Eurovision, ovvero quel trash glitterato che il mondo ci invidia

L’Eurovision è un rito carnascialesco in cui l’ex continente dei padroni tenta di sculettare via due millenni di storia cruenta e si rende ridicolo di fronte ai continenti cui ha rotto le scatole fino all’altro ieri. Non solo sul palco, ma anche nel tifo, segnato da rivalità e complicità nazionali. Sullo sfondo, la specialità più tipicamente europea: una guerra locale che rischia di diventare mondiale.

(Lia Celi – tag43.it) – Pensare che nella cinquina delle città italiane candidate a ospitare Eurovision 2022 c’era anche Rimini. Avremmo rischiato di passare direttamente dall’adunata nazionale degli alpini al festival continentale delle stravaganze pop. Cos’hanno in comune la kermesse delle penne nere e quella delle tute di lamè? Le molestie, naturalmente. Chissà se gli organizzatori di Eurovision, di fronte alle rimostranze delle host contro ballerini toccaccioni, avrebbero insinuato che si trattava di alpini infiltrati che avevano sostituito il cappello con il body glitterato.

L’Italia ha pagato lo scotto dell’edizione più pasticciata della storia condotta da Cutugno-Cinquetti

Vabbè, è stata scelta Torino, per due motivi: primo, in genere gli artisti in gara a Eurovision sono incartati in oro e argento come i gianduiotti – e piacciono così, sia i gianduiotti che gli artisti. L’altro è che Torino è molto lontana da Roma, location di una delle edizioni più pasticciata della storia, quella del ’91. Colpa, e ci dispiace dirlo, del povero Toto Cutugno, vincitore del 1990 e co-host insieme a Gigliola Cinquetti l’anno successivo in Italia. A lui sono dedicate ben due pagine nel definitivo The Good, the Bad and the Wurst, la guida al peggiori momenti di Eurovision compilata dal giornalista inglese Geoff Tibballs: «Nella fase della votazione Cutugno spargeva caos come un contadino sparge il letame. Con i suoi continui gesti, smorfie e frasi sconnesse è riuscito a trasformare una sala dove regnava la calma in qualcosa che ricordava un aeroporto italiano durante uno sciopero dei facchini». Ed è uno dei passaggi più gentili. Viene il sospetto che se l’Italia è arrivata solo seconda nel 2019 con una super hit internazionale come Soldi di Mahmood, è perché l’organizzazione non aveva ancora smaltito la sindrome post-traumatica della conduzione Cutugno e voleva scongiurare a tutti i costi la prospettiva di un bis. Ma pure noi dovevamo avere qualche timore, se all’indomani della prima serata l’umore prevalente nei commenti era il sollievo per l’assenza di brutte figure da parte di Cattelan, Mika e Pausini, agevolata, va detto, anche dai brevissimi spazi loro concessi.

eurovision, il trash europeo che il mondo ci invidia
Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno padroni di casa dell’edizione 1991.

Il seguito dell’Eurovision inversamente proporzionale ai gradi: a Nord si scaldava, a Sud si intiepidiva

E si capisce il sollievo, perché la posta in gioco oggi è molto più alta. Nel 1991 Eurovision, che pure in passato aveva battezzato gli Abba e Céline Dion, in Italia non se lo filava nessuno (quando a Zagabria aveva vinto Cutugno, c’era solo un giornalista dell’Ansa spedito all’ultimo momento), e anche in Europa il suo seguito era inversamente proporzionale ai gradi centigradi: più caldo nei Paesi freddi, si intiepidiva scendendo verso le zone temperate. Nel 1982 la Francia si era addirittura autoesclusa dalla competizione, definita «un monumento all’idiozia». «Idiozia» che invece ha sempre reso Eurovision popolarissimo in Inghilterra e l’ha autorizzata a inviargli sempre il peggio della sua fauna pop. «Lo guardiamo per le stesse ragioni per cui da bambini nel parco ci ostinavamo a toccare la panchina col cartello “vernice fresca”», spiega Tibballs, «sappiamo che non dovremmo ma non possiamo farne a meno. E senza la speranza che gli standard migliorino». (In realtà l’unica speranza irrealizzabile sembra una vittoria dell’Inghilterra, a meno che quest’anno il sosia di Gesù a nome Sam Ryder non faccia il miracolo).

La svolta è opera dei Maneskin o di Will Ferrel con i suoi Fire Saga?

E poi cos’è successo per arrivare ai record d’ascolti di questa edizione? Probabilmente è tutto merito dei Maneskin, laureati da Eurovision 2021 e diventati star planetarie. O colpa della moglie svedese dell’attore Will Ferrell, che nel 1999 l’aveva iniziato al guilty pleasure. Dopo anni di colpevole piacere solitario, Farrell ha sentito il bisogno di condividerlo con gli americani, producendo e interpretando Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga, una strampalata commedia musicale che nel 2020, in piena tristezza e clausura da Covid, ha sostituito grazie a Netflix l’Eurovision vero, annullato dalla pandemia.

Le copie sbiadite della kermesse europea: l’American e l’Asia Song Contest

Non solo i Paesi che lo snobbavano se ne sono innamorati, ma molti hanno provato a copiarlo. Primi fra tutti gli Usa, che l’hanno riproposto come mash-up fra American Idol, RuPaul Drag Race e una lezione di geografia per i tanti americani che dei 52 Stati ne conoscono sì e no cinque o sei. Il primo American Song Contest si è concluso lunedì scorso con la vittoria dell’Oklahoma e una sconfitta sotto il profilo dell’audience: 2 milioni di spettatori. L’Asia Song Contest è stato abortito prima di nascere. Fra la copia e l’originale, è sempre meglio l’originale, con il lurex e le fisarmoniche, i rapper con le cioce e i metallari finlandesi che fanno lo joik, i portoghesi malinconici e le cipriote sexy. E pazienza se le regine del pop globale di qualità – Rita Ora, Ava Max, Dua Lipa – sono connazionali di Ronela Hajati, la folksinger curvy che canta bollenti amori rupestri. L’Eurovision è un rito carnascialesco in cui l’ex continente dei padroni tenta di sculettare via due millenni di storia cruenta e si rende ridicolo di fronte ai continenti cui ha rotto le scatole fino all’altro ieri. Non solo sul palco, con coreografie che ricordano i balletti del vecchio programma satirico di Zelensky, ma anche nel tifo, segnato da rivalità e complicità nazionali, dispetti e controdispetti, dall’eterna alleanza fra i Paesi scandinavi all’inossidabile blocco baltico, dal tricolore contro San Marino, quest’anno rappresentato da Achille Lauro, reincarnazione glam-trash di Alcibiade, Coriolano e altri storici traditori della loro patria. Sullo sfondo, la specialità più tipicamente europea: una guerra locale che rischia di diventare mondiale.

Eurovision, ovvero quel trash glitterato che il mondo ci invidia
Achille Lauro sul toro meccanico durante l’esibizione (Getty Images).

Se avesse vinto Lauro Eurovision 2023 sarebbe andato al Titano, cioè a Rimini

E allora stasera anche noi terremo sullo smartphone la mano non impegnata in gesti scaramantici, per votare Ucraina, Moldavia o Belgio. Peccato non potersi concedere il guilty pleasure nel guilty pleasure, votare San Marino (la performance di Coriolano Lauro era stata grandiosa). Se avesse vinto, Eurovision 2023 sarebbe toccato alla Repubblica del Titano. Come dire Rimini. Pazienza, non saremmo mai riusciti a costruire in tempo un bunker abbastanza grande.

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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5 replies

  1. Dell’articolo non ciò capito ‘na mazza, ma è anche vero che trattandosi, I presume, di roba di spettacolo canoro contemporaneo… non abbia modo di capire anche volendo provarci. Peccato, svariati minuti perduti che non torneranno più… Ma è colpa mia. 🤷🏼‍♂️

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  2. Apprendo solo ora il nome del vincitore: non avevo dubbi. Ho tentato, ma invano, di scommettere con gli amici ( senza aver ascoltato alcunché, ovviamente, non serviva….)a anche loro avevano la medesima certezza.

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  3. Apprendo solo ora il nome del vincitore: non avevo dubbi. Ho tentato, ma invano, di scommettere con gli amici ( senza aver ascoltato alcunché, ovviamente, non serviva….)a anche loro avevano la medesima certezza.

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