I russi hanno ciò che vogliono: il Donbas

Oltre la propaganda. Le tattiche contrapposte di Mosca e Kiev non sono risolutive: aumenta il rischio che si passi all’uso di armi strategiche. La situazione militare sul terreno ucraino appare stabilizzata su una linea di contatto tra ucraini e russi leggermente variabile a seconda non dei combattimenti ma di quello che ci viene detto […]

(DI FABIO MINI – Il Fatto Quotidiano) – La situazione militare sul terreno ucraino appare stabilizzata su una linea di contatto tra ucraini e russi leggermente variabile a seconda non dei combattimenti ma di quello che ci viene detto. Ci viene detto che a Mariupol la resistenza ancora combatte nell’acciaieria. In realtà in tutto il complesso industriale è in atto un sistematico rastrellamento russo di un’area completamente circondata e controllata. Ciò che si sta eliminando non è la resistenza dei combattenti ma la loro disperazione, che sarebbe un fatto umano da comprendere, se non sfruttasse la passività e la disperazione degli innocenti.

Ci viene detto che finalmente un convoglio di duecento-mille automezzi privati provenienti da Mariupol ha potuto attraversare il fronte armato ed è giunto a Zaporizhzhia. Grande vittoria ucraina, con il piccolo particolare che il convoglio era stato fatto uscire da Mariupol dai russi da giorni e si era arrestato là dove gli ucraini li hanno fermati e hanno iniziato una sorta di selezione tra chi passa e non passa. Inoltre, è curiosa la stima di duecento-mille automezzi passati e alcune centinaia arrivati: uno scarto del 60-80% nelle stime vuol dire che non li hanno nemmeno contati.

Ci viene detto che le forze russe sono state respinte a Kharkiv e la città è “liberata”. Non era mai stata occupata dai russi, bombardata sì ma occupata no. Come a Kiev, i carri russi se ne sono andati a fare altro e le forze ucraine in città sono rimaste esattamente dov’erano e quelle di fuori città si sono spostate dov’erano i russi. Che nell’epica battaglia di liberazione siano morte cinque persone è rassicurante: dà l’idea che gli ucraini si siano svegliati una mattina e l’invasor non c’era più. Meglio così. In ogni caso la città è ancora soggetta ai bombardamenti e non è detto che non riprendano.

Sempre che Kharkiv sia un obiettivo che i russi vogliano veramente acquisire. È certamente un centro nevralgico delle comunicazioni fra Russia e Ucraina ed è una regione di confine parzialmente già occupata dai russi fino a Izyum, dove da settimane risiede uno dei bracci della morsa sull’area di Kramatorsk. Tuttavia, in maniera molto burocratica, i territori delle autoproclamate repubbliche dovrebbero coincidere con i limiti amministrativi dei rispettivi Oblast, ovvero le regioni di rango giuridico-amministrativo di repubbliche federate con propri governi. L’Oblast di cui è capoluogo Kharkiv non fa parte del territorio rivendicato dai separatisti di Lugansk e la sua occupazione potrebbe servire ai separatisti come merce di scambio per ottenere ufficialmente ciò che di fatto già hanno conquistato.

Diversa è la situazione di Donetsk. Le milizie e i russi controllano soltanto la metà orientale dell’Oblast, che è più di quanto avessero prima ma burocraticamente incoerente. Per occupare tutto l’Oblast occorre partire da Kramatorsk e lì si stanno dirigendo le truppe russe. La parte meridionale dell’Ucraina è invece sotto controllo russo che tuttavia non sembra volersi espandere né verso nord né verso occidente.

Cosa facciano le forze armate ucraine in questa area non è chiaro. Da un lato dichiarano che si riprenderanno anche la Crimea già annessa alla Federazione russa, dall’altro si dedicano a lanci sporadici di missili sugli obiettivi navali individuati dagli americani (del Pentagono o della Raytheon) e all’uso maniacale delle sirene d’allarme aereo, come su tutto il resto del territorio ucraino. Una misura che ormai sembra più rivolta al controllo interno della popolazione attraverso la paura che protettiva.

In questo senso appare anche routinaria la coincidenza che a ogni visita importante gli ospiti siano accolti da lugubri sirene e botti simili a quelli di capodanno seguiti da precipitose fughe nei rifugi antiaerei. Funziona sempre, come ben sanno i leader che di nascosto e in segreto si recano in Ucraina per tranquillizzare la popolazione e ne ritornano terrorizzati.

La situazione tattica è quindi rallentata ma non è di stallo e chi auspica una interruzione dei combattimenti o la loro escalation “una volta per tutte” dovrà pazientare. Il fatto è che la tattica non ha un rango inferiore rispetto alla strategia o alla politica. Anzi in certi casi assume un valore strategico e politico. In altri casi, molto frequenti, è la strategia a costituire un ostacolo per la tattica.

Nelle operazioni russe e in quelle ucraine si manifesta sempre di più l’usura e lo spreco di energie tattiche a causa di strategie e politiche velleitarie e confuse. La Russia ha affidato a operazioni tattiche degli obiettivi strategici e politici esorbitanti la capacità delle forze assegnate senza sostegno strategico confidando nella “comprensione” e la gratitudine occidentale per l’autolimitazione nell’impiego delle forze e riserve strategiche.

L’Ucraina invece ha intrapreso un percorso strategico di recupero di sovranità su territori minacciati dalle secessioni e di schieramento antirusso nel quale si è affidata a forze tattiche regolari potenti ma scoordinate e a forze “regolarizzate” nella forma e irregolari nella sostanza, anch’esse scoordinate e con propri fini. Inoltre Kiev, priva di capacità proprie di alimentazione tattica (armi, informazioni e logistica) e di riserve strategiche (armi, informazioni e finanziamenti), ha confidato nelle garanzie occidentali sia per la fornitura di armi tattiche sia per il supporto strategico e politico. Garanzie ancora oggi ribadite e confermate da tutti, nella Nato e in Europa, con un afflusso “tattico” talmente imponente di denaro, armi, munizioni e informazioni da essere già un processo strategico.

In entrambi i casi, la tattica sta soccombendo alla strategia. È evidente che le forze tattiche russe attualmente impiegate non sono in grado di forzare le città, se non preventivamente spianate da armi più efficaci. Da parte ucraina è evidente che la tattica delle milizie e delle fanterie non è in grado di battere le formazioni corazzate se ben dirette e costantemente alimentate.

Inoltre è lo stesso scopo strategico di colpire la Russia dichiarato da Usa/Nato a far scomparire la tattica dal teatro ucraino e lasciare il campo allo scontro strategico tra chi ne ha le capacità: la Russia da un lato e la Nato/Usa dall’altro. A meno che, per evitare lo scontro nucleare diretto tra Russia e Usa, qualcuno non pensi bene di dotare l’Ucraina anche di tali armi strategiche, magari spacciandole per tattiche, oltre a quelle altrettanto strategiche già fornite con la propaganda, la finanza e l’intelligence.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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10 replies

  1. Luigi Quartucci
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    “Se devi attraversare un fiume, non cambiare cavallo in mezzo al guado”, dice un vecchio detto.
    E Biden lo ha ben presente, purtroppo.
    Che sia un pessimo presidente, negli USA se ne sono accorti persino i canarini in gabbia, che non abbia la minima idea di quello che un presidente dovrebbe fare, pure.
    Che sarebbe trombato clamorosamente alle prossime elezioni di midterm nonché, a maggior ragione, alle future presidenziali è una possibilità concreta, talmente concreta che il suo staff deve avergli suggerito di fare urgentemente qualcosa per rimediare al disastro nel quale versa attualmente la sua ridicola amministrazione.
    E cosa c’è di meglio di una bella guerra per compattare il popolo? Non si cambia cavallo in mezzo al guado! Ma nel guado bisogna prima entrarci.
    Ragioniamo:
    L’Afghanistan è stato raso al suolo e non serviva più a nulla, politicamente parlando, quindi ci siamo ritirati.
    L’Iraq è stato raso al suolo, Saddam è stato ucciso, quindi non serve più.
    La Libia è stata rasa al suolo, Gheddafi è stato assassinato, quindi non serve più.
    Il Vietnam no, troppi brutti ricordi.
    La Corea nemmeno, hanno l’atomica e un dittatore pazzo, e sta dall’altro lato del Pacifico, troppo pericoloso.
    Dov’è che si possono rompere i coglioni a qualcuno abbastanza pazzo da reagire e dove i rischi per gli USA siano ridotti al minimo? In Europa dell’Est! Allora continuiamo l’espansione delle basi Nato e andiamo a stuzzicare Putin (il pazzo che reagirà) proprio nel suo ventre, l’Ucraina! Lì una base ce l’abbiamo già da otto anni, non lo sa ancora nessuno ma i nostri militari stanno addestrando i soldati ucraini.
    Come dite? Sono nazisti? Battaglione Azov? E vabbè, adesso non stiamo a sottilizzare, per favore.
    Da otto anni stanno facendo stragi in Donbass con le armi che gli diamo noi? Dai, sono solo danni collaterali, no? E poi che ve ne frega di quei quattro straccioni di ucraini filorussi? Ci fanno gioco, Putin vede rosso e basterà poco per scatenare la sua furia distruttiva.
    L’Europa dipende dal gas russo e si opporrà? Ma fatemi il piacere, l’Europa non esiste, è solo “un’espressione geografica”, come disse Von Metternich dell’Italia nel 1847. Credetemi, le cose non sono cambiate, fanno finta di stare tutti assieme ma, in realtà, ognuno si fa i cazzi suoi.
    E poi, a noi interessa solo l’Italia, con i suoi 8.000 km e passa di coste è l’ideale per la nostra flotta, ha un sacco di aeroporti civili e militari che possiamo usare per i nostri bombardieri e le atomiche sono già lì da anni, a Ghedi, ad Aviano e in Calabria, non dobbiamo neppure spedirle!
    Per stare più tranquilli abbiamo messo lì quel nostro domestico, come si chiama? Ah, sì, Draghi. Sapete, mica posso ricordarmi i nomi di tutta la servitù. Possiamo stare tranquilli, quello è uno che si è sempre fatto i cazzi suoi, continuerà a farseli, basta promettergli un posto nella Nato e scatterà come un soldatino, lo conosciamo bene.
    Quindi stuzzichiamo Putin, quello reagisce, invade l’Ucraina e il gioco è fatto!
    Una bella guerra non ce la toglie nessuno, ma deve durare tanto, altrimenti sarà inutile. Le elezioni di midterm sono a novembre, le presidenziali nel 2024. Dobbiamo tirarla in lungo, basta non parlare di pace, impedire che si facciano negoziati troppo presto, e per novembre siamo a posto. Per il 2024 invece cominciamo a prepararci, Finlandia e Svezia promettono bene.
    Pasturiamo accuratamente e Putin abboccherà anche lì, ma non forziamo subito, aspettiamo l’anno prossimo, per adesso occupiamoci dell’Ucraina.
    Stanno morendo centinaia di migliaia di persone? Ma scusate, dite sempre che non si fa nulla per il sovrappopolamento della terra e quando facciamo qualcosa di concreto per diminuire il numero dei terrestri vi lamentate? Ma lo sapete che siete incontentabili?

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    • Questa guerra per procura contro la Russia con l’Ucraina come campo di battaglia, si poteva già indovinare quanto schifosa sarebbe stata, solo a vederli eccitarsi gli Stati Uniti (e NATO) quando l’Unione Sovietica s’è dissolta. Vi sono molti analisti, molti dei quali americani, che sostengono questa “pre-visione”.

      “L’idea era quella di impedire alla Russia di riemergere come grande potenza. Questo processo di espansione geopolitica USA/NATO è iniziato immediatamente, ed è visibile in tutte le guerre USA/NATO in Asia, Africa ed Europa che hanno avuto luogo negli ultimi tre decenni. Particolarmente importante a questo riguardo è stata la guerra della NATO in Jugoslavia negli anni ’90. Già mentre era in corso lo smembramento della Jugoslavia, gli Stati Uniti hanno iniziato il processo di ampliamento della NATO, spostandola sempre più a est per comprendere tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia e parti dell’ex URSS. Bill Clinton nella sua campagna elettorale del 1996 fece dell’allargamento della NATO una parte della sua piattaforma. Washington ha iniziato a implementare questo piano nel 1997, per poi giungere infine ad ammettere nella NATO 15 paesi, raddoppiandone le dimensioni e creando un’Alleanza Atlantica contro la Russia composta di 30 nazioni, anche dando alla NATO un ruolo interventista più globale, come in Jugoslavia, Siria e Libia”.

      http://vocidallestero.blogspot.com/2022/04/john-belamy-foster-la-guerra-per.html

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