I boss vogliono Gratteri morto. Ma si gioca sulla candidatura

Nella storia di Nicola Gratteri non ci sono solo successi professionali ma anche minacce di morte e l’abbandono da parte delle Istituzioni.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DEL PROCURATORE SEBASTIANO ARDITA ORGANIZZATA DA ANTIMAFIA 2000

(Davide Ruffolo – lanotiziagiornale.it) – Indagini, arresti e maxi processi. Nella storia del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, non ci sono solo successi professionali per i quali è diventato un paladino dell’opinione pubblica – come anche gli inevitabili insuccessi che fanno parte del gioco – ma anche le minacce di morte ricevute, l’abbandono da parte delle Istituzioni e quello strano gioco al massacro mediatico portato avanti da prezzolati opinionisti che fanno a gara per affibbiarlo al partito di turno.

Nella storia del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, non ci sono solo successi professionali

Per non parlare della carriera professionale che, per un motivo o per un altro, sembra essersi incagliata come avvenuto anche recentemente con la bocciatura al Csm della sua candidatura a procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Un ruolo che sembrava perfetto per un uomo che ha fatto della battaglia alla mafia la sua missione tanto da essere considerato – a ragione – come l’erede di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un ruolo che, tra le altre cose, gli riconoscono perfino i boss che non vedono l’ora di fargli la festa.

Che la ‘ndrangheta abbia promesso al procuratore una punizione è noto da tempo. Minacce che il 6 maggio scorso sono tornate alla ribalta della cronaca con l’allarme dei Servizi segreti convinti che i boss stanno progettando di “fare saltare in aria” il magistrato, definito “un morto che cammina”. Un progetto criminoso che presenterebbe evidenti similitudini con quelli che hanno messo fine alle vite di Falcone e Borsellino tanto che nell’informativa, pubblicata dal Fatto Quotidiano, si legge che “l’attentato si sarebbe dovuto consumare lungo il tragitto che collega l’abitazione del magistrato e il suo ufficio”.

Che si tratti di una pista concreta lo dicono chiaro e tondo gli 007 che hanno informato il Ministero dell’Interno che ha rinforzato la scorta, già disposta anni fa per precedenti minacce, aggiungendo tre auto blindate. Davanti a un progetto omicida ai danni di un uomo dello Stato sarebbe lecito aspettarsi il supporto delle Istituzioni. Peccato che ciò non è avvenuto come ha spiegato lo stesso Gratteri, a Otto e mezzo su La7 (qui il video), ammettendo che “dopo la notizia dell’attentato che volevano compiere contro di me, né Draghi né la ministra Cartabia mi hanno chiamato”.

Eppure lo stesso magistrato ha ammesso: “Sì, ho paura. Però cerco di addomesticarla, di ragionare con la morte e di razionalizzare il pericolo. Finora ci sono riuscito e vado avanti, perché non c’è alternativa. Se mi fermo, mi sento un vigliacco e non ha senso vivere da vigliacco”.

Ma Gratteri non è il tipo che le manda a dire e subito dopo ha tirato le orecchie al premier Mario Draghi e alla ministra Marta Cartabia visto che, secondo lui, in fatto di lotta alla mafia “questo governo non sta facendo nulla sul piano normativo, anzi, sta smontando le norme che c’erano; il messaggio che sta arrivando alla gente comune e non solo agli addetti ai lavori è che c’è aria di smobilitazione”.

Un passo indietro dovuto alle “modifiche normative introdotte nella riforma della giustizia che non servono né a velocizzare i processi né a migliorare la qualità del lavoro di magistrati e degli inquirenti. Anzi suonano come ‘norme liberi tutti’, quasi punitive nei confronti della magistratura”. Un giudizio pesante, da parte di chi ‘mastica il mestiere’, che la politica farebbe bene ad ascoltare anziché ignorare e tirare dritto come, invece, ha fatto. Non solo.

Il procuratore di Catanzaro, pochi giorni fa e sempre su La7, ha sferzato Draghi affermando anche che dal momento del suo insediamento a Palazzo Chigi “non ha detto una volta la parola mafia”. Un affondo a cui, fatalità del caso, poche ore dopo ha risposto lo stesso Supermario dichiarando, in conferenza stampa, che “le cosche come quelle della ‘ndrangheta si sono diffuse nel Nord Italia dove si è radicata la mafia imprenditrice”, e che il contrasto alla criminalità organizzata “non è solo necessario per la nostra sicurezza, è fondamentale per costruire una società più giusta”.

Insomma sembra proprio che lo Stato abbia abbandonato Gratteri o almeno non sembra difenderlo come dovrebbe. Ma se le Istituzioni latitano, in soccorso del magistrato arrivano i cittadini che a Catanzaro il 14 maggio scorso hanno manifestato davanti agli uffici della Procura per ribadire il fatto che “il procuratore non è solo” in questa battaglia di legalità.

In più con il timore di un bis di quanto accaduto nelle stragi del ‘92, i manifestanti hanno avanzato l’idea di istituire una “scorta civica” per fare da ‘scudo’ – anche solo mediaticamente – a Gratteri in quanto “non vogliamo che il procuratore venga isolato o si senta in alcun modo abbandonato”.

9 replies

  1. Benvenuta, finalmente, la coscienza civile delle persone per bene, con la speranza che riescano a debellare la Casta mafiosa che hanno dimestichezza con gli esponenti del malaffare molto più che con i coraggiosi magistrati che cercano di porre fine al loro tenebroso strapotere

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  2. GRATTERI, UN EROE ITALIANO- Viviana Vivarelli.

    Nicola Gratteri è da 16 anni Procuratore a Catanzaro e per i cittadini italiani è un eroe amatissimo.
    Inutile dire che la mafia, o dovremmo dire la ‘ndrangheta, vuole Gratteri morto, ma diciamo pure che molti politici corrotti o venduti lo vedono come un foruncolo nell’occhio e hanno boicottato la sua candidatura a procuratore nazionale antimafia, comportandosi con lui come fecero con Falcone e Borsellino, con lo stesso abbandono che attesta pienamente la collusione tra mafia e Stato.
    Nemmeno i media, prezzolati dai peggiori politici e magnati italiani, sono dalla sua parte. E risuona ancora la ridicola asserzione del leghista Maroni che disse che non esisteva la mafia al nord e che si doveva fare una raccolta di firme per contestare tale offensiva accusa.
    Non solo la mafia esiste al nord ma è diventata essa stessa Stato, infiltrando pure parte della Magistratura, così la mafia già da 30 anni (discesa in campo di Berlusconi) è in grado di gestire le massime cariche dello Stato, come si è visto anche recentemente con la bocciatura di Gratteri fatta dal CSM.
    È un po’ come avviene nella Chiesa, si fanno santi i morti ma si emarginano i vivi.
    Di nuovo in questi giorni la ‘ndrangheta ha mincciato Gratteri di morte, minacciando di farlo saltare in aria come fece la mafia siciliana con Falcone e definendolo “un morto che cammina”.
    “L’attentato si sarebbe dovuto consumare lungo il tragitto che collega l’abitazione del magistrato e il suo ufficio”.
    Malgrado questo, abbiamo dovuto assistere su La7 allo spettacolo degradante della Gruber che fingeva di non sapere i fatti.
    Gratteri ha smontato completamente la riforma Cartabia, votata pur e dai 4 Ministri grilli con in testa Di Maio, con qualche leggera modifica da Conte, riforma indecente che reintroduce la prescrizione con nome diverso e tende alla dissoluzione della giustizia per i potenti.
    Gratteri ha detto: “La cosa che mi preoccupa di più è la riforma dell’ordinamento giudiziario: ad esempio la separazione delle carriere. Bisognerebbe facilitare il passaggio tra procura e tribunale, perché così si ha la completezza del magistrato, io ad esempio so che cosa serve per arrivare a una prova grazie all’esperienza che ho fatto da giudice. Inoltre, se passa questa riforma, l’avvocato mi deve valutare ma perché non è possibile il contrario? In questa riforma c’è molta rabbia, è una sorta di resa dei conti. Con questa riforma, chi fa il giornalista non può dare notizie. Ma l’indagato e il suo avvocato possono parlare e dare la loro versione dei fatti…”
    Inutile dire che il voto di Gratteri ai 5 iniqui referendum di Salvini, Meloni, Berlusconi e Renzi è un No assoluto, perché si tende ancora di più a svalutare la Magistratura incaprettandola e impedendole di processare e punire gli uomini ‘eccellenti’ del potere che vogliono delinquere in pace, ripresentando le loro candidature.
    Su tutto questo il silenzio di Draghi e della Cartabia pesa come un macigno.
    “Sì, ho paura- ha detto Gratteri- Ma vado avanti. Se mi fermo, mi sento un vigliacco e non ha senso vivere da vigliacco”.
    Ma ha aggiunto: ” In fatto di lotta alla mafia questo governo non sta facendo nulla sul piano normativo, anzi, sta smontando le norme che c’erano; il messaggio che sta arrivando alla gente comune e non solo agli addetti ai lavori è che c’è aria di smobilitazione”. Nessuno ha intenzione di velocizzare i processi né di migliorare la qualità del lavoro di magistrati e degli inquirenti. Draghi, da quando è stato eletto, “non ha detto una volta la parola mafia”.
    Draghi ha cercato di smentirlo ma sono i fatti che smentiscono lui. Nella finanziaria, infatti, per la lotta alla mafia non è stato investito un solo centesimo.

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  3. Questo Paese è indegno di Nicola Gratteri. Questo Paese è indegno e smemorato cronico. Questo Paese non è mai sazio del sangue dei giusti.

    Da nord a sud è tornato il regno delle iene, degli sciacalli e dei mafiosi.
    E la digos che fa?

    Segnalo:

    “Forza Mafia: svegliamo così gli ignavi di Palermo”

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/05/28/forza-mafia-svegliamo-cosi-gli-ignavi-di-palermo/6607771/

    I RAGAZZI DI OFF-LINE – I manifesti nella città al voto
    DI SAUL CAIA
    28 MAGGIO 2022
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    Avremmo voluto incontrarli di persona, il famoso collettivo Off-Line che in queste settimane ha tappezzato la città di Palermo con manifesti provocatori che inneggiano a “Forza Mafia”, “DC collusa”, il santino elettorale di Vittorio Mangano e pubblicità per la Fiat 126 usata nella strage di via D’Amelio. Loro però rispondono che “visto il clima pesante, non siamo d’accordo a un incontro, la Digos ci sta cercando…”. Email criptata, indicazioni fornite tramite applicazione di messaggistica crittografica end-to-end, è con una chiamata anonima che ci anticipano l’appuntamento per una telefonata, rigorosamente via app, per non correre rischi di essere intercettati.

    Paranoia o…?

    Tutti i giornalisti con cui siamo entrati in contatto sono stati raggiunti da una raffica di minacce, e ci hanno detto che non è mai successa una cosa simile. C’è la Digos scatenata, vogliono fermarci subito. Noi non siamo impauriti e non ci siamo ritirati, ma abbiamo deciso di muoverci con cautela, ci copriamo le spalle. Preferiamo non incontrare nessuno di persona, ma non è per sfiducia…

    Parlate di giornalisti minacciati, ovvero?

    La cronista che ha pubblicato per prima i manifesti “Forza Mafia” e “Democrazia Collusa” è stata contattata direttamente dall’ufficio elettorale del candidato sindaco Roberto Lagalla. Al telefono le hanno gridato che sarebbe stata indagata dalla Digos! Lei ha registrato tutto e si è rivolta all’Ordine dei giornalisti. È un atto intimidatorio mafioso. A un altro collega hanno detto che non avrebbe lavorato più. E anche un cronista di Repubblica ha ricevuto diverse telefonate dall’ufficio elettorale di Lagalla…

    Sono accuse gravi.

    Diciamo che non siamo abituati a certe cose… siamo incensurati… una cosa simile ci fa paura.

    Chi siete?

    Un collettivo artistico, formato da ragazzi e ragazze. Adesso stai parlando con gli artisti che hanno creato i manifesti, poi ci sono alcuni amici che danno una mano.

    L’idea quando è nata?

    Qualche giorno dopo che Marcello Dell’Utri è arrivato a Palermo e si è incontrato con Totò Cuffaro per fare l’accordo e unificare il centrodestra con Lagalla. In quel momento abbiamo detto che avremmo dovuto fare qualcosa. Adesso basta.

    (Interviene una seconda voce)

    Abbiamo detto: fermi tutti, sono appena usciti di galera, che ci fanno qua?

    Perché usare proprio i manifesti?

    Partiamo dal fatto che la sinistra non sa comunicare, è rimasta agli anni 90. E anche tutti gli appelli che hanno fatto la sorella del giudice Falcone, Maria, e il pm Nino Di Matteo: bellissimi, ma un po’ troppo ‘in politichese’, per gente che già legge il Fatto Quotidiano e altri giornali. Noi abbiamo fatto una comunicazione inversa: il nostro obiettivo è arrivare alla maggioranza silenziosa, agli ignavi di Palermo.

    Non avreste potuto usare i social?

    Su Internet ci avrebbero bloccato dopo 25 minuti. Con i manifesti usiamo la condivisione di strada. Ognuno scatta la foto e la mette sui social. La gente legge il post, non clicca perché sa di politica, ma per ridere: in quel momento gli tendiamo la trappola, perché ti rimane in testa che Dell’Utri e Cuffaro condannati per mafia hanno scelto oggi, a 30 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, il sindaco di Palermo. Inizi così, per ridere. Poi ti indigni.

    Per cosa vi battete?

    La nostra non è una battaglia politica, ma etica e antropologica. La destra ha i voti dei quartieri. Un “capo-zona” dice chi si vota e tutti lo seguono. Non hai idea che campagna elettorale sta facendo Totò Cuffaro a partire dai detenuti. Ha la sua rappresentante, una ex radicale, per gestire i temi legati al carcere. E con questa scusa girano nei quartieri periferici, cercando di parlare a quello che è il loro elettorato.

    Molti in città dicono che con la vostra azione favorite il centrosinistra.

    Roberto Lagalla è convinto che siamo pagati da Franco Miceli (il candidato sindaco del centrosinistra, ndr). Assurdo! Sapesse quante gliene diremmo a Miceli! I primi manifesti erano diretti alla pancia delle persone, per far capire a tutti, anche a chi non sapeva di politica. Quando hanno detto che eravamo ragazzini dei centri sociali, ne abbiamo fatti altri due per alzare il tiro, e mandare un messaggio sofisticato. Queste persone hanno fatto della scorrettezza il loro marchio di fabbrica. Cuffaro ci ha detto che siamo “miserabili e meschini”: adesso ci tatuiamo M&M, ne siamo orgogliosi, è una medaglia al valore.

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  4. Stima e sostegno a Gratteri.
    Mi domando: nella sua catena di comando, gli anelli sopra e sotto sono solidi, validi e tutelati ?

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  5. Di magistrati “eroi” ne abbiamo avuti a pacchi: Di Pietro, Ingroja, De Magistris, Grasso… Tutti li “volevano morti”, ma guarda caso, sono ancora tutti qui.
    Quelli che veramente si “vogliono morti” saltano in aria, o comunque non fanno in tempo a entrare in politica.
    Ogni volta ci caschiamo, ogni volta corriamo dietro all’ “eroe”.
    Ma non ne abbiamo avuto abbastanza con Ingroja?

    Basta che ci buttino l’ amo, e subito… abbocchiamo, anche senza lombrico.
    Poveri noi.

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  6. Dimenticavo altri millanta magistrati che la propaganda voleva fossero minacciati di morte. Sono tutti qui e assai spesso in TV. Con l’ ultimo libretto da propagandare: tutti scrittori sono diventati. Di “sinistra” per lo più, ovviamente.

    Chi è veramente scomodo non fa in tempo a uscire di casa, altro che TV…

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  7. “non ha detto una volta la parola mafia”

    E come fa? Basta vederlo in faccia per capire che lui è il capo della CUPOLA mafiomassonica.

    Quanto al collettivo di Palermo, ci manca solo la DIGOS: stai a vedere che l’unica associazione a delinquere che sgomineranno in Sicilia è la loro.

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