Giordano: “Cartabianca? Scandaloso che rischi di chiudere perché ospita idee diverse da quelle del governo”

(Luca Telese – tpi.it) – Mario Giordano, Cartabianca rischia di chiudere per Orsini.

«Mi pare follia».

Perché?

«Si cerca di imporre uniformità di pensiero nella stampa italiana».

È un fatto nuovo?

«Si tenta di demonizzare le opinioni non conformi».

Orsini che impressione ti fa?

«Perché non dovrebbe parlare, scusa? Perché devono dire che è pagato dai russi?».

La guerra oggi è un tabù?

«Sì, ma prima lo erano i vaccini. È scandaloso che un programma possa rischiare la chiusura perché ospita un professore universitario che ha idee diverse dal governo».

Si dice: è la Rai.

«Appunto. Come si può contestare il diritto a parlarle di chi ha idee diverse?».

Dicono che ci sono gli agenti russi nei talk.

«Se lo provano davvero li arrestino: altrimenti è solo una diffamazione per imporre un bavaglio».

Draghi ha criticato l’intervista a Lavrov.

«Contestare come è fatta una intervista non è compito di un presidente del Consiglio».

Perché?

«Il capo del governo può criticare un contenuto, ma non dà giudizi su come si fanno le interviste. Altrimenti arriviamo a una verità politica. È molto pericoloso».

Cosa intendi?

«Domani qualcuno si farà vidimare le domande da Palazzo Chigi?».

Il Copasir indaga sugli ospiti nei talk.

«Se c’è una spia e lo provi, lo denunci alla Polizia. Ma se hai solo idee diverse è follia».

Si può criticare il governo nella tv di Stato, sulla guerra?

«Si deve. Altrimenti altro che Putin! È la Corea del Nord».

Esageri?

«Mica tanto. C’è una china pericolosa. Secondo qualcuno non si possono fare manifestazioni di piazza. Altri teorizzano l’abolizione del suffragio. Qualcuno parla di governo militare, Galimberti vuole la dittatura… Brutto clima».

Giordano, chi sono i tromboni?

«Dalla guerra al Covid, al governo dei migliori c’è l’imbarazzo della scelta. Siamo circondati».

Partiamo dalla tua storia.

«Mio padre lavorava in banca. Mia madre casalinga: una perfetta famiglia piemontese. Nessun parente nell’Ordine».

Quando ti  è venuta la passione per il giornalismo? 

(Ride). «Più o meno a 8 anni».

Idee chiare fin da subito?

«Avevo un taccuino con l’immagine di Topolino in copertina. La maestra Carla Prati mi chiedeva di scriverci le mie “cronache”».

Quindi sei stato incoraggiato, anche dai tuoi?

«Non so se conosci lo stato d’animo tipo dei  “piemontesi diffidenti”».

Come lo tradurresti?

«Scetticismo cronico: “Ma se sei capace di farlo fallo”».

Bello. Il tuo primo giornale?

«A casa si leggeva La Stampa. Le mie firme preferite erano Arpino – penso ad “Azzurro tenebra” – e poi Pansa».

Famiglia cattolica?

«Mia madre mooolto cattolica, elettrice della Dc. Mio padre, figlio di ferroviere, ha sempre detto di votare Pci».

Il tuo primo articolo scolastico, di calcio, sul mitico Alessandria.

«Il titolo era: “L’Alessandria non si discute, si ama”. E piacque molto».

Ma tu sei del Toro!

(Ride). «Vero, ma la traccia era quella. Presi coraggio e iniziai a scrivere, durante l’estate, per il settimanale diocesano L’Ancora».

Eri ancora minorenne!

«Sì, ma già facevo inchieste su contadini vinicoli, vendemmie, raccolti».

Non eri alto.

«Macché: a pallacanestro mi chiamavano “il puffo”, ero praticamente un nano. Sempre sbeffeggiato per altezza, voce, volto glabro. Fattezze indefinite».

Però aumenti le collaborazioni.

«Riuscivo, con qualche acrobazia, a piazzare degli articoli sulle due riviste della città, Il piccolo e G7».

Degli alessandrini Pansa ricordava, con perfidia, che sono «mandrogni», ovvero un po’ intrallazzoni.

«In questo Pansa esprimeva campanilismo “casalese”. Io mi sento pienamente piemontese, ovvero rappresentato dall’eterno adagio: “Esageruma nén”».

«Non esageriamo». Ma se la tua carriera e la tua tv sono nel segno iperbole!

«È una maschera. Ma nell’intimo sono molto più modesto e parco di quel che si possa pensare».

Quindi per te l’eccesso, i titoli choc, i primi piani distorti, gli urli in telecamera…

«È un modo per comunicare».

Eri secchione: maturità 60 sessantesimi.

«Sì, ma con spirito socializzante»….

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