Il governo cancella il progetto Renzi. Smontata la fusione: Anas fuori da Fs

Dopo la bocciatura dell’Avvocatura, il Mef lavora allo scorporo delle «concessioni» dalle «infrastrutture». Le prime tornerebbero al Tesoro, il resto rimarrebbe in Ferrovie. Obbiettivo: sfruttare meglio i fondi del Pnrr.


(Alessandro Da Rold – laverita.info) – Nel 2018 il governo di Giuseppe Conte aveva provato a mettere mano al dossier Anas, tentando di invertire la fusione con Ferrovie dello Stato portata avanti dall’ex premier Matteo Renzi e poi ratificata da Paolo Gentiloni. Nonostante i ripetuti allarmi sull’impatto che l’integrazione avrebbe potuto avere sulle due società come sui conti dello Stato, il piano di far entrare Anas nel perimetro di Fs è proseguito più o meno senza intoppi e aveva superato indenne anche l’ultimo governo Conte. Dopo la bocciatura da parte dell’avvocatura dello Stato dell’estensione delle concessioni stradali e del progetto del ministero delle Infrastrutture di equiparare Anas alla Rai (con una contabilità separata ma senza introiti di mercato), Palazzo Chigi ha deciso di prendere in mano alla situazione. Anche perché sia Anas sia Fs saranno due società chiave per il Pnrr, il Piano nazionale ripresa e resilienza. Da via Mozambano transiterà parte dei miliardi destinati all’ammodernamento e alla manutenzione di strade e infrastrutture. Una società impegnata in contenziosi e in parte dipendente dai fondi statali, non aiuta un governo già in difficoltà per l’utilizzo dei fondi europei. Anche perché al momento non è ancora stato definito il ruolo e la funzione di Anas. Deve restare dentro Fs o deve ritrovare la sua vecchia collocazione di società autonoma? Deve essere strutturata in due società, una privata e una pubblica? Può partecipare a gare per la concessione di reti autostradali? Al Mef da tempo sostengono la necessità di creare una cosiddetta good company, in modo tale da poter andare avanti con le proprie gambe. L’idea sarebbe quella di mettere pedaggi sui tratti autostradali al momento gratuiti, ma è evidente che, dati i rincari bollette e benzina, al momento nuovi balzelli non sarebbero di certo ben accolti dalla popolazione. Presto per saperlo. Il dossier è appena stato aperto.

In ogni caso il ministro dell’Economia Daniele Franco avrebbe deciso una volta per tutte di annullare i provvedimenti dei governi Renzi e Gentiloni. Per prima cosa i Mef sta provando a modificare la governance della società. Nei mesi scorsi è stato bocciato dalla politica il nome di Ugo De Carolis, l’uomo dei Benetton che avrebbe dovuto sostituire l’amministratore Massimo Simonini, nominato ai tempi di Danilo Toninelli. A settembre è stata stralciata dal decreto infrastrutture una norma che avrebbe forzato la mano sulla nomina. Oggi Simonini, come il presidente Andrea Gemme, è in proroga dopo la scadenza dal mandato. I due hanno in mano solo l’ordinaria amministrazione. E sono passati quasi 7 mesi. Questa settimana però c’è stata una svolta. Martedì scorso in via XX settembre, sede del ministero dell’Economia, sono incominciate alcune riunioni allargate per capire la fattibilità del progetto di separazione da Fs.

Sul tavolo di Franco c’è appunto la necessità di trovare una soluzione per ridare totale operatività all’azienda. Negli ultimi giorni sta prendendo piede l’ipotesi di dividere in due via Mozambano, separando la parte «concessioni» da quella «infrastrutture». La prima, cioè quella dedicata alla gestione e alla manutenzione delle strade, passerà sotto il Tesoro (si discute anche un possibile ruolo di Cdp). La parte infrastrutturale, invece, dovrebbe restare dentro Ferrovie dello Stato. Le due parti societarie hanno valore quasi paritetico. Tutto ruota sempre intorno alla decisione dell’avvocatura dello Stato e al rinnovo delle concessioni. L’obiettivo è evitare svalutazioni miliardarie. A complicare per riportare la situazione c’è la mancanza di precedenti. D’altronde per risolvere l’ingarbugliata situazione del Gse si scelse il commissariamento. Come amministratore unico del Gestore Servizi Energetici è stato nominato Andrea Ripa di Meana, decisione che i partiti hanno digerito con fatica anche perché estromessi dal consiglio di amministrazione. Su Anas le barricate di maggioranza e opposizione vanno avanti da tempo. La terza ipotesi (Anas «concessioni» potrebbe trovare casa in via Goito, sede di Cdp, dove ora governa Dario Scannapieco), è anch’essa senza precedenti. La prima stazione appaltante d’Italia è ancora nel perimetro della pubblica amministrazione (vedi tabella Istat 2021), mentre Cdp ne è fuori. I 7 miliardi di contenziosi resterebbero infine anche uno scoglio difficile da superare anche per la stessa Cdp.

Vedremo dopo l’esito dei ballottaggi che succederà. Di certo c’è che il cerchio avviato da Renzi si è chiuso. All’opposto di come lui si immaginava.

7 replies

  1. A Reddito di cittadinanza. Senza si rischia la rivoluzione. Parla il sociologo De Masi: Italia Viva è scandalosa: “Draghi è un liberale, ma è intelligente e lo manterrà”

    16 Ottobre 2021
    di Raffaella Malito
    L’intervista
    Reddito di cittadinanza De Masi

    Togliere il Reddito di cittadinanza oggi scatenerebbe “una vera rivoluzione” con milioni di poveri che sarebbero in un rancore totale e totalmente giustificato (leggi l’articolo). Parola del sociologo Domenico De Masi.

    Lega, Forza Italia e Italia viva hanno tentato di bloccare il rifinanziamento del Reddito di cittadinanza nel corso del Consiglio dei ministri. Come valuta questi assalti alla misura che ha fatto da argine alla povertà anche di fronte all’emergenza della pandemia?
    “Una premessa: posso pure capire che questi assalti arrivino dalla Lega anche se il partito di Matteo Salvini era al governo – col Conte I – quando il Reddito di cittadinanza è stato varato. Ma quello che mi scandalizza fortemente è la battaglia che sta facendo Matteo Renzi che si dice di sinistra e che è al governo col Pd. è un’operazione indecente”.

    La guerra al Reddito di cittadinanza cade anche in un periodo di grande conflittualità sociale.
    “Il Reddito di cittadinanza è percepito ora da tre milioni e 700mila poveri, molti dei quali sono bambini, anziani, pensionati o disabili. La maggioranza di quelli che prendono il Reddito anche se ci fosse il lavoro non potrebbe lavorare perché non è in grado di farlo. Una persona che è povera perché non è in grado di lavorare, perché bambino, vecchio o disabile, senza un sussidio come potrebbe campare? Negare il diritto al sussidio a queste persone è veramente scandaloso. Doppiamente scandaloso in un momento in cui ci sono le aziende che chiudono con i licenziamenti che seguono, e mentre si scontano gli effetti di 19 mesi di Covid. Come si può ora togliere il Reddito? Significherebbe inoltre scatenare 5 milioni di poveri in mezzo alla strada che sarebbero in un rancore totale e totalmente giustificato. Ci sarebbe una rivoluzione. Le proposte contro il Reddito di cittadinanza arrivano – questa è la verità – da persone socialmente opache, incapaci di capire il momento e di capire la disperazione che c’è adesso. Rivelano un livello inaudito di incoscienza civile”.

    Si parla di migliorare la misura modificando le politiche attive.
    “I problemi per quel che riguarda le Politiche attive sono i tempi. E ancora: le politiche attive fanno avere il lavoro a chi non ce l’ha ma qui stiamo parlando di 3,7 milioni di persone – o perlomeno la maggioranza di loro – che anche se ce l’avessero non potrebbero lavorare. Le Politiche attive danno i loro effetti dopo mesi, a volte dopo anni. Le persone di cui parliamo, il povero assoluto, non può aspettare neanche una settimana. Non sa se la sera potrà mangiare. Alcuni di questi poveri, peraltro, il lavoro ce l’hanno ma è pagato talmente male che è al di sotto dei 500 euro al mese. Quindi ci troviamo di fronte a due tipologie di poveri: persone che non hanno il lavoro perché non possono lavorare o che hanno un lavoro pagato talmente male che non ce la fanno. Per loro che Politiche attive si devono fare? Che c’entrano le Politiche attive con la povertà? C’è una gran confusione, frutto di cinismo e ignoranza, di due fenomeni che non c’entrano nulla tra loro”.

    Allora a chi si indirizzano le politiche attive?
    “Ai disoccupati ma su 5 milioni di poveri i disoccupati sono meno di un milione. Qui stiamo parlando di 4 milioni che non hanno il problema del lavoro ma della sopravvivenza”.

    Che fine farà il Reddito di cittadinanza: ce la farà il M5S a difenderlo?
    “Il Reddito di cittadinanza resterà per un fatto semplicissimo: perché abbiamo come primo ministro un liberale che dovrebbe essere contrarissimo ma siccome è una persona intelligente Mario Draghi ha detto che non si tocca. Sa che ci sarebbe una rivolta”.

    Salario minimo: si farà mai?
    “Siamo l’unico paese Ocse che non ce l’ha. E questo perché i sindacati e Confindustria hanno fatto un accordo vergognoso. Pensano entrambi che il salario minimo vada contrattato categoria per categoria, contratto nazionale per contratto nazionale. Ma i contratti sono circa 900 come si fa? è operazione impossibile. Dire che lo devono fare i sindacati significa che non si farà come non si è fatto finora. Hanno avuto 70 anni di tempo per farlo. L’accordo tra imprese e sindacati è vergognoso perché è una vergogna che ci sia concordanza di intenti proprio sul salario minimo quando sappiamo che ci sono persone che prendono 4 euro all’ora. E si sa dove sono, quanti sono. Ci sono indagini, denunce di ogni sorta su questo”.

    Domenico De Masi

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  2. Ho voluto farvi conoscere questa intervista perchè sia ancora meglio conosciuto il livello morale e politico del nativo di Rignano sull’ Arno !!!

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