Far entrare Kiev nell’alleanza atlantica non è mai stata un’opzione per Zelensky

(Andrea Mainardi – startmag.it) – Che passare sotto l’ombrello Nato fosse non solo una pessima idea, ma l’opzione più dannosa per l’Ucraina, non senza ambiguità, Volodymyr Zelensky lo aveva tutto sommato chiaro due anni fa. Una linea che lo contrapponeva al suo predecessore – e sfidante alle urne del 2019 – Petro Poroshenko.

Zelensky domina la scena elettorale annunciando riforme e lotta dura alla corruzione. “Ma non poco peso ha avuto anche la promessa, gestita con astuzia in chiave di interesse nazionale e mai del tutto esplicitata nei tempi e nei modi, di far uscire il paese dal vicolo cieco in cui l’aveva cacciato, anche per necessità, la politica vetero-atlantista di Poroshenko”, è il giudizio di Fulvio Scaglione in un denso articolo del giugno 2020 per Limes (“Qualcosa di nuovo sul fronte ucraino”).

L’ex presidente Poroshenko diceva all’Occidente: aiutateci e l’Ucraina sarà il primo baluardo contro la Russia, nostro comune nemico. “Un patto che portava con sé, compreso nel prezzo, l’ostentato desiderio di aderire alla Nato”.

Probabilmente anche gli ucraini in quel momento non erano troppo certi della totale bontà del progetto. Nonostante l’importante aiuto americano alle spese militari da garantire: armi, attrezzature e 300 milioni l’anno sborsati a favore di Kiev per sostenere l’impegno nel Donbas.

Ad una adesione alla Nato dell’Ucraina guardavano probabilmente con scetticismo gli angeli custodi del paese in Europa, Francia e Germania. Non a caso i più critici verso l’Alleanza Atlantica.

Per la maggioranza dei principali attori in scena il punto da salvaguardare era piuttosto cercare un nuovo equilibrio con la Russia di Vladimir Putin. Presentare al Cremlino un certificato di matrimonio tra Ucraina e Atlantico non poteva che scatenarne l’ira.

A proposito di Nato, osservava Scaglione, si tratta di “una miscela di Dio (si veda la nascita della Chiesa ortodossa autoctona, tanto cara a Poroshenko), patria ed esercito, che poteva piacere all’Alleanza Atlantica ma che aveva come unico orizzonte certo il conflitto permanente con la Russia.

Dopo 14 mila morti, un milione di sfollati, tre milioni e mezzo di persone bisognose di assistenza umanitaria e una parte vasta della popolazione in povertà o quasi (secondo alcune stime, addirittura il 60%), non c’è da stupirsi che gli ucraini abbiano deciso di voltare pagina”.

Infatti Poroshenko esce dal voto travolto dal 73% di Zelensky. L’oligarca e industriale del cioccolato è battuto dall’ex attore che in campagna elettorale ha fatto chiaramente capire di voler trattare con la Russia. “Ripetendo, certo, il mantra sulla Crimea e sul Donbas da liberare, ma mettendo la prospettiva di un accordo, e non di una vittoria militare, alla base del programma”.

Una disponibilità – scriveva Limes nel 2020 – che ha stanato il Cremlino, “costringendolo a reciprocare”. Ci sono stati scambi di prigionieri. Nel dicembre 2019, a Parigi, sotto l’egida di Macron e Merkel, Zelensky incontra Putin. Ne esce una tregua che va avanti diversi mesi. “Piccoli passi avanti, certo – sottolinea Scaglione –.Ancora lontana un’intesa sullo svolgimento delle elezioni nell’Ucraina dell’est, un capitolo fondamentale degli accordi di Minsk 2. Ma non sarebbe giusto sottovalutare il lento riavvicinamento tra le parti”.

Anche Putin compie gesti. A febbraio 2020 nomina suo inviato speciale nei colloqui con Kiev e con le repubbliche separatiste filorusse del Donbas, Dmitrij Zozak. Zozak – fedelissimo di Putin – prende il posto dell’intransigente Vladislav Surkov. “Una delle mosse russe che facevano prefigurare un diverso atteggiamento verso le questioni aperte con l’Occidente”, scrive su Limes l’ex vicedirettore di Famiglia Cristiana.

È un momento che appare favorevole, lontanissimo dalla catastrofe del 24 febbraio 2022.

Zelensky del resto ha tra l’altro ben chiaro quanto sia centrale la questione russa per la stabilità politica e sociale. Per non parlare dell’aspetto economico. Riporta Scaglione: “Ancora nel 2019 gli investimenti diretti russi in Ucraina ammontavano a 220 milioni di dollari, preceduti solo da quelli olandesi (438 milioni) e da quelli provenienti da Cipro (761 milioni) che, come tutti sanno è una delle piazze preferite dagli oligarchi russi”.

Zelensky sapeva anche che deve tenere a bada due anime interne. Che sono, analizzava Limes: “Quella ultranazionalista, antirussa, intransigente e combattiva, che ha accettato la sua irruzione sulla scena politica, ma non è disposta a fare sconti. E quella che ha sostenuto con più convinzione la sua cavalcata alla presidenza, che chiede pane e riforme, lotta alla corruzione e benessere”.

Per farcela, il presidente deve tra l’altro affrontare con decisione la politica internazionale. Al netto di alcune turbolenze con Donald Trump – almeno per la sua esuberanza dialettica decriptata via telefonate di effervescenti giudizi sui paesi europei; giudizi guasconi ai quali il giovane Zelensky non ha saputo replicare con immediatezza – e imbarazzanti rapporti con Hunter Biden, figlio di Joe, osservava Scaglione che “il rapporto con gli Stati Uniti resta essenziale”.

Sullo sfondo, rimangono, ammiccanti, le sirene atlantiche.

È materia da maneggiare con cura. Poroshenko aveva molto spinto sull’adesione dell’Ucraina alla Nato, quale strumento di difesa del Paese dalle mire dei russi. Del resto, stando a un sondaggio dello scorso dicembre, il 54% degli ucraini vorrebbe associarsi.

Ai tempi Poroshenko si è allineato da un pezzo all’analisi di molti policy makers occidentali, convinti che l’obiettivo del Cremlino fosse, dopo la Crimea, l’annessione anche del Donbas. Previsione azzeccata, vista da chi ha assistito alle prime settimane 2022. Ma ai tempi?

Osservava Scaglione nel giugno 2020: “Pochi hanno considerato che le mosse di Putin del 2014 avevano una funzione soprattutto difensiva. Mosca non poteva accettare che, in seguito al regime change realizzato a Kiev, la Nato si insediasse nei porti della Crimea”.

Per il Cremlino, ragione politica del Donbas non è “diventare un’estensione del territorio della Federazione Russa ma esercitare una pressione sul governo di Kiev in funzione anti-Nato. Non a caso Mosca insisteva tanto sugli accordi di Minsk 2.

Essi prevedono uno statuto speciale, all’interno di un’Ucraina federale, per i territori dove i russi etnici sono maggioranza. Il che offrirebbe alla Russia uno strumento privilegiato, e del tutto legale, per influire sul futuro processo decisionale del governo ucraino”. Concludeva Scaglione: “Zelensky sa che se se vuol ottenere qualcosa di positivo sulla Crimea e sul Donbas, tutto deve fare tranne che premere sul pedale dell’adesione ala Nato”.

Macron e Merkel, i più vicini a Kiev, sono nel 2020, i leader in Europa, forse nel mondo, più tiepidi verso la Nato. Riassumeva Limes: “Macron sogna l’esercito europeo e dell’Alleanza atlantica ha addirittura decretato la morte cerebrale. Merkel porta come medaglie gli strali che Trump regolarmente le lancia, accusandola di non voler spendere per l’alleanza e così di sabotarla dall’interno”.

Francia e Germania collaborano economicamente con l’Ucraina. Come elenca Limes. Sono state tra i principali fautori dell’accordo di libero commercio tra Unione Europea e Kiev varato nel 2016. Gli investitori tedeschi hanno riversato in Ucraina quasi due miliardi di euro. Oltre duemila aziende tedesche si erano insediate in Ucraina, dando lavoro a più di 600 mila persone (più di 30 mila nel solo settore automotive).

Il mercato tedesco ha offerto alle esportazioni ucraine un ottimo sbocco, soprattutto nei settori del tessile, dei metalli, della chimica e dei prodotti agricoli. L’export verso la Germania poteva crescere di un altro 35%. Insomma: c’erano interessanti prospettive per il paese che, secondo le stime della banca mondiale, con poco più di 2.500 dollari (dati pre invasione russa), ha il reddito pro capite più basso d’Europa. La Francia sopperisce con un più vistoso attivismo politico, come il promettente incontro all’Eliseo tra Zelensky e Putin a fine 2019 ha fatto capire.

Due anni fa si poteva affermare “che nessuno tra Russia, Germania, Francia e Ucraina ha interesse a fomentare il conflitto. Né direttamente, né per interposta Alleanza Atlantica. La Russia, che ha bisogno dei mercati europei, vorrebbe approfittare del varco che si è aperto tra le due sponde dell’Atlantico”.

Allora che succede? Scaglione ricordava che tra le più recenti e clamorose iniziative della Casa Bianca in polemica con il Cremlino, ci sono il ritiro unilaterale del trattato sul nucleare nel 2019, poi nel 2020 da quello Open Skies. Alla Casa Bianca c’è Donald Trump.

L’Europa torna potenziale terreno di scontro. In quei giorni il vice ministro degli esteri russo, Sergei Ryabkov, incontra il giornalista di Limes. È durissimo nei confronti degli States, sottolineando la riduzione del continente a base del riarmo nucleare della Nato. “Ma – ricorda Scaglione – ha anche ammesso che in alcune capitali europee si sviluppa una nuova sensibilità alla situazione e quindi una diversa volontà di partecipare a un eventuale processo di distensione”.

In quel varco, però, la Russia potrà inserirsi solo quando smetterà di essere considerata un fattore destabilizzante per la pace europea e, in concreto, accetterà il fatto che l’Ucraina, come dice il World Factbook della Cia, è ormai completamente e definitivamente Europa. “Per tornare a pieno titolo in Europa, insomma, la Russia dovrà passare per l’Ucraina. Come sempre, del resto”. Alla fine ci è passata. Con le armi.

Scriveva Limes che finché la Russia percepirà Kiev come una capitale allineata con il nemico, Mosca non concederà nulla a nessuno. Ma per il Cremlino – notava Scaglione – “il nemico non è l’Europa, almeno non tutta, e nemmeno gli Usa in sé, ma il coacervo di interessi politici e industriali che la Nato incarna”.

È in questo puzzle – ora esploso con l’invasione russa –, che già allora l’Ucraina rischiava, per Limes, di diventare uno dei banchi di prova della tenuta della stessa Unione Europea. E questo mentre infuria(va) lo scontro tra Cina e Usa e l’Europa veniva strattonata da entrambi.

2 replies

  1. “Far entrare Kiev nell’alleanza atlantica non è mai stata un’opzione per Zelensky”
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    17 febbraio 2022
    Ucraina, Zelensky alla Bbc: adesione Nato per noi irrinunciabile
    https://www.askanews.it/esteri/2022/02/17/ucraina-zelensky-alla-bbc-adesione-nato-per-noi-irrinunciabile-pn_20220217_00085/

    irrinunciabile
    /ir·ri·nun·cià·bi·le/
    aggettivo
    A cui non si può o non si vuole o non si deve in alcun modo rinunciare.
    “diritti i.”
    ESTENS.
    Di cui non si può fare a meno, indispensabile, insostituibile.
    “la libertà è un bene i.”
    Origine

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