Gli strani arbitri del Quirinale. Nel gruppo Misto i più corteggiati per salire al Colle

(Pietro De Leo – iltempo.it) – Esistono dei momenti, nel correre fisiologico della democrazia, in cui i quarti d’ora di celebrità, per dirla con Andy Warhol, creano piccole grandi epopee. Buone per il racconto politico e per una mano di colore che interrompe la resa delle ritualità di Palazzo. Ne è un esempio l’elezione del Presidente della Repubblica. Specie quella che si avvicina, dove le compagini dalla tenuta non granitica all’interno di molti partiti e lo scenario incerto rendono fondamentale, in caso di approdo alla quarta votazione, quell’oceano di ribollente di varie umanità, componenti, posizioni, frutto spesso di tortuosi percorsi politici. Insomma, il Gruppo Misto. La cui disamina, al Senato, non può che partire da uno dei protagonisti delle concitate giornate crepuscolari del secondo governo Conte, Lello Ciampolillo. Arrivato trafelato al limite del tempo utile per votare la fiducia, prolungò la vita di quell’Esecutivo per qualche giorno proprio sul filo della sirena. Attorno a quel voto così rocambolesco, e soprattutto alla giustificazione (Ciampolillo sostenne di essersi attardato per soccorrere un piccione ferito) si catalizzò l’attenzione attorno alla biografia del senatore, e ne emersero aspetti succulenti. Tipo la sua convinzione che la xylella possa essere contrastata con trattamenti di sapone e onde elettromagnetiche agli ulivi, oppure quella di poter curare il Covid con la Cannabis. Ciampolillo è un fuoriuscito del Movimento 5 Stelle, così come molti altri senatori del Misto il cui voto torna pesante in queste settimane.

È il caso, per esempio, della pattuglia di Italexit, guidata da Gianluigi Paragone e che vede impegnate due vecchie conoscenze della cronaca politica. Come Carlo Martelli, che fu innalzato alla celebrità, suo malgrado, da un servizio delle Iene che ne rilevò inosservanze della regola interna sulle restituzioni del trattamento economico. Non era l’unico (emersero altri, casi tra cui quello dello stesso Ciampolillo), ma essendo all’inizio della polemica fece assai rumore. Si era in campagna elettorale, e dunque Martelli, già candidato, se non altro si assicurò lo scranno per cinque anni. Chiese scusa ma, ormai, la strada con il Movimento si era definitivamente separata. Nella sua squadretta parlamentare, che agogna l’uscita dell’Italia dall’Europa, siede anche Mario Michele Giarrusso, protagonista pirotecnico della primissima fase muscolare del M5s nelle istituzioni, che si alimentava di contumelie in cui l’avvocato catanese è stato a lungo gran erogatore (vedere al capitolo Giorgio Napolitano). E come non ricordare, in questo mare magnum di fuoriusciti pentastellati passati a nuova vita, Nicola Morra? Ancora presidente della Commissione Antimafia nonostante le richieste di dimissioni per via di ripetute sparate, fu espulso dai pentastellati per la decisione di non votare la fiducia a Draghi. Anche lui, ultimamente, è salito alle cronache per un tema relativo alle indennità. Dopo la fine dell’esperienza grillina, ha richiesto l’assegnazione dell’indennità di carica, cui aveva ligiamente rinunciato.

Poi ci sono alcuni casi di ex M5S il cui cuore batte a sinistra. Molto. È il caso di Matteo Mantero ed Emanuele Dessì. Il primo si è intestato lo sbarco a Palazzo Madama, in solitaria, di Potere al Popolo, movimento che fa capo alla galassia dei centri sociali. Il secondo, invece, resuscitando la sua antica militanza col pugno chiuso, ha dato rappresentanza al Partito Comunista di Marco Rizzo. E poi è impossibile non citare, nell’alveo dei battitori liberi, Gregorio De Falco. Sì, il Capitano Gregorio De Falco. La sua conquista di immaginario collettivo risale a quando, nel naufragio della Costa Concordia, fu in pratica il contraltare di Francesco Schettino cui urlò al telefono di tornare a bordo. Sul piano parlamentare, anche lui è un po’ un fiume carsico. Emerso quando non condivise le politiche del Salvini ministro dell’interno ai tempi del governo giallo-verde (fu lì che levò gli ormeggi dal porto grillino) in ombra nel Conte 2. Di nuovo sugli altari quando i rosso-gialli dondolavano e si procedeva voto per voto al Senato. Ma non è solo composto da pentastellati il succulento granaio di voti del Senato. Da tener d’occhio è, per esempio, la senatrice Sandra Lonardo coniugata Mastella. Eletta nel 2018 con Forza Italia, poi ne uscì, e pareva destinata ad essere una pioniera del partito di Giuseppe Conte, architrave del terzo governo guidato dal professore. Non videro mai la luce, né il primo né il secondo. Altro nome è Ricardo Merlo, fondatore del Maie, Movimento Associativo Italiani all’Estero, è ormai veterano del Parlamento (oltre a quella attuale a Palazzo Madama, ha ben tre legislature alla Camera). Evocato e cercatissimo anche lui quando c’è bisogno di «stabilizzatori».

Poche centinaia di metri ed eccoci alla Camera. Qui non si può non menzionare Sara Cunial, ex pentastellata, no vax convinta che ha sfidato le regole del Palazzo sul green pass. Altro nome è poi quello di Lorenzo Fioramonti, che riporta ai giorni felici ante-pandemia. Era, in quota Movimento 5 Stelle (oggi non ne fa più parte), ministro dell’Istruzione, e già la mattina del giuramento deliziò i palati della polemica proponendo una tassa sulle merendine, rovinosa per lui, per il suo partito e per l’intero governo nascente. E poi ci sono due casi che si collocano agli estremi opposti. Alessio Villarosa, che possiamo annoverare tra i sodali del ribellista autentico Alessandro Di Battista, con le sue suggestioni terzomondiste; e Giorgio Trizzino, medico palermitano che addirittura, ben prima della sua esperienza, oggi conclusa, nel Movimento, conta nella sua biografia una militanza nella Dc e nel Ppi di Mino Martinazzoli. Infine, occhio anche ad alcuni parlamentari di provenienza berlusconiana. Come Claudio Pedrazzini e Stefano Benigni, prima azzurri, poi totiani, oggi indipendenti. E Giusi Bartolozzi, magistrato prestato alla politica che è uscita dal lido berlusconiano non avendo condiviso alcune posizioni sulla riforma della giustizia.

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