Financial Times: effetto Ucraina, gli Usa vogliono diventare il primo produttore di petrolio

Biden ha annunciato il più grande impiego di riserve strategiche di greggio mai realizzato nella storia americana. Il suo obiettivo è rispondere alla crisi dei prezzi dei carburanti entro le elezioni di mid-term. Avrebbe fatto meglio che a usare la crisi in Ucraina per accelerare la transizione ecologica […]

(DI COMITATO EDITORIALE FT – Il Fatto Quotidiano) – Prima la crisi finanziaria, poi la pandemia globale e adesso la guerra in Europa spingono i governi a cambiamenti inediti, che prima sembravano impensabili. L’ultimo in ordine di tempo è stato la decisione degli Stati Uniti di attingere a 180 milioni di barili di greggio dalle loro riserve petrolifere strategiche: il più grande ricorso alle scorte nazionali mai avvenuto nella storia. Tuttavia, la reazione del mercato suggerisce che anche una mossa di così ampia portata potrebbe non essere sufficiente a ridurre la spirale dei prezzi del carburante come era nelle intenzioni di Biden. Sarebbe meglio che il presidente americano usasse la crisi in Ucraina come un’occasione per fare mosse più coraggiose, ovvero accelerare la transizione verso l’energia pulita invece di concentrarsi sulla scommessa politica a breve termine del taglio dei prezzi della benzina.

Un problema della decisione di Washington è che rischia di apparire come disperata, e quindi ottenere il risultato opposto di quello desiderato. Questi sei mesi di utilizzo delle riserve nazionali lasceranno le scorte petrolifere di emergenza più grandi del mondo ai livelli più bassi dal 1984, per di più in una fase in cui l’offerta di greggio è in una situazione di grave instabilità.

Questo 1 milione di barili in più al giorno non basterà a risolvere la crisi, comunque. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha segnalato che la produzione russa potrebbe diminuire di tre milioni di barili al giorno, a causa non solo dell’embargo statunitense sul greggio e delle altre sanzioni stabilite dai Paesi occidentali, ma anche di quella sorta di “auto-sanzione” applicata indirettamente dagli acquirenti cominciano a rifiutarsi di comprare i prodotti russi. C’è anche il rischio che il prolungamento della guerra spinga definitivamente l’Ue a limitare i suoi acquisti di petrolio russo.

Biden ha anche rivelato un piano per fare pressione sui produttori statunitensi e spingerli a pompare di più, imponendo tasse su quelli che non trivellano dove hanno licenze sulle terre federali. Affermare che le scorte torneranno a essere riempite quando i prezzi scenderanno a 80 dollari al barile è un tentativo di fissare un prezzo minimo a lungo termine per il greggio più alto di quello degli scambi futures attuali. Ma gli addetti ai lavori ritengono che gli azionisti potrebbero cercare prezzi ancora più alti prima di portare i nuovi flussi a regime. Ci sono poi dei vincoli oggettivi all’aumento della perforazione americana da considerare, non da ultimo la carenza di materiali, mezzi e uomini per comporre le squadre addette al fracking (la perforazione idraulica delle rocce).

Se gli Stati Uniti intendevano scalare posizioni per diventare il produttore di greggio più importante del mondo, in realtà il loro annuncio potrebbe avere l’effetto di rinforzare ancora di più il peso dell’Opec. Secondo le stime, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti insieme avrebbero una capacità inutilizzata di oltre 2 milioni di barili al giorno. Ma il cartello mediorientale si è mantenuto prudente rispetto alla guerra e non ha dato seguito alla richiesta di Biden di aumentare l’offerta.

Il problema degli Usa in questo momento è che l’imperativo di politica interna di abbassare i prezzi della benzina si scontra con la rigidità dei rapporti con l’Arabia Saudita dovuta alla condanna delle violazioni dei diritti umani da parte di Riad, tra cui spicca l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. I sauditi ritengono di avere ora un’opportunità per chiedere agli americani di allentare la pressione, ma per ora Washington tiene duro.

La Casa Bianca affronta anche un altro dilemma. Biden ha cominciato il suo mandato assumendosi l’impegno di portare avanti una politica vigorosa sul clima, ma rischia di perdere entrambe le camere del Congresso alle elezioni di mid-term di novembre. Il balzo del 50% dei prezzi della benzina in un anno fa arrabbiare soprattutto gli elettori repubblicani. Così, mentre i leader europei stanno studiando un modo per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi russi, l’amministrazione Biden è costretta a concentrarsi soprattutto sul petrolio e sugli interventi per alleggerire le accise sulla benzina, che danno sollievo l’offerta ma dall’altro stimolano il consumo di carburanti.

Biden ha fatto ricorso a una legge sulla difesa nazionale che risale all’epoca della guerra fredda per aumentare la produzione di metalli per le batterie dei veicoli elettrici. Il presidente Usa parla ancora di porre fine alla “dipendenza dal petrolio” degli Stati Uniti, ma i suoi appelli ormai sono stati offuscati dalle promesse di abbassare i costi della benzina.
Una strategia più saggia sarebbe stata promuovere un passaggio all’energia pulita come priorità di sicurezza nazionale, mettendo così i repubblicani sulla difensiva. Ma in ogni caso per chiudere la lunga storia d’amore dell’America con le automobili servirà di più dei quattro anni di un mandato presidenziale.

Fonte: FT.com

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Traduzione di Riccardo Antoniucci