Strategie e contatti segreti: l’incognita sul Quirinale

(Roberto Gressi – corriere.it) – Il Quirinale prossimo venturo assomiglia a uno di quei rompicapo dove c’è uno che dice no ma vuol dire si, l’altro dice sì ma vuol dire no e un terzo che dice si e no, e alternativamente mente o dice la verità. Ma la ricerca della soluzione è in corso, tra primi contatti prudenti, piani A e piani B, e gimcane accorte che, in ogni caso, evitino il rischio di elezioni (troppo) anticipate. Tanto da far immaginare pronunciamenti precoci, da parte delle persone in odore di Quirinale, sull’assoluta necessità di portare a termine la legislatura.

Matteo Salvini ha tutta l’intenzione di giocarsi la partita da protagonista, di «metterci la testa» e portare il centrodestra unito alla scelta finale. Proprio per questo, alle prime votazioni, porterà compatta la Lega a sostenere Silvio Berlusconi. Candidatura difficile, facendo e rifacendo i conti il pallottoliere lo lascia sotto di almeno quaranta voti anche quando, dopo la terza chiama, basterà la maggioranza assoluta di 505 grandi elettori.

Senza trascurare poi che, con la legislatura agli sgoccioli, un presidente (di qualunque parte) che nascesse con una spallata potrebbe rivelarsi debole all’arrivo del nuovo Parlamento. Salvini intanto ha chiaro in testa che, a meno che non si apra la terra, non lascerà la maggioranza che sostiene Mario Draghi. Ci è entrato per affrontare la pandemia, per il Piano nazionale di ripresa e resilienza e proprio per cercare di dare le carte per il Quirinale, e intende restarci.

Non crede alle elezioni anticipate, neanche nel caso in cui l’inquilino di Palazzo Chigi si trasferisse al Colle, ma sarebbe assai improbabile un suo sostegno al governo che ne seguirebbe, guidato magari dal ministro dell’Economia Daniele Franco. E con Giorgia Meloni si opporrebbe a una nuova legge elettorale di stampo proporzionale, mentre aprirebbe le porte al ritorno del «Mattarellum».

Il leader della Lega non è il solo aspirante kingmaker, ce ne sono tanti, almeno quanti sono quelli che pensano che l’abito del nuovo presidente sia proprio ritagliato sulla loro figura. Nel Pd, per esempio, sono molti quelli che hanno un curriculum di tutto rispetto. È una delle ragioni che spinge il segretario Enrico Letta a camminare sulle uova. Anche perché proprio il risultato favorevole delle recenti elezioni, oltre a un numero risicato di grandi elettori, specie dopo la scissione renziana, rende molto difficile trovare una maggioranza qualificata pronta a regalargli il Colle. Lui resta incrollabile nella sua decisione: di Quirinale non parla fino a gennaio.

Nel suo partito si fa notare la vicinanza con il presidente del Consiglio ma si invita anche a guardare i suoi primi movimenti di questi mesi. Due donne capogruppo alla Camera e al Senato, una donna nel consiglio di amministrazione della Rai, tre donne tra i garanti delle Agorà. E se, tra i suoi piani alternativi, ci fosse anche quello di proporre una donna per il colle più alto? Non potrebbe essere una figura di partito, ma un nome da tenere coperto fino all’ultimo minuto.

I Cinque stelle rappresentano l’incognita più grande. In crisi alle amministrative, ma in Parlamento sono ancora un esercito, tanto da far pensare che non sia facile eleggere un presidente della Repubblica senza o contro di loro. Quale sarà la loro posizione resta al momento un rebus, anche perché Giuseppe Conte è ancora lontano dal tenere in mano il timone, mentre soffiano venti di scissione e con Beppe Grillo che potrebbe tirare fuori prima o poi una delle sue invenzioni spiazzanti.

Tra gli osservatori si teme anche la riproposizione del ritornello secondo il quale «sostenere questo governo non ci conviene», ma l’idea che qualcuno coltiva di andare alle elezioni si scontra con sondaggi spaventosi.

Sergio Mattarella intanto, come ha raccontato sul Corriere Tommaso Labate, cerca casa in affitto e ha più volte motivato il suo no ad un secondo mandato. Bastò un solo scrutinio per eleggere Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, ma ce ne vollero ventitré per mandare al Colle Giovanni Leone. Se il Parlamento si incartasse e prima che i cittadini scoperchino Montecitorio, in quella casa bisognerebbe andare a cercarlo con il cappello in mano perché accetti di ritornare sulla sua decisione.

Ma c’è anche chi lavora per un’altra soluzione. Italia viva è la formazione più attiva in questi primi vagiti della corsa alla presidenza. D’obbligo per loro il nome di Mario Draghi, che vedono però legato, soli insieme a Giorgia Meloni, alle elezioni anticipate. E allora l’altro piano contempla, non è un mistero, la ricerca di un consenso ampio per Pier Ferdinando Casini. Ma, qui è la novità, sono convinti che sia il centrodestra la formazione attualmente più qualificata per guidare la scelta. E allora il kingmaker, l’uomo che lo propone, dovrebbe essere Matteo Salvini.


Elezioni a scadenza naturale, tempo per tutti per organizzare le alleanze, con un occhio anche al cambio della legge elettorale. Non facile per tanti, per esempio il Pd, digerire un’operazione di stampo troppo renziano e allora, soprattutto nel centrodestra ma non solo, si fanno nomi destinati semplicemente a fare numero. E nei corridoi spuntano anche voci sull’avvocata Paola Severino, che avrebbe però il problema che la legge che ha tenuto Berlusconi fuori dal Senato porta il suo nome.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

Tagged as: , ,

1 reply

  1. MICHETTI “PER INTERPOSTA MELONI”

    (di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano) – “Vota per quello che promette di meno, sarà quello che ti deluderà di meno”.
    Bernard Baruch, politico americano
    La sera di lunedì scorso, Roberto Gualtieri era raggiante per avere centrato il ballottaggio a Roma, e lo era di più per il fatto che due settimane dopo avrebbe affrontato Enrico Michetti (chi?), considerato il suo miglior nemico. Per la verve non straordinaria fin qui dimostrata dal candidato della destra. Ma soprattutto perché sembrava probabile che una buona fetta dei voti raccolti dal secondo e dal terzo classificato (Carlo Calenda e Virginia Raggi, entrambi collocabili nel centrosinistra) sarebbero finiti, in una logica di schieramento, al candidato del Pd. Un calcolo aritmetico più che politico a giudicare dall’esito, non sempre acquisito alla vigilia, dei ballottaggi nelle grandi città. E che, storicamente, hanno riservato sorprese anche clamorose, a cominciare proprio dalla Capitale. Dove, nel 2008, il sindaco Gianni Alemanno (Pdl) fu eletto sconfiggendo il favorito Francesco Rutelli (53,66 per cento contro 46,34). Pur avendo incassato al primo turno un distacco di ben sei punti dal candidato del Pd (40,45 per cento contro 46,06). Un ribaltamento che venne attribuito principalmente al problema della sicurezza (anzi, della crescente insicurezza in città), culminato nel brutale assassinio di Giovanna Reggiani, violentata e massacrata mesi prima da un muratore rumeno nei pressi della stazione di Tor di Quinto. Attenzione però al profilo politico con cui Alemanno si era presentato: esponente di una destra securitaria molto presente e attiva nella sconfinata periferia. Ieri come oggi. Sono in gran parte quei consensi che cinque anni fa premiarono la Raggi: per la novità che rappresentava e per l’assenza di un’alternativa credibile a destra. Al di là della stazza, Michetti non mostra certo la grinta di un centurione avendo, per sua stessa ammissione, frequentato più le sagrestie democristiane delle sezioni missine. Se non fosse che ogni giorno di più la figura del “Chi?” tende a scomparire dietro quella vincente di Giorgia Meloni, la cui popolarità in posti come Tor Bella Monaca, Pietralata o Primavalle potrebbe costituire un problema serio per Gualtieri. Quanto all’elettorato di Calenda, al di là del suo endorsement a favore del ministro del governo Conte, come pensate si comporterà quella quota non piccola di elettori di destra, in libera uscita, adesso che il leader di Azione è fuori gioco? Senza contare che, a differenza di Alemanno, Michetti ha tre punti di vantaggio sul rivale, che in un testa a testa non sono pochi. Basta fare due conti per capire che tra due lunedì non è affatto improbabile che Roma elegga un sindaco per interposta Meloni.

    "Mi piace"