Renzi torna in Arabia: conferenza da 1.300 euro a biglietto con ex ministri, Eva Longoria, Afrojack e top model

(Marta Vigneri – tpi.it) – Matteo Renzi volerà negli Emirati Arabi per una conferenza di lusso ed esclusiva. Dopo i viaggi alla volta di Riad alla corte di Mohammed bin Salman e a Dubai, domani e lunedì il senatore di Italia Viva parteciperà al Global Citizen Forum, evento organizzato da una profit canadese dal 12 al 16 dicembre a Ras-al-Khaimah. Il programma degli interventi è riservato, ma il Fatto Quotidiano ha riportato che il costo del biglietto d’ingresso è di 1.300 dollari. Nella lista dei partecipanti visibile sul sito dell’evento compaiono anche l’attrice Eva Longoria, i dj Afrojack e Steve Aoki, l’ex ministro delle finanze egiziano Youssef Boutros-Ghali, il presidente della Colombia Ivàn Duque Marquez, la top model Shanina Shaik, il cantante Wyclef Jean e altri personaggi di spicco del jet set internazionale.

Per partecipare al panel esclusivo, riporta ancora il Fatto, Renzi avrebbe rinunciato a due incontri chiave in vista dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica: avrebbe dovuto vedere il segretario della Lega Matteo Salvini e, a inizio settimana, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Tutto sarebbe stato rinviato per prendere parte all’evento esclusivo “Il futuro in movimento” (“The future in motion”).

Ma i viaggi di Renzi nella penisola araba ormai non sono più una novità: da quasi un anno a questa parte l’ex primo ministro è un habitué dell’area. Risale a gennaio 2021 il viaggio del senatore di Rignano in Arabia Saudita, organizzato nei giorni in cui in Italia si apriva la crisi del governo Conte bis, per partecipare alla “Davos del deserto” della Future Investment Initiative (Fii), organismo controllato dalla famiglia reale saudita di cui l’ex premier siede nel board. Il leader di Italia Viva è tornato in Arabia anche a ottobre scorso, nel giorno del voto in Senato sul Ddl Zan, sempre per tenere fede ai suoi impegni di conferenziere e quindi partecipare a un panel del fondo saudita. A novembre 2021, subito dopo la convention politica annuale della Leopolda di Firenze, Renzi si trovava negli Emirati Arabi, a Dubai, per un evento dedicato al “governo del futuro” a pochi passi dai padiglioni di Expo 2020. Era a Dubai anche a marzo 2021, in viaggio insieme all’amico e presidente di Toscana Aeroporti Marco Carrai.

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  1. I testimoni pagati e il secondo governo per abolire i processi

    Decima puntata: Rieccolo. L’Ulivo gli salva dagli arresti Dell’Utri e Previti, dimenticando il fattore mafia. Lui nel 2001 stravince le elezioni

    (DI MARCO TRAVAGLIO – Il Fatto Quotidiano) – 1998. David Mills, l’avvocato d’affari inglese che alla fine degli anni 80 ha costruito il “comparto B” della Fininvest all’estero, utilizzato per accumulare fondi neri da usare per ogni sorta di reati, viene convocato come testimone in due processi-chiave per Berlusconi: quelli per le tangenti alla Guardia di Finanza e a Craxi (All Iberian). I vertici del Biscione gli promettono una lauta ricompensa se mentirà per Silvio. Mills esegue e, fra il 1999 e il 2000, riceverà dai conti esteri Fininvest una mazzetta di 600 mila dollari (per cui verrà condannato in primo e secondo grado per corruzione giudiziaria e poi salvato in Cassazione dalla prescrizione; Berlusconi invece verrà giudicato a parte grazie alle sue leggi auto-impunitarie e prescritto già in primo grado).

    Stesso anno, altro depistaggio del processo All Iberian: come emergerà dai diari segreti di Yasser Arafat, pubblicati vent’anni dopo dall’Espresso, Berlusconi paga il capo dell’Olp per dichiarare che 10 dei 23 miliardi versati estero su estero a Craxi nel 1991 erano in realtà destinati alla causa palestinese.

    9 ottobre. Il governo Prodi viene sfiduciato per un solo voto alla Camera per mano di Rifondazione comunista. Al suo posto arriva il governo di Massimo D’Alema, sostenuto da un pezzo di centrodestra al seguito di Francesco Cossiga e Clemente Mastella.

    31 dicembre. Dell’Utri viene sorpreso e filmato dalla Dia a Rimini mentre incontra un falso pentito, Pino Chiofalo, che sta organizzando un complotto per screditare i veri pentiti che accusano Dell’Utri e i boss di Cosa Nostra. Chiofalo patteggia la pena e rivela: “Dell’Utri mi promise di farmi ricco”. Dell’Utri smentisce, ma il gip di Palermo dispone la sua cattura. La Camera (a maggioranza Ulivo) nega l’autorizzazione all’arresto, così come ha appena fatto con Previti salvandolo dalle manette per le mega-corruzioni giudiziarie.

    1999, maggio. Carlo Azeglio Ciampi viene eletto presidente della Repubblica dopo Scalfaro. Dell’Utri si candida al Parlamento europeo, nel collegio Sicilia-Sardegna. Dalle intercettazioni ambientali di alcuni uomini di Bernardo Provenzano, si sente uno di loro, Carmelo Amato, raccomandare ai “picciotti” di votare per lui. “Purtroppo dobbiamo portare a Dell’Utri, lo dobbiamo aiutare perché se no lo fottono. Se passa lui e sale alle Europee, non lo tocca più nessuno, ma intanto è sempre bersagliato da qua, ti pare? Perché hanno detto di no là (la Camera ha appena detto no all’arresto, ndr). Pungono sempre, questi pezzi di cornuti (i magistrati, ndr), compare”. “Si sta lavorando, ci dobbiamo dare aiuto a Dell’Utri, perché se no questi sbirri non gli danno pace”. “Purtroppo ora a questo si deve portare in Europa… Dell’Utri… Sì, qua già si stanno preparando i cristiani (i mafiosi, ndr)”. In altre conversazioni emergono rapporti tra Dell’Utri e Pierino Di Napoli, il boss che consegna i soldi della Fininvest a Riina. Il 13 giugno Dell’Utri viene eletto al Parlamento europeo, dove entra subito nella commissione Giustizia.

    2000. Dopo la sconfitta del centrosinistra alle Regionali, il premier D’Alema si dimette, sostituito da Giuliano Amato (al suo secondo governo), che completa l’harakiri del centrosinistra. Muore il boss Vittorio Mangano, di nuovo in carcere al 41 bis dal 1995, pochi giorni dopo essere stato condannato all’ergastolo per duplice omicidio. Berlusconi e Dell’Utri lo definiranno “eroe” perché non ha mai parlato.

    2001. La campagna elettorale per le elezioni politiche è un lungo monologo del favorito Berlusconi contro i “comunisti” (memorabile il “Contratto con gli Italiani” siglato a Porta a Porta sulla scrivania in ciliegio messa a disposizione da Bruno Vespa), mentre il candidato di centrosinistra Francesco Rutelli rinuncia a qualunque polemica e balbetta in attesa della scontata sconfitta. Gli unici elementi di disturbo vengono da alcuni programmi tv: Satyricon di Daniele Luttazzi con un giornalista che parla dei rapporti fra il Cavaliere e Cosa Nostra; Il raggio verde di Michele Santoro e il Fatto di Enzo Biagi, che rilanciano quel tema, del tutto oscurato dalla classe politica. Indro Montanelli avverte gli italiani del pericolo di un “regime” con “la destra del manganello” e un appello di intellettuali (fra cui Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini) mette in guardia dai pericoli che corre la Costituzione. Tutto inutile.

    13 maggio. Berlusconi stravince le elezioni alla guida della Casa delle Libertà e torna a Palazzo Chigi dopo sette anni. In Sicilia il centrodestra fa cappotto: 61 collegi su 61. Anche Dell’Utri viene rieletto, questa volta come senatore. Il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, intercettato in quei giorni, parla con il mafioso Salvatore Aragona: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”. Guttadauro aggiunge che Dell’Utri ha preso accordi direttamente con l’anziano capomafia Gioacchino Capizzi, capomandamento della Guadagna, la stessa famiglia mafiosa di Bontate, di Teresi e dei Pullarà. Poi Guttadauro annuncia l’intenzione di scatenare una campagna di stampa contro i pentiti e il carcere duro. Aragona gli segnala Lino Jannuzzi, giornalista del Foglio, di Panorama e del Giornale: “Buono è… ha scritto il libro contro Caselli, un libro pure su Andreotti ed è in intimissimi rapporti con Marcello Dell’Utri. Io sono stato invitato al Circolo, che è la sede culturale e intellettuale di Dell’Utri”.

    Il Cavaliere vorrebbe ministro della Giustizia il leghista Roberto Maroni, che però ha una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale: Ciampi dice no e lo fa dirottare al Welfare. Il Guardasigilli è un altro leghista, Roberto Castelli, ingegnere meccanico specializzato in abbattimento dei rumori autostradali. Nessuna obiezione dal Colle per altri ministri o sottosegretari con pendenze giudiziarie: Bossi (condannato definitivo per la maxitangente Enimont), Brancher (condannato in appello per finanziamento illecito e falso in bilancio) e Sgarbi (pregiudicato per truffa al ministero dei Beni culturali, di cui ora è sottosegretario). E soprattutto Berlusconi: prescritto in Cassazione per la tangente di All Iberian a Craxi; prescritto in appello per le mazzette alla Guardia di Finanza; indagato a Caltanissetta per le stragi di Capaci e via D’Amelio (caso che sarà poi archiviato); indagato a Madrid per lo scandalo Telecinco; imputato in sei processi in Italia (quattro per falso in bilancio: Lentini, All Iberian-2, Sme-Ariosto-2, consolidato Fininvest; e due per corruzione giudiziaria: Sme-Ariosto-1 e lodo Mondadori).

    (10. continua)

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  2. DI Giovanni Valentini.
    Apostrofare come “p r e g i u d i c at o ” un giornalista, tanto più il direttore responsabile di un giornale, come ha fatto recentemente Matteo Renzi in tv nei confronti di Marco Travaglio, è uno spregio alla libertà di stampa e un affronto al diritto d’informazione. Un diritto che, prima ancora dei giornalisti, riguarda i cittadini, i lettori, l’opinione pubblica. I reati a mezzo stampa, a parte i casi specifici di diffa-
    mazione su cui spetta alla magistratura giudicare, sono equiparabili per lo più ai reati d’opinione: quelli, per intenderci, che incriminano una manifestazione del pensiero. E come tali appartengono a una cultura giuridica autoritaria e repressiva. Non a caso risalgono a un Codice penale del 1930 che prende nome da Alfredo Rocco, il Guardasigilli del governo Mussolini. Anche quando un giornalista incorre in un reato del genere, lo fa nell’esercizio delle sue funzioni professionali, generalmente in buona fede, nell ’interesse collettivo, a proprio rischio e pericolo. QUESTO VALEa maggior ragione per un direttore, su cui grava un mons trum giuridico come la cosiddetta responsabilità oggettiva, per cui risponde di tutto ciò che viene pubblicato sul suo giornale, anche se non ha avuto la possibilità materiale di leggerlo e di controllarlo. Una culpa in vigi la nd o, come si dice. Un reato senza dolo e senza colpa, mentre – come si sa – la responsabilità penale è personale. La querela per diffamazione, accompagnata eventualmente da una richiesta di risarcimento, diventa allora uno strumento d’intimidazione. Una clava da agitare sulla testa dei giornalisti, per minacciarne uno e “avver tirne” magari altri cento. C’è infatti un’ipoteca di milioni di euro che pende, come una spada di Damocle, sulle aziende editoriali e minaccia in particolare quelle minori. Farebbe bene perciò il Parlamento ad approvare al più presto la proposta contro le “liti temerarie”, presentata dal senatore Primo Di Nicola (M5S), per stabilire che chi le intenta sia costretto a pagare un congruo indennizzo in caso di soccombenza.Tanto azzardato e incerto è percorrere la via penale che ormai i politici, e spesso anche i magistrati, preferiscono imboccare quella civile per chiedere cospicui risarcimenti e monetizzare – per così dire – la rivendicazione dei propri diritti, reali o presunti che siano. Chi per farsi la villa o pagare il mutuo, chi per cambiare l’auto, chi per organizzarsi le vacanze. E quando il senatore
    Renzi afferma di essersi procurato in questo modo un “vitalizio”, in aggiunta a quello parlamentare, dimostra u n’arroganza e un cinismo politico che vanno oltre la legittima difesa. Arriviamo così al disprezzo della libertà di stampa, del diritto di critica e di opinione. Da qui a invocare il carcere per i giornalisti, il passo è breve. Personalmente, essendomi schierato contro la legge-bavaglio fin dal 2012 e avendo difeso dalle colonne di Repubblica perfino l’ex direttore del G iornale, Alessandro Sallusti, che rischiava di finire dietro le sbarre,
    ritengo che i giornalisti dovrebbero fare fronte comune contro le aggressioni dei politici, al di là delle rispettive
    opinioni e posizioni. Non tanto in ragione di una solidarietà corporativa, quanto piuttosto in difesa dell’autonomia e dell’indipendenza professionale. Magari evitando di parlare di “processi mediatici”quando in realtà si tratta di campagne di stampa che possono anche es-
    sere giuste o sbagliate, piacere o non piacere, ma rispondono tendenzialmente alla funzione fondamentale del watch dog, cioè del cane da guardia, nei confronti del potere e dei suoi abusi.

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