Non può esserci libertà di pensiero se ogni critica viene criminalizzata

Nei dibattiti tv le voci dissonanti sono emarginate. Così si mette a rischio la democrazia.

(Ginevra Cerrina Feroni – laverita.info) – Esiste ancora il piacere/arte di un confronto dialettico tra posizioni ideologiche divergenti o confliggenti? O dobbiamo considerare obsoleto, moribondo o morto questo iter interattivo tra tesi o principi contrapposti? Un confronto dialettico che da Socrate a Platone in poi è stato inteso come strumento ineludibile di indagine della verità. I greci consideravano la dialettica come una vera e propria arte, sostenuta dalla abilità a definire una propria tesi, ad ascoltare quella altrui, a convincere l’altro, fino a fare trionfare la propria verità.

Partiamo dal presupposto che il confronto dialettico non può esistere senza libertà di espressione. Nei sistemi democratici la libertà di espressione è collocata alle basi dell’ordito costituzionale, a differenza di ciò che accade nelle forme di Stato autoritarie o totalitarie.

Il nesso tra libertà di espressione e democrazia è, dunque, strettissimo, tanto che la democraticità di un ordinamento è da intendersi come direttamente proporzionale al grado in cui la libera manifestazione del pensiero viene riconosciuta e concretamente attuata. Libertà di pensiero che è anche libertà di dissenso e di critica. I maestri del diritto costituzionale insegnano che la ratio dell’art. 21 Cost. è infatti proprio quella di garantire la libera espressione anche di idee minoritarie e in controtendenza. La ricchezza di una discussione pubblica è tale in quanto può accogliere anche punte estreme, le quali, se del caso, potranno essere smontate con la capacità persuasiva di argomentazioni in grado di mettere in luce le eventuali contraddizioni, senza censure o silenziatori.

Dunque, di fronte al quesito se possa sussistere ancora questo «privilegio» di potere esprimere liberamente posizioni incompatibili rispetto ad un conformismo narrativo dominante, la risposta è, purtroppo, negativa. Lo si è visto negli ultimi anni e su vari fronti. Numerose sono state le tematiche oggetto di un dibattito pubblico a forte impatto, ma sembra che il cliché per affrontarle sia rimasto sempre il medesimo, ovvero spengere qualsiasi spunto critico che possa indebolire la tesi dominante. Tutto ciò si manifesta in maniera ancora più esplicita nei talk show televisivi dove si è ormai creata una coazione a ripetere uno schema ben collaudato e che fa audience: un attacco concentrico e compatto di più opinionisti portatori di una medesima veritas avverso l’ospite di turno che tenta di esprimere un qualche messaggio dissonante rispetto al racconto ufficiale al quale non è ammesso derogare. Multiformi le modalità procedurali: psichiatrizzazione, criminalizzazione, ridicolizzazione, banalizzazione, accuse di incompetenza e sentenze inappellabili di condanna etico-morale. Il tutto si consuma in una brutale immediatezza che non consente repliche. Una modalità di fare informazione che sta, davvero, superando il limite della tollerabilità.

Così muore la dialettica e, similmente, il diritto costituzionale alla libertà di espressione che è libertà prima di tutto del pensare, cioè di sviluppare un pensiero e un ragionamento. Avanza un processo inesorabile di infantilizzazione delle
coscienze come si fa con i bambini che pongono troppe domande impertinenti. Interessante ricordare alcune narrazioni pubbliche portatrici di ferree veritates che hanno attraversato gli ultimi anni della nostra storia, poi rivelatesi molto deboli e, in alcuni casi, anche disconosciute proprio da chi ne era stato il più accanito sostenitore. Tematiche come magistratura politicizzata, sovranità, immigrazione, vaccini, green pass ed oggi, ancora più cruciale, il tema della guerra. Chi si dichiara contrario all’invio da parte dell’Italia di armi belliche di vario tipo al popolo ucraino, e diversamente invoca soluzioni diplomatiche, viene solo per questo automaticamente etichettato come un degenere sostenitore dell’aggressione russa e nemico della resistenza del popolo aggredito. Dovrebbe fare, invece, riflettere il tweet di papa Francesco: «(…) Basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace!» (27/3/2022).

Ma a fronte di quanto sta avvenendo nel contesto politico-culturale italiano, è ragionevole supporre che questo trend avrà ancora vita lunga. Purtroppo.

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