinnovamento radicale finito con una sconfitta». E quello di Letta? «È un tentativo da sostenere. La sfida è aperta». Nel libro appena pubblicato ( La democrazia al bivio, Guida editore) Vincenzo De Luca parla anche del Pd, oltre che della guerra, della giustizia e della palude burocratica, e subito colpisce il tono. Col solito sarcasmo accenna, è vero, a un partito che ancora «si propone ai cittadini con la chiarezza e l’efficacia comunicativa dell’aramaico antico», ma l’intenzione sembra buona.

Sembra, appunto, perché si sa che in De Luca convivono moltitudini. Chiamava «mezze pippe» i grillini. Ora, preso dal declinante destino della democrazia, pensa a «un grande soggetto riformatore», e naturalmente è anche da quella parte che guarda. Aveva dato dell’asino ragliante a Salvini. Lo hanno visto tutti, poi, come è andata a finire: insieme su un palco a sostenere le ragioni e le contorsioni del pacifismo «pragmatico» , dell’atlantismo iper-critico, e di una occidentalizzazione dei sistemi politici vista quasi come una calamità. Fuori dalle pagine stampate, De Luca ha ormai un chiodo fisso: contraddire la linea del suo partito sul conflitto in Ucraina e dire l’esatto opposto di quello che dice Letta. Un’eresia geopolitica, scrive lo storico Paolo Macry sul Corriere del Mezzogiorno, che ha lo stesso scopo di quella di Salvini: «Entrambi difendono il proprio peso specifico nei rispettivi partiti e nelle rispettive coalizioni».

Ma De Luca suona su più tastiere, non si sa mai. Nel libro quasi si mimetizza e scrive che «dobbiamo, con intelligenza, inglobare l’Ucraina nell’Unione Europea e, con tenacia, costruire anche in modi nuovi, rapporti, vincoli, forme di collaborazione con la Russia. Dobbiamo “incatenare a noi” quel popolo; sottrarlo al destino di un’umiliazione bruciante, foriera di nuove tragedie». Davanti a Salvini, invece, è così che parla dell’Ucraina. «Altro che democrazia liberale! Nessuno ha detto che stavano facendo un’operazione di pulizia etnica a danno della comunità russa. Solo che nella comunicazione pubblica, se sono russi sono tutti oligarchi, se sono ucraini sono tutti democratici oxfordiani». Di più, in nome della par condicio tra aggressore e aggredito: «Se c’è un mega yacht è di Putin, se c’è una mega villa in Toscana di proprietà di Zelensky non se ne parla…». L’8 aprile aveva cominciato chiedendo prudenza al governo: «Siamo schierati nettamente con l’Europa e con la Nato, ma siamo diventati il Paese che grida di più». Quindici giorni dopo, la Nato è già condannata: «Abbiamo detto che è un’alleanza difensiva, ma questo è falso. È difensiva quando vuol essere difensiva, ma negli ultimi 30 anni è stata un’alleanza anche aggressiva che ha violato la legalità internazionale».

Passa qualche giorno e Stoltenberg, il segretario dell’Alleanza, si ritrova tra gli analfabeti di ritorno. Nel frattempo, nel golfo di Napoli staziona la portaerei Truman: c’è un invito a bordo, ma De Luca clamorosamente declina. Il 9 maggio, tocca invece all’amministrazione Biden: «Peccato che negli Stati Uniti non ci siano più Kissinger e Brzezinski, quei grandi diplomatici che avevano innanzitutto senso della storia, non questi tangheri….». Con Brzezinski, però, gli va male. Il giorno dopo lo intervista La Stampa e l’ex sottosegretario alla difesa è categorico: «È Putin il problema». Punto. De Luca non lo cita più.

3 replies

  1. Strano però che per il Corriere nella gestione del Covid De Luca era il migliore dei governatori possibili per la Campania e, prima delle elezioni, la Ciarambino venisse descritta come una cerebrolesa……

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