La buona coscienza della Grattuggia

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Un po’ mi vergogno, proprio io che a ogni piè sospinto mi lagno perché la lotta di classe non c’è, o meglio c’è stata ma l’hanno  vinta quelli che l’hanno condotta alla rovescia, quelli che hanno saputo far proprio l’invito ad unirsi, quelli che, insieme a Bella Ciao, si sono appropriati di slogan e bandiere degli sfruttati, proprio io non mi sono accorta che basta seguire le indicazioni di Debord e le regole della società dello spettacolo per farla rinascere. Magari a  colpi di cancelletti (#)  e tribunali del popolo sui social, ripresi generosamente dalla stampa cocchiera che ci sguazza in vista della fertile opportunità di esaltare il successo del motto che i potenti non hanno avuto bisogno di rubarci: divide et impera.

Sono stata colta di sorpresa , anche se da tempo ho capito che è sugli schermi tv o pc  che si decide quali battaglie vanno condotte, da quali trincee, tra una serie di Netflix e la lettura di Repubblica o MicroMega,  che si selezionano i criteri di legittimità delle piazze meritevoli di  sostegno, perché pare che sia proprio vero che non ha senso fare qualcosa se nessuno ti guarda e che, se non “compari”, sei condannato a essere una nullità.

A illuminarmi è stata la sollevazione sullo spot del Consorzio del Parmigiano Reggiano.

La faccio breve,  in un teatrino di posa, lo stesso immagino dove un demente colloquia con le galline  o dove un capitano Nemo frigge i bastoncini, viene intervistato con accenti lirici  un casaro, tal Renatino, che lietamente rivendica di aver sempre lavorato 365 giorni l’anno, ricompensato e gratificato dalla qualità del “suo” prodotto, fatto di latte, sale e caglio e nel quale l’unico additivo, è proprio lui, lo Stakanov della Bassa, alla stregua degli instancabili divanisti di Poltrone e sofà per i quali nessuno è sceso in campo, salvo l’Antitrust che ha sanzionato l’azienda con un milione di euro, non per sfruttamento però,  ma per pubblicità ingannevole.

Apriti cielo! l’ingiuria al formaggio patrio per eccellenza non è passata inosservata e vorrei ben vedere: tutti quelli che non hanno battuto ciglio quando la forma è stata insidiata dal Parmesan, tutti quelli che dopo un paio di sms benefici hanno rimosso la molesta irruzione nelle loro vite di un terremoto che ha messo in ginocchio le aziende di quell’area e silenziata grazie a una ben più fallace propaganda, quella della ricostruzione a cura dei compagni del modello Emilia sotto la bonaria gestione del commissario bravuomo, che ha costretto le vittime al ricorso a cravattari,  hanno gridato allo scandalo. E  via con i topics in rete, l’anatema, la richiesta di sanzioni, che potrebbero paventare la sostituzione del pecorino anche sulle lasagne, ai danni di un “comparto” che non solo sfrutta i dipendenti ma addirittura se ne fa un vanto.

Preoccupatissimo, il vertice del Consorzio ha deciso di ravvedersi intervenendo sulla sciagurata sceneggiatura “ intervenendo sul quarto spot e apportando alcune modifiche che accoglieranno quanto emerso”, dalle reprimende dei social alla ferma critica di Nicola Fratoianni di Sinistra Italia, in prima fila nella contestazione.

Sono notoriamente una rompiscatole che cerca il pelo nell’uovo e quindi mi pongo un sacco di domande.

Che cosa ha davvero toccato le corde sensibili del paese progressista, antifascista e riformista?

Forse il fatto che una gloria nazionale ancora prima di essere grattugiata venga minata  e con essa la reputazione del Bel Paese, già da tempo ridotto anche quello a cacio post industriale?  Forse il fatto che la naturale ambientazione del docufilm fosse la regione rossa per tradizione culturale, malgrado un presidente di regione che vuole l’autonomia differenziata per poter procedere più speditamente con le privatizzazioni dei servizi essenziali, che reclama le licenze per le trivelle e che vuol mettere a lavorare nei campi i neghittosi  percettori di reddito di cittadinanza? Forse il timore che si insinui nell’immaginario popolare il sospetto che perfino là i sindacati non tutelino i diritti dei lavoratori, nemmeno di quelli in possesso di contratto e di green pass? Forse la preoccupazione che si veda in tv quello che è meglio lasciare sotto traccia, la perdita consapevole ma doverosa dei diritti conquistati in secoli di lotte  cui un sedicente stato di necessità obbliga alla rinuncia?

È probabile che la chiave per interpretare la levata di scudi consista nella  pubblicità candidamente spavalda data alla riduzione in schiavitù di un lavoro che finora aveva posseduto i requisiti di salvaguardia contrattuale dei quali ora si propaganda l’abbandono volontario, in cambio della sicurezza di un salario uguale a quello dell’anno dello Statuto dei lavoratori o addirittura decimato.

Perché ammettiamolo, lo scandalo non sta nella condizione dei lavoratori, anche quelli  “regolari”, ma nel fatto la si porti a conoscenza fino a farne un veicolo di propaganda e un valore competitivo, esclusiva riservata all’oligarchia dominante.

E difatti non c’è stata analoga levata di scudi dei militanti con le faccette e i like quando sono andati in onda gli spot con il  magazziniere di Amazon che ringrazia Bezos che generosamente gli permette di pagare le cure allo zio malato.

Meno che mai si è andati oltre a una giornata di sospensione dallo shopping virtuale del giravite e della chiavetta per esprimere solidarietà ai dipendenti delle piattaforme che dormono in camper o che fanno la pipì nella bottiglietta della minerale, perché  quelli sono gli “invisibili”, clandestini anche in patria.

E ci vorrà del tempo perchè la Aspesi li citi secondo le buone regole del benaltrismo che ricorda i morti sul lavoro dei quali non si era accorta in sessant’anni e più di osservazione del mondo, paragonati alla toccata di lato B, e perché meritino la nostra compunta e caritatevole considerazione dedicata di preferenza alle tute blu di Altan, più spettacolari in veste di icone in via di estinzione.  da una settantina di anni in modo che nemmno abbiamo più la libertà di sdegnarci come ci pare.

Non ci resta che consigliare ai rider di Glovo, ai pony di Just Eat, alle donne in part time, ai precari di tutto il mondo, agli stagionali renitenti,  di consorziarsi, tirar su 4 milioni di euro – tanto vale l’iniziativa di advertising del Parmigiano –  e finanziarsi un bello spot: solo così usciranno dall’anonimato che meritano i sommersi e gli invisibili.

6 replies

  1. I prodotti locali come il parmigiano e tanti altri, specialmente quelli con il marchio appartenente ad un consorzio, oltre ai lavoratori non bene inquadrati, hanno il problema della superproduzione ottenuta con metodi non proprio ecosostenibili. Le mucche vengono forzate a produrre sempre di più, nel fieno vengono messe miscele proteiche, che in natura non mangerebbero mai, il fieno è ogm e trattato con antiparassitari, vengono persino accoppiate forzatamente per avere più latte, e così via. Insomma fanno una vita infernale, fino a quando, sfruttate al massimo sono trasformate in bistecche. Dov’è l’etica, dove è il vanto da difendere di un marchio doc o dop, quando prodotti come il parmigiano o il grana, piacevoli al gusto di troppi, perchè ormai è tradizione sbagliata considerarli tali, intasano le arterie per troppi veleni ingeriti? I nostri famosi formaggi classici non aiutano neanche per il calcio alle ossa, perchè sono i fattori più acidificanti che tendono ad aumentare le infiammazioni. Qualcuno potrà obiettare: come facevano i montanari per secoli a vivere di prodotti caseari? Era tutto naturale e non c’erano nè industrie, nè lavoratori sfruttati.
    Il sistema attuale non regge più, va smantellato.

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    • Oh, brava Carolina! Finalmente qualcuno che si perita di sottolineare la questione per come esiste sin dalla sorgente. Non esistono le mucche “da latte”. Esistono le mucche, punto. Fan latte poiché inseminate forzatamente. Producono latte in quanto gravide. Tolgon loro il vitellino dopo il parto (entrambi i due, mamma e figlio, piangono, ma vabbè son manzi mica umani, cazzocenefréga?!) che, ove maschio, viene maciullato, mi scuso, macellato poco dopo, e alla mucca vien rubato il latte per creare prodotti caseari. Ove femmina viene immessa nell’infernale girotondo della produzione di latte. Idem per bufali e bufale, e galline e pulcini… ma sorvoliamo un attimo.
      Prima ancora che perdersi in disquisizioni, anche intelligenti se non perfino doverose sulla tutela dei (lavoratori) più deboli, avrebbe senso una volta e per tutte di tutelare chi quel dannato latte-vaccino lo produce col proprio corpo: non è forse un lavoratore anche la femmina di Bos Taurus che lo produce?!

      Non serve essere vegani per capire una cosa così ovvia, ma chiaramente il giro di quattrini che incombe e gestisce uno sfruttamento dei più deboli, se ne sbatte, e dei lavoratori umani, e di quelli taurini in egual misura (salvo poi lamentarsi come ossessi dementi sulle “quote latte”, ma lì p colpa anche di una CE altrettanto miope e demenziale).

      E nel mentre, tutti (e dico tutti!) si dimenticano che l’umano sia l’unico sul pianetino che faccia uso sistematico del latte di un’altra specie. Proprio l’unica.

      Ma se n’andasser’affan[beep], và!

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  2. “E ci vorrà del tempo perchè la Aspesi li citi secondo le buone regole del benaltrismo che ricorda i morti sul lavoro dei quali non si era accorta in sessant’anni e più di osservazione del mondo, paragonati alla toccata di lato ”

    Ecco, appunto!

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  3. Mi sembra impossibile che non si sia ancora compreso che uno spot pubblicitario serve solo a farsi notare e ricordare. A far parlare ed a propagarsi come un meme – l’ analisi di Dawkins era assolutamente azzeccata – tra più persone possibile, se worldwide è meglio.
    Quindi si procede con “provocazioni” – tra virgolette – sempre più spinte.

    Generalmente si solleticano i bisogni primari – sesso e cibo – che funzionano sempre e riguardano la stragrande maggioranza degli spot ( vedi lo spot su Babbo Natale omo che ha avuto un successo strepitoso).
    Siccome occorre farsi ricordare, si fa leva sempre più sullo “schifoso” – sangue mestruale, … – e, di questi tempi, sull’ “etica”: bambini morenti pieni di mosche (un pugno nello stomaco) che solo tu con pochi euro potrai salvare attraverso Onlus che spuntano come funghi; primissimi piani di saenzatetto ad un passo dal suicidio per donazioni alla Chiesa cattolica o altre organizzazioni religiose; prodotti di largo consumo dei quali a fatica ti dicono il nome mentre ti magnificano il fatto che se acquisti sosterrai non ben specificate organizzazioni sedicenti “no profit” dai nomi sorridenti; prodotti “green” che salveranno il Pianeta; il lavoratore più o meno felice, ecc…

    Occorre far parlare, anzi, fare pollaio ( la discussione è off limit da tempo), riguardo ben determinati argomenti per lo più divisivi, e siccome a non tutti è arrivato il messaggio (difficile che da noi compaia lo spot norvegese) ci pensano ” i social”, la TV, i giornali … a farlo circolare affincè raggiunga il maggior numero di persone possibili. Ed accenda la miccia affinchè ci si azzuffi con le solite modalità … “circensi”…
    Insomma, il bene di consumo, le sue caratteristiche, la sua specificità sparisce dal discorso pubblicitario. Si vende l’ idea politicamente corretta ed infallibilmente globalista.
    L’ indottrinamento ha nella pubblicità dei prodotti di consumo (ormai più o meno tutti uguali) no dei suoi più potenti alleati. Il prodotto non esite: passa l’ idea.
    E la rana, nella pentola…

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