Il prezzo della farina è aumentato del 60% rispetto allo scorso agosto

(Monica Serra – la Stampa) – L’aumento del costo dell’energia elettrica, del gasolio per i trasporti, la scarsa produzione di cereali nel 2021 a causa della siccità, le speculazioni. Mancava solo la guerra in Ucraina, il “granaio d’Europa” che produce oltre il 40 per cento dei cereali usati in Italia. Così «il prezzo della farina è salito alle stelle, con un aumento del 60 per cento rispetto allo scorso agosto e tanti panettieri che lavorano sulla qualità ora rischiano di chiudere ». 

Stefano Fugazza, panettiere milanese da tre generazioni, con un negozio aperto dal nonno nel 1921, e presidente dell’Unione artigiani di Milano, la definisce la tempesta perfetta: «Stiamo cercando di trattenere il fiato, di non scaricare l’aumento di tutti i costi sulla clientela, ma la quotazione di borsa del grano e quindi il prezzo della farina sembra impazzito. Vendere un chilo di pane a 5 euro al chilo oggi significa lavorare per un caffè al giorno. Decine di colleghi rischiano di scomparire». 

La speranza di tutti è che «la nuova produzione sia abbondante per non gravare sul consumatore a livelli drammatici, parliamo almeno del 20 per cento in più», prosegue Fugazza. A questo si aggiungerebbero «gli agricoltori che un po’ di grano ce l’hanno ancora ma, davanti a questi vertiginosi aumenti delle quotazioni, aspettano il momento giusto per venderlo», e speculare così sul prezzo. «Solo questa settimana il prezzo della farina è aumentato di quasi 10 euro in più al quintale», ragiona Simone Puricelli, che da generazioni fa il rappresentate per conto di quattro mulini lombardi. 

«Ma anche i mugnai stanno cercando di contenere il più possibile i prezzi, almeno in base ai vecchi contratti e nonostante la carenza della materia prima anche a causa delle speculazioni. È chiaro che ci stanno rimettendo». Quel che poi, per Puricelli, pesa sulle produzioni in maniera sproporzionata è «il costo dell’energia che si è quadruplicato: qui è in ballo un intero settore». A risentire della situazione è tutta la filiera. 

Carlo Bava, mugnaio da sette generazioni, che ha un piccolo mulino ad Abbiategrasso, prova a puntare tutto sulla qualità e sul rapporto con i clienti: «Uso soprattutto grano canadese, e quello per fortuna non manca. Ma bisogna vedere quanto costerà all’arrivo della prossima nave». La speranza è «nel prossimo raccolto, che sia buono e non scarso come nel 2021». Per quanto riguarda le produzioni nazionali – spiega Bava – i costi si sono raddoppiati: «Al raccolto dello scorso anno, il grano costava 200 euro a tonnellata. Ora siamo arrivati 400. La verità è che nessuno poteva prevedere una situazione del genere».

1 reply

  1. una volta speculazione si chiamava BORSA NERA
    ora si chiama MERCATO FINANZIARIO GLOBALE
    ha… le parole…

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