Le mani della Cina sull’Italia

(Maurizio Stefanini – Libero quotidiano) – “Timeo danaos et dona ferentes”. La frase con cui Laocoonte nell’Eneide dopo aver visto il Cavallo di Troia ammonisce i suoi concittadini a non fidarsi dei greci neanche quando portano doni è stata evocata martedì nella seconda e conclusiva giornata del convegno “Countering China’ s Influence in Europe and Italy”, organizzato da Farefuturo assieme a International Repubblican Institute e Comitato Atlantico.

Il presidente della Fondazione Farefuturo senatore Adolfo Urso è presidente anche del Copasir, e nel corso del dibattito sono state appunto ampiamente citate le conclusioni di un rapporto dello stesso Copasir sulla penetrazione dei capitali cinesi nel nostro Paese.

Il punto è che, nel clima della crisi iniziata col 2007-08, ricorrere alla immensa liquidità cinese è sembrato un modo ovvio per poter risolvere vari problemi di bilancio, e anche fare importanti investimenti infrastrutturali di cui si sentiva il bisogno. D’altra parte, ha ricordato pure Urso, la Cina fu fatta entrare nel Wto nel 2001 – quando era lui ministro del Commercio Estero – in un clima post-11 settembre. Quando si sentiva il bisogno di tirare anche Pechino nell’alleanza mondiale contro il terrorismo, e nella speranza che il “contagio” del mercato favorisse l’evoluzione democratica.

VIA DELLA SETA

Invece ne è nata una tentazione egemonica di cui sono segnale l’inserimento della strategia della Via della Seta sia nel preambolo dello Statuto del Partito Comunista Cinese che nella Costituzione. Regista di questa evoluzione è Xi Jinping, che superando lo status di “primo” nel Partito Comunista per non più di due mandati stabilito per il segretario del Partito da Deng Xiaoping si è ora trasformato in un “unico”, rieleggibile a vita e equiparabile a un imperatore.

Partito, governo, Stato, intelligence, potere economico e finanziario, riarmo, guerra ibrida di hacker sono tutti strumenti utilizzati per esportare e imporre valori autoritari antitetici a quelli dell’Occidente. Un esempio dei relativi rischi è nell’accordo tra le agenzie spaziali cinese e italiana concluso nel 2017 dopo la visita in Cina di Mattarella e annullato nel 2019 perché comportava il rischio di mettere in mano a Pechino tecnologie Nato.

L’Italia non arriva ai livelli di esposizione a Pechino dei Balcani, ma nella due giorni vari ospiti stranieri hanno espresso sorpresa per ingenuità tipo permettere ai poliziotti cinesi di pattugliare da noi, come fossero la stessa cosa uno Stato di diritto e uno che reprime e esporta repressione. Nel 2014 invece a StateGrid è stato consentito di acquistare il 35% del capitale di CDP Reti S.p.A.: la finanziaria che controlla quote di circa il 30% delle nostre reti energetiche Snam, Terna e Italgas.

Pubblica è anche China National Chemical Corporation, che ha acquisito il 45% delle azioni di Pirelli, con diritto di esprimere il presidente. E Pubblica è Shanghai Electric Corporation, che al gennaio 2021 possedeva il 12% di Ansaldo Energia. Secondo la Banca d’Italia, i flussi di investimento diretti esteri provenienti dalla Cina sono passati da 573 milioni di euro nel 2015 a 4,9 miliardi di euro nel 2018.

A fine 2019 erano direttamente presenti in Italia 405 gruppi cinesi, di cui 270 della Repubblica Popolare Cinese e 135 con sede principale a Hong Kong, attraverso almeno un’impresa partecipata. Le imprese italiane così partecipate sono 760, con 43.700 dipendenti e un giro d’affari di 25,2 miliardi di euro. Non tutte le imprese cinesi presenti in Italia sono pubbliche. È privata ad esempio la CK Hutchison Holdings Limited di Hong Kong che possiede WindTre (30% del traffico telefonico in Italia).

E Haier Group Corporation, che controlla dal 2016 la Candy, storico marchio di elettrodomestici di Monza. E la Weichai Power Company Limited, che dal 2012 detiene la maggioranza azionaria del Gruppo Ferretti, multinazionale italiana della cantieristica navale. Ma in Cina il confine tra privati e partito non è mai troppo sicuro.

QUOTE AZIONARIE

Pubblica è comunque People’ s Bank of China: banca centrale della Repubblica Popolare Cinese che possiede quote di Eni, Tim, Enel e Prysmian. E altre società cinesi hanno partecipazioni di minoranza in Intesa Sanpaolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo, Prima Industrie. Nel marzo 2019 l’Italia aveva firmato un memorandum d’intesa con Pechino a sostegno della nuova via della seta in cui interessi cinesi avrebbero potuto acquisire un ruolo chiave in porti come Genova, Trieste, Taranto e Gioia Tauro.

Proprio la preoccupazione tra gli alleati nata da quella notizia provocò però la reazione in base a cui questa invadenza ha iniziato a essere messa in discussione. C’è però il porto di Vado Ligure: il più importante scalo europeo per lo sbarco della frutta e uno dei maggiori a livello nazionale per il traghettamento marittimo verso Corsica, Sardegna e Nordafrica, oltre che una delle porte d’accesso meridionale d’Europa alle merci trasportate via mare in contenitori.

Il 12 dicembre 2019 è stata inaugurata la piattaforma contenitori denominata Vado Gateway come terminali marittimo della “Nuova via della seta” per il collegamento fra i mercati di Nord Italia, Svizzera, Germania e Francia nord-orientale con il resto del mondo. La Vado Gateway SpA è partecipata al 40% da Cosco Shipping Ports, con sede a Hong Kong, e al 9,9% da Qingdao Port International, cinese. E nel dibattito Vado è stata appunto citata come porto in cui la presenza cinese starebbe acquisendo caratteristiche da tenere sotto osservazione.

3 replies

  1. Notizie vecchie di decenni, ma sempre peggiorate negli ultimi tempi.

    Chiedete ai tessitori di Prato come si comportano i cinesi IN CASA NOSTRA, con una concorrenza sleale mostruosa e con la connivenza delle cosidette autorità, che a te italiano ti chiedono tassativamente il rispetto di 300 regole, mentre con i cinesi si tratta perché ne rispettino tre.

    Bella roba, sì.

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  2. Per ora la Cina si limita a comprare. Di tutto, dai baretti ai porti, alle fabbriche. Sono dovunque .
    Se nessuno gli vendesse alcunchè… Ma si sa, i soldi non puzzano e piacciono a tutti. Anche e soprattutto a chi si lamenta.

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