Non tanto paradossalmente, Netanyahu ha tirato un sospiro di sollievo di fronte al rifiuto di Hezbollah di riconoscere l’accordo di tregua. E per Trump ed il suo tentativo di tenere separata la guerra in Libano da quella all’Iran è un duro colpo

(Renzo Guolo – editorialedomani.it) – Il tentativo di Donald Trump di tenere separata la guerra in Libano da quella all’Iran subisce un duro colpo. Come prevedibile, Hezbollah ha rifiutato, per voce del suo stesso leader Naim Qassem, di aderire al nuovo cessate il fuoco raggiunto tra Libano e Israele. Una tregua, quella concordata a Washington, imposta non senza fatica dagli Usa al recalcitrante leader israeliano, al quale, in una burrascosa conversazione a distanza, il presidente Usa ha dato del «pazzo» per il suo intento di tornare a far divampare lo scontro con il Partito di Dio anche a Beirut. Decisione che avrebbe mandato in frantumi il negoziato tra Washington e Teheran: un rischio, in vista delle forche caudine di Midterm, Trump non è disposto ad avallare.

Un altolà, quello pronunciato dal successore di Nasrallah, che mostra come vacilli il tentativo americano di elidere la strategia iraniana dei “fronti convergenti”, che punta a una soluzione complessiva per porre fine alla “guerra imposta” di Israele e Usa all’Iran, e a quella israeliana contro Hezbollah. Così, oltre a Hormuz e l’uranio, torna a aleggiare sulla conclusione del conflitto iniziato il 28 febbraio il sin troppo concreto fantasma libanese. O meglio, quello dell’influenza politica e del peso militare esercitato nel Paese dei Cedri dal partito-guida della comunità sciita stretto alleato di Teheran.

Per Netanyahu, premuto dal bellicismo oltranzista dei suoi alleati dell’estrema destra messianica, Ben Gvir e Smotrich, il no di Qassem all’accordo siglato in riva al Potomac – che prevede il disarmo della milizia islamista e il suo ritiro a sud del Litani, contro il “progressivo” ritiro dell’Idf dalle zone occupate – è un sollievo. Israele aveva, comunque, ottenuto da Trump la possibilità di rispondere militarmente ogni qualvolta sentisse minacciata la sua sicurezza, concetto che Tel Aviv interpreta sempre in maniera estensiva: ora il rifiuto del Partito di Dio, non pronunciato certo senza l’avallo di Teheran, che reclama il ritiro dell’Idf sulle posizioni occupate prima della Guerra dei Quaranta giorni, gli consente nuovamente di invocare mano libera e sussurrare nuovamente a The Donald che i due fronti sono davvero uniti e occorre sgominarli militarmente entrambi.

Una strategia che, anche venisse applicata al solo teatro libanese, manderebbe all’aria la conclusione del conflitto con l’Iran. Teheran, infatti, non può e non vuole abbandonare la linea dei “fronti convergenti”, che consente di mostrare solidarietà ai confratelli sciiti libanesi intervenuti prima fianco di Hamas, poi accanto alla Repubblica islamica sotto attacco. Se lo facesse, non potrebbe più esercitare alcuna influenza esterna, già intaccata dal ridimensionamento dei suoi proxies. Eppure Trump ha cercato di separare quello che non poteva essere separato e di concludere un accordo con uno Stato libanese che non ha la forza per procedere al disarmo di Hezbollah: se lo facesse, la guerra civile su base confessionale riesploderebbe all’istante.

Il negoziato tra Israele e il Libano senza Hezbollah, senza il partito-guida della comunità maggioritaria del Paese dei cedri, uno schema all’“irlandese” monco dell’attore più deciso del conflitto, è parso, così, un tentativo di comprare tempo: nell’intento di giungere, comunque, a un’intesa con Teheran, che avrebbe poi “consigliato” moderazione al Partito di Dio. Ma in contesto in cui tutto si tiene, simili nodi, dal complesso e resistente intreccio, non possono essere tagliati gordianamente. Sarebbe bene scioglierli: non tutti, però, hanno l’abilità, la pazienza, l’immaginazione, per farlo.

Il rischio, per Trump, è che ora Netanyahu e i suoi alleati messianici optino, per far saltare tutto, per quella guerra infinita di cui hanno bisogno per perseguire i loro obiettivi: siano le elezioni o la Redenzione. Strappo che potrebbe rendere le divergenze tra il tycoon e Bibi non solo tattiche.