Senza vergogna

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – In margine a un mio post  nel quale illustravo le motivazioni di tre iscritti eccellenti al partito della guerra, alcuni commentatori sopresi e delusi dalle esternazioni di Joan Baez che sogna un valzer hesitation con Zelensky  e del partigiano ucraino Erri De Luca, non si dicevano invece stupiti per le dichiarazioni di principio di Sergio Cofferati (quihttps://ilsimplicissimus2.com/2022/04/02/lorgoglio-del-rincoglio-161475/).

A guardare la sua carriera di segretario della Cgil dal 1994 al 2002, quasi un decennio segnato dalla progressiva abiura del mandato, dalla consegna di una generazione alla precarietà, dal collaborazionismo con gli industriali rappresentato dall’adesione allo slogan siamo tutti sulla stessa barca, dall’abuso cinico della reputazione del sindacato (che gli ha permesso di effigiarsi con l’onorificenza di un milione di cittadini al Circo Massimo) che con lui e dopo di lui ha perso ogni contatto con il mondo del lavoro e facendo propri i dogmi più criminali del liberismo: per favorire l’occupazione bisogna licenziare, per promuovere lo sviluppo occorre rimuovere gli ostacoli alla libera iniziativa a cominciare dalle garanzie a dai diritti, non potevamo aspettarci di meglio.

A guardare alle sue prestazioni in veste di sindaco di Bologna dal 2004 al 2009, incarnazione di quei podestà “rossi” che hanno anticipato i canoni dell’ordine pubblico convertiti in legge dal duetto Minniti-Salvini, si capiva che la sua idea di sicurezza prevede il taser in città e la Nato in Europa a mantenere il decoro secondo le regole occidentali.

L’incarico di europarlamentare svolto dal 2009 al 2019, non lascia dubbi sulla sua fede incrollabile che nulla fa tentennare, siano la corsa agli armamenti e la partecipazione a campagne belliche di aggressione perfino nel cuore del continente, sia la delirante compartecipazione al conflitto della Nato e alla sanzioni che proprio il più deboli e esposti dei partner stanno già scontando.

Ciononostante io invece  mi stupisco sempre della spregiudicatezza spudorata di questi senza vergogna, che dolcemente immemori dei loro fallimenti e dei loro tradimenti sono sempre alla ricerca dei veri responsabili della fine della Sinistra, dell’eclissi della Ragione, della disfatta della lotta di classe  tra i giovani che non hanno voglia di studiare, i trentenni che non hanno voglia di lavorare per 500 euro al mese, tra le donne che non hanno voglia di fare figli per la patria,  i vecchi che non hanno voglia di togliersi di torno con notevole risparmio per lo stato, i fragili che non vogliono vaccinarsi e occupano le terapie intensive, i cinquantenni che non si sono aggiornati per raccogliere le sfide della modernità e si lagnano per la loro meritata emarginazione.

Una volta gente così si sobbarcava la fatica dell’ipocrisia per mantenere la propria reputazione macchiata dall’infedeltà al mandato e al dovere di testimonianza, mentre adesso pare che non ci meritiamo neppure questo piccolo sforzo reso superfluo da quando non esiste più il problema del consenso: non devono essere votati grazie alla sostanziale sospensione della democrazia cominciata ben prima delle misure emergenziali perenni, il rinnovo delle tessere è automatico e influenzato da svariate forme di ricatto la prima delle quali è offerta dalle opportunità di godere dei servizi di un sindacato ridotto a “patronato” e piazzista delle opportunità del Welfare aziendale.

L’informazione ha ridotto il suo ruolo investigativo e di denuncia alle performance erotiche delle presidi, quello di condivisione di notizie e dati accertati alla manipolazione e ostensione di materiali d’archivio manomessi e alla pubblicazione dei bollettini di guerra della Nato. E l’opinione pubblica, che sostanzialmente coincide con i sudditi del G7 e quindi ammonta all’incirca al 10 per cento della popolazione mondiale, non è neppure misurata sui like, ma semplicemente sulla frequentazione di un prodotto comunicativo o commerciale a conferma che ormai l’unico status riconosciuto a quelli che un tempo erano cittadini, poi consumatori e clienti, è quello di “dati”.

A gente come   Cofferati perito diplomato all’università della vita che odia il pensiero divergente che costituisce una minaccia e un rischio per quello monolitico, non riconoscendone l’autorità precostituita, piacerebbe che si costituisse un grande blocco conformista, modellato sul format dei democratici americani, dei labour party nordici, quelli che hanno imparato a addomesticare la bestia populista con l’elargizione di qualche concessione del riformismo neoliberista a cominciare dai diritti di “relazione”, in sostituzione di quelli fondamentali cancellati.  Ma siccome la natura primitiva e infantile degli italiani è proverbiale,  tocca ricorrere alle maniere forti per debellare indole ribellista e indolenza antropologica, svolgendo una missione educativa e una persuasione sociale e morale che a volte è obbligatorio che sia energica.

A volte ascoltando i pochi che ancora rappresentano il dissenso purtroppo spontaneista e non organizzato, si capiscono i limiti della loro lodevole militanza, quando non collocano le loro battaglie nell’ambito più vasto della lotta antisistema, che è quello che temono davvero i poteri dominanti, che tollerano il conflitto solo quando diventa guerra  di generali   che la conducono come un war game nel quale a patire sono i soldatini di piombo, le popolazioni nello sfondo come le figurine del presepe.

Proprio vero lo scontro di classe si muove alla rovescia come l’odio, e difatti venerabili maestri, pensatori illuminati, opinionisti a libro paga dell’oligarchia che in occidente si chiama élite e viene celebrata per generosità e competenza, ci odiano. E ci temono, tanto che un caposaldo delle loro politiche è annientarci, non basta più farci schiavi, controllarci, selezionarci per mettere ai margini eretici e critici molesti. È più sbrigativo annichilire ogni resistenza riducendoci a quel giusto livello di necessità, fame, instabilità, precarietà e insicurezza che non fa conoscere e riconoscere diritti, libertà, autodeterminazione, promossi a lussi inarrivabili.

Dopo due anni di mito pandemico, adesso riconfermano l’utilità di semplificare, ridurre tutto all’essenziale dei bisogni primari che dobbiamo soddisfare. E’ proibito interrogarsi e interrogare, chiedere conto e soprattutto inquadrare quello che accade nella complessità della storia, trastullo concesso a pochi studiosi accuratamente selezionati incaricati di esprimersi in merito all’eterna pugna tra Bene e Male ridotta ai minimi termini dell’istantaneità dinamica: chi invade e chi è invaso, chi contagia e chi si ammala e muore, chi riporta dati “ufficiali” e dice la verità e chi partecipando dell’ignoranza e della falsificazione propaga bugie destabilizzanti.

Si spiegherebbe così che una nazione mite, venga presentata dal suo ceto dirigente e dalla stampa come animata  da pulsioni di guerra, rivelando un cuore di tenebra legittimato dall’impegno prioritario a costo di ogni sacrificio di difendere in armi un modello sociale esportato con lacrime e sangue, i suoi principi e valori. In verità quel cuore di tenebra era affiorato in anni di xenofobia autorizzata e di razzismo a norma di legge contro gli “altri” stranieri o trasgressori degli standard minimi del decoro e del bon ton sociale, di clientelismo e familismo assurti a pratiche autodifensive a tutela degli interessi particolari dalla macchina infernale della burocrazia.

Adesso i nodi vengono al pettine, anche con tutte le rinunce commesse in nome dell’austerità punitiva dei nostri costumi sconsiderati, con i sacrifici raccomandati in nome di un progresso uniforme grazie al quale poteva piovere su di noi un po’ della polverina d’oro, siamo schiacciati come formiche in un mondo che non ci piace, sempre in pericolo, sempre impauriti e ricattati, retrocessi a condizioni di fame, servitù, timori ancestrali.

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