Il flop di Carlo Calenda fuori dal Gra

Da una settimana sembra che il Pd –ma in fondo anche l’Italia intera – non possa sopravvivere senza Carlo Calenda: il competente, il riformista, colui che a Roma è arrivato terzo, ma è come se avesse vinto. Colui che insieme a Matteo Renzi creerà il grande centro, da preferire all’alleanza col Movimento 5 Stelle. In […]

(di Lorenzo Giarelli – Il Fatto Quotidiano) – Da una settimana sembra che il Pd –ma in fondo anche l’Italia intera – non possa sopravvivere senza Carlo Calenda: il competente, il riformista, colui che a Roma è arrivato terzo, ma è come se avesse vinto. Colui che insieme a Matteo Renzi creerà il grande centro, da preferire all’alleanza col Movimento 5 Stelle.

In questo racconto c’è però qualcosa che non torna. Non che il 19,81 per cento di Calenda a Roma sia da buttare, ma onestà intellettuale impone di ricordare che l’ex ministro fosse sostenuto da un’unica lista e dunque il voto non si è disperso tra civiche e partiti, come nel caso dei suoi rivali. Ma il dato che stride di più con le fanfare calendiane è un altro. E cioè la sostanziale irrilevanza della sua Azione fuori dal Grande raccordo anulare, in linea con sondaggi che da tempo accreditano al partito percentuali vicine al 3 per cento.

Nonostante Azione sia passata per la grande vincitrice delle Amministrative, Youtrend ha scoperto che il partito si presentava con il proprio nome e una propria lista soltanto in 13 Comuni. Nelle altre città, i candidati di Calenda si sono sparsi in civiche o in agglomerati centristi, togliendo il nome di Azione dalla scheda.

Tra i 13 Comuni in cui Calenda ha presentato il proprio simbolo, ci sono cinque capoluoghi di provincia: Caserta, Napoli, Novara, Rimini e Varese. E i risultati sono stati pessimi. A Napoli l’ex ministro ha sostenuto Antonio Bassolino, sfilandosi dall’intesa giallorosa su Gaetano Manfredi. Risultato: un disastroso 0,45 per cento (1.483 voti), dietro a due civiche del candidato sindaco. Nella vicina Caserta era lecito aspettarsi qualcosa in più, dato che Azione faceva parte della coalizione di Carlo Marino, la più votata. Anche qui, però, le cose non sono andate bene, tanto che Calenda ha raccolto un misero 1,63 per cento: ultimo, ben dietro ai molto meno sbandierati Socialisti Uniti.

La Caporetto prosegue al Nord. A Varese, Azione ha scelto la strada autonoma, presentando Alberto Coletto e sfidando centrodestra e centrosinistra. Con esiti piuttosto pallidi, se è vero che Coletto ha raccolto solo l’1,99 per cento. E a Novara? Anche qui Calenda ha puntato su un proprio candidato, Sergio De Stasio, senza accodarsi alle due coalizioni principali. La strategia non ha pagato: un malinconico 2,57 per cento – meno della metà del M5S – e neanche un consigliere comunale. Si capisce allora come mai il 3,58 per cento di Rimini sia da considerare un mezzo miracolo, oltreché motivo di giubilo.

Sul resto d’Italia, come detto, diventa difficile giudicare il risultato delle varie operazioni di camouflage del simbolo. Qualcosa in più si può però dire su Milano, dove Calenda e Renzi si sono spesi più volte in prima persona per sostenere la lista dei Riformisti, esperimento unitario di Iv, Azione, Più Europa, Marco Bentivogli e cespugli centristi. Pur con la grancassa mediatica e il traino di un Beppe Sala in trionfo (57 per cento), i Riformisti si sono però fermati al 4 per cento, ottenendo appena due seggi (i Verdi, per dire, ne hanno ottenuti tre).Detto dei risultati elettorali, c’è poi da chiedersi se al Pd convenga riabbracciare un ex alleato che fino a pochi giorni fa considerava “inaffidabile” e “leader dei salotti” (il copyright è di Francesco Boccia). Emblematico il caso del seggio all’Europarlamento: nel 2018 Calenda aderisce al Pd, nel 2019 si candida coi dem alle Europee, a maggio viene eletto e tre mesi dopo lascia il partito, fondando poi Azione. Da quel momento, Calenda è molto duro col Pd e spesso non si lascia sfuggire l’occasione per ostacolarne la corsa. Nel 2020, per esempio, alle regionali in Puglia Azione candida insieme a Iv Ivan Scalfarotto, con una manovra che sulla carta potrebbe togliere voti al dem Michele Emiliano e spianare la strada alla destra di Raffaele Fitto (“dieci volte meglio” dell’attuale governatore, secondo Calenda). Per fortuna del Pd, Scalfarotto non supera l’1,6 per cento ed Emiliano ha gioco facile verso la riconferma. Portandosi a casa la prova che il presunto “grande polo riformista” non era affatto tale.

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5 replies

  1. da chi vengono imposti questi figuri??? sembra il padre della patria quando si presenta nei vari talco show…sprezzante con le domande e con gli avversari .POVERA PATRIA

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  2. Sono allibito: possibile che a Roma ci sia così tanta gente che l’ha votato? Non lo vorrei nemmeno come amministratore del condominio…

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