Nidi gratis, zero tasse e favori. Così i sindaci acchiappavoti fanno fallire i Comuni

(di Milena Gabanelli e Andrea Priante – corriere.it) – Quanto sono fortunati i 900 abitanti di Bioglio! Nel piccolo comune in provincia di Biella, scuola materna e asilo nido sono gratis: ci pensano le casse comunali a pagare i 50mila euro l’anno che chiede la cooperativa per gestirli. Chi ha in affitto una abitazione del Comune non riceve le bollette di luce e gas. Chi non paga le imposte locali, nessuna azione di riscossione, al massimo gli arriva un avviso bonario. E poi: 30mila euro di contributi alla società sportiva, 8mila alla ciclistica, 1.500 euro per portare i biogliesi in gita in Francia. Tutto merito del sindaco Stefano Ceffa, che i cittadini hanno rieletto tre volte di fila, tenendoselo stretto per 15 anni, dal 2009 al 2024. E poi la favola bella è finita, e la realtà ha presentato il conto.

I debiti

Nel 2022 il Comune si ritrova con un buco da un milione di euro. «Ho ecceduto in progettualità e nella fiducia nei confronti di chi gestiva i conti» si giustifica Ceffa. In realtà, dice la Corte dei Contierrori nei bilanci, Iva mai versata, continuo ricorso ad anticipi di cassa. Scatta il piano di riequilibrio finanziario: primi tagli alla spesa, aumentano le imposte.
Nel 2024, la nuova sindaca Lucia Acconci scopre altre 3.500 fatture non pagate: i debiti salgono a 1,9 milioni. Troppi per pensare a un piano di rientro. E infatti nel 2025 il Comune dichiara fallimento. Chiude l’asilo, le tasse locali salgono al massimo, fine dei contributi alle associazioni, si rinuncia al vigile urbano. Non ci sono i soldi nemmeno per le pulizie del municipio, le fanno sindaca e vicesindaca, e a quelle dei giardinetti ci pensano i volontari. A marzo 2026 arriva il commissario liquidatore che ha pieni poteri per vendere i beni pubblici e rinegoziare i debiti coi creditori. Intanto, indaga la procura di Biella: l’ex sindaco Ceffa, il suo vice, un ex assessore sono indagati per falso ideologico, l’ex responsabile del settore finanziario è accusata di truffa.

I Comuni in crisi

Oggi sono 1.024 i comuni italiani con i conti in rosso. Quelli messi peggio devono adottare un piano di riequilibrio (D.L. 10 ottobre 2012, n. 174) o dichiarare il dissesto (D.L. 2 marzo 1989): in tutto sono 484. Finora, il 63% di queste crisi finanziarie si sono concentrate nelle città di Sicilia, Calabria e Campaniama neppure il Nord è immune (il 9,4%), e negli anni hanno coinvolto anche città benestanti come Alessandria, Imperia, Savona, Segrate. I motivi per cui si riducono così vanno dall’incapacità di riscuotere le imposte locali al clientelismo, dagli investimenti sbagliati alle infiltrazioni criminali, ma un ruolo lo giocano anche i ritardi e i tagli ai trasferimenti da parte dello Stato. Succede anche che i sindaci del presente paghino colpe di una passato non loro, come a Castellaneta (Taranto), che solo ora sta uscendo da un decennio trascorso strozzato dalla condanna a risarcire le famiglie dei morti nel crollo di una palazzina avvenuto 41 anni fa; o a Briga (Novara) che ha dovuto affrontare un piano di rientro per ripagare i danni di un incidente stradale del 1988. Capita a grandi città che si ritrovano con buchi giganteschi (come Potenza, alle prese con un disavanzo da 84 milioni di euro), e a paesini per poche migliaia di euro.

Se i conti non tornano

Attualmente i Comuni in riequilibrio sono 256: è l’ultima spiaggia prima della bancarotta. Il consiglio comunale deve varare un piano di rientro in 5-20 anni da sottoporre alla Corte dei Conti e al ministero dell’Interno, prevedere l’aumento delle entrate (alzando le imposte), e la riduzione delle spese, che significa riduzione dei servizi.
Comuni in dissesto invece sono 228. In questi casi si dichiara fallimento e il presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell’Interno, nomina un commissario liquidatore che, per saldare i debiti, aumenta al massimo i tributi, vende il vendibile, ed elimina tutti i servizi non indispensabili.

Ci rimettiamo tutti

Per legge gli enti locali devono inseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio. Se non ci riescono, i primi a rimetterci non sono soltanto i 7,9 milioni di italiani che vivono nei comuni in crisi finanziaria, che vengono tartassati, ma anche tutti noi. I debiti di questi comuni (verso aziende, partecipate, altri Comuni, cui si sommano gli obblighi di accantonamento) ammontano a 8,1 miliardi. I liquidatori propongono ai creditori di accontentarsi del 40-60%. C’è chi si accontenta e chi fa causa, e quando l’ente locale non ce la fa, tocca allo Stato.
I conti, per Dataroom, li ha fatti l’Istituto per la finanza e l’economia locale (Ifel). Dal 2020 a oggi:
a) 2,3 miliardi, è il nuovo fondo istituito nell’ultima manovra finanziaria del governo, che servirà in gran parte proprio per coprire le condanne dello Stato a pagare i debiti degli enti locali in dissesto.
b) 1,749 miliardi a fondo perduto per sostenere i Comuni medi e piccoli in difficoltà.
c) 1,316 miliardi a fondo perduto per i capoluoghi
d) 1,7 miliardi (a rate, per i prossimi 16 anni) rientrano nei «Patti» per Napoli, Torino, Palermo, Reggio Calabria e Catania.
e) 513 milioni come anticipo di liquidità ai Comuni, che poi dovranno restituire.
Complessivamente lo Stato va in soccorso con 7,6 miliardi. 

Sia chiaro: è doveroso sostenere un territorio in difficoltà. Il problema è che i Comuni assediati dai creditori sono sempre di più, molti non fanno che entrare e uscire da uno stato di crisi all’altro, e una volta su tre finiscono poi per fallire. Un esempio per tutti: Vibo Valentia nel 2013 va in riequilibrio, ma nello stesso anno si arrende e dichiara il dissesto. Nel 2019, mentre il commissario liquidatore è ancora al lavoro, i conti precipitano e l’amministrazione chiede l’approvazione di un nuovo piano di rientro, bocciato dalla Corte dei Conti. Nel 2021, si torna alla procedura di riequilibrio e stavolta si evita il fallimento solo perché, nel 2023, il governo va in aiuto firmando il «Patto per Vibo Valentia» che prevede anche un finanziamento statale da 13,4 milioni.  

La soluzione

Per la Corte dei Conti il sistema non funziona: le istruttorie sono lunghissime e la doppia procedura riequilibrio/dissesto fa più danni che altro; inoltre nei Comuni più piccoli non c’è personale qualificato in grado di gestire le criticità finanziarie e per questo andrebbero sostenuti fornendo loro l’affiancamento di specialisti. Per risanare – sostengono i giudici – serve una «radicale riforma». A parole lo dicono pure il ministero dell’Interno e il Mef, ma questa riforma non arriva mai.

Il quadro normativo necessita di una radicale riforma. Il segmento preventivo è inefficace, statico e penalizzante. Va integrato con un modello predittivo capace di intercettare le crisi prima che queste esplodano

Il Testo unico enti locali (D.Lgs. 267/2000) elenca i parametri-spia che dovrebbero mettere in pre-allerta e far scattare i correttivi (come l’aumento delle tasse o delle tariffe per gli asili nido), ma non sono efficaci anche perché analizzano dati vecchi di due anni. Infatti nel 2026 scatteranno le misure sulla base delle criticità rilevate nel 2024, quando magari nel biennio il quadro è completamente cambiato, tant’è che diversi Comuni si ritrovano in bancarotta prima ancora che scatti l’alert. A febbraio i giudici della Corte dei Conti hanno scritto al Parlamento: la soluzione c’è, dovete usare un modello predittivo che – unendo intelligenza artificiale e indicatori economici aggiornati – vi dica in largo anticipo se, continuando così, una città finirà in crisi. Proprio la Corte dei conti ne sta sperimentando uno, si chiama Modì. Il ministero dell’Interno e il Mef potrebbero farselo prestare…