Tanta voglia di Ulivo

Letta sogna di creare un centrosinistra allargato con il M5s. Prima di lui lo avevano proposto Vendola e Bersani. Continua così la mitizzazione dell’esperienza prodiana.

(Stefano Iannaccone – tag43.it) – L’Ulivo, allargato alla versione dell’Unione, ha consegnato la seconda legislatura più breve della storia repubblicana, durata giusto due anni: dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008. Era la stagione del secondo governo Prodi, sostenuto da una coalizione che andava dal trotzkista Franco Turigliatto al democristiano Clemente Mastella. Il diavolo e l’acqua santa. È questo uno dei fotogrammi tramandati ai posteri dall’esperienza politica che ora, nonostante tutto, Enrico Letta, da segretario del Partito democratico, si ostina riproporre come schema vincente.

Storia e fragilità dell'Ulivo di Prodi

Il progetto di Letta per un centrosinistra allargato

Sull’onda del risultato alle Amministrative il leader dem sogna un nuovo Ulivo, per mettere insieme i liberaldemocratici di Azione! di Carlo Calenda, riannodando il dialogo con Italia viva di Matteo Renzi, e coinvolgendo tutta l’area a sinistra dei dem, da Articolo 1 di Roberto Speranza a Nicola Fratoianni di Sinistra italiana. Con una special guest: il Movimento 5 stelle guidato da Giuseppe Conte.

Prodi e l’avventura con Ds e Margherita del 1995

È una specie di mantra, l’eterno ritorno di un progetto salvifico solo nell’immaginazione dei leader. È l’Ulivo, appunto, nato nel 1995 come la coalizione da affidare a Prodi. All’epoca mise insieme il Partito democratico della sinistra (Pds) e Partito popolare italiano (Ppi), che nel tempo si trasformarono in Ds e Margherita. Ma c’erano una miriade di formazioni politiche: i socialisti italiani di Enrico Boselli, i Verdi, il Patto Segni, i liberali di Valerio Zanone a cui si sono aggiunti nel tempo l’Udeur di Mastella, Rinnovamento italiano di Lamberto Dini e pure i comunisti italiani di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto, frutto di una scissione con Rifondazione comunista. L’Ulivo, presentato come una novità riuscì a vincere le elezioni del 1996, battendo il centrodestra grazie alla spaccatura tra il Polo delle libertà di Silvio Berlusconi e la Lega di Umberto Bossi. La mancanza dei voti del Carroccio al Nord fu decisiva. Il centrosinistra, nonostante il vantaggio offerto dalla divisione degli avversari, ottenne una maggioranza debole, con una manciata di seggi, garantita dall’appoggio esterno di Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti.

Letta rispolvera l'Ulivo: storia e fragilità del progetto di Prodi

Un’idea nata fragile

Per capire gli umori del tempo, alla nascita del governo, L’Unità (organo del Pds) scrisse: «La sinistra non rinuncerà alla propria identità e continuerà l’alleanza con il centro. L’Ulivo non è e non sarà il contenitore al cui interno la sinistra si annulla». Non proprio una benedizione, così come non furono una carezza le parole di Franco Marini, all’epoca leader dei popolari, pronunciate nel castello di Gargonza, dove nel 1997 si ritrovarono i vari leader dell’alleanza: «L’Ulivo è una pianta che cresce piano piano, a volte servono decenni. Altrimenti arriva la gelata e muore». La fragilità del progetto si è palesata nell’alternanza di quattro governi, il primo di Prodi, i due di D’Alema e l’ultimo guidato da Amato, che con l’avvicinarsi delle elezioni in un’intervista al Financial Times, attaccò: «Il centrosinistra non riesce a dare un’immagine coesa». Nonostante l’Ulivo. Mancavano due mesi al voto del 2001, in cui la coalizione, affidata a Francesco Rutelli, uscì pesantemente sconfitta. Non fu sufficiente il patto di desistenza con il Prc (nei collegi uninominali) a evitare la débâcle dell’Ulivo. Al governo tornò Silvio Berlusconi, mentre il centrosinistra annaspava. Esemplare fu il voto in Aula per l’invio degli alpini in Afghanistan nel 2002. «L’Ulivo è in una crisi definitiva. Entro le prossime 48 ore serve una reazione forte e determinata che lo rilanci», affermò D’Alema. La buriana passò e nel 2004, sotto la spinta di Prodi, ci fu la lista Uniti nell’Ulivo alle Europee. La traversata nel deserto culminò nel ritorno ufficiale del Prof a capo dell’alleanza. Rutelli non la prese benissimo: «Ho mangiato pane e cicoria per costruire il centrosinistra e consegnarlo a Prodi», disse manifestando il suo malcontento e confermando le pesanti spaccature.

Nostalgia della «maggioranza sexy»

L’Ulivo presentò liste uniche anche nel 2006 mettendo insieme Ds e Margherita, all’interno della coalizione dell’Unione, che era una sorta di maxi-Ulivo. L’esito del voto si rivelò una vittoria di Pirro: alla fine di un lungo spoglio, il Professore ottenne una vittoria risicata e quindi una «maggioranza sexy» (copyright Prodi) di pochi senatori, tra cui il comunista Turigliatto, incubo del centrosinistra. Intanto l’esperienza ulivista era confluita nel Partito democratico, nato nell’ottobre del 2007. E di fatto la coalizione dell’Ulivo, così come nata 12 anni prima, non esisteva più. Il percorso politico dell’esecutivo è stato un calvario con numeri ballerini e la caduta il 24 gennaio 2008, a causa della mancata fiducia a Palazzo Madama. Decisivi furono i voti contrari dell’Udeur: così si chiuse la seconda legislatura più breve di sempre, l’ultima iniziata con il marchio dell’Ulivo. Ma la memoria italiana, si sa, gioca brutti scherzi e spesso è selettiva. Così l’Ulivo periodicamente viene riproposto come panacea di tutti i mali della sinistra. Lo ha fatto Nichi Vendola, poi Pier Luigi Bersani e infine Letta, ognuno con sfumature diverse. Immaginando un progetto vincente, che nei fatti non c’è mai stato anche per l’eccessiva litigiosità. E chissà come sarebbe con i 5 Stelle al suo interno.

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4 replies

  1. Fisco. Draghi chiede consigli a B. condannato per frode

    (di Gianluca Roselli e Giacomo Salvini – Il Fatto Quotidiano) – Non potevano incontrarsi di persona causa acciacchi di salute e quindi si sono sentiti al telefono. Dopo il faccia a faccia con Matteo Salvini, ieri mattina il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiamato Silvio Berlusconi.
    Un colloquio che a Palazzo Chigi definiscono “lungo e cordiale” in cui si è parlato di riforma fiscale, legge di Bilancio e delle prossime riforme in cantiere a partire da quella sulla concorrenza.
    Non sarà l’ultimo colloquio che il premier avrà sul cronoprogramma per rispettare i tempi del Pnrr: nei prossimi giorni sentirà anche gli altri leader del governo, Giuseppe Conte ed Enrico Letta. Draghi ha capito che il dialogo con i capi delegazione dei partiti non basta più e vuole curare anche i rapporti con i leader: qualcuno ipotizza che sia un modo per preparare la sua ascesa al Quirinale.
    Allo stesso tempo la telefonata di Draghi di ieri ha anche l’obiettivo di mandare un messaggio a Salvini che giovedì era uscito dall’incontro di Chigi soddisfatto per aver ottenuto la possibilità di incontrare il premier “una volta a settimana”.
    E invece ieri il presidente del Consiglio, sentendo Berlusconi, ha fatto capire che il dialogo con i leader sarà la nuova routine e che non c’è nessun favoritismo riservato al leader della Lega. Non solo: nella nota di Palazzo Chigi si fa anche sapere che Draghi e Berlusconi hanno “condiviso il percorso avviato sulla delega per la riforma fiscale”.
    E così è stato: il leader di Forza Italia ha detto sì alla legge delega che contiene anche la riforma del catasto approvata martedì, confermando il voto favorevole dei ministri Brunetta, Carfagna e Gelmini. Un passaggio che aveva provocato lo strappo della Lega che non ha votato in Cdm e che continua a creare tensioni nel Carroccio con Salvini che ancora ieri chiedeva al premier di impegnarsi “per iscritto” a non aumentare le tasse.
    Su quel versante il leader della Lega non ha ottenuto niente da Draghi e così oggi il premier ha chiesto la legittimazione di Berlusconi anche per mettere all’angolo il leader del Carroccio.
    Secondo fonti forziste, l’ex Cavaliere al premier ha chiesto rassicurazioni anche sulla manovra di bilancio, che sia “il più possibile espansiva” per favorire la crescita, a partire dal Superbonus. Ma nella telefonata c’è stato un momento anche più politico, con Berlusconi che ha tenuto a far sapere a Draghi che il sostegno al suo governo “fa bene a Forza Italia”. E che la linea del suo partito è quella di “rivendicare i successi del suo esecutivo”.
    “Con Draghi FI è tornata centrale nel dettare l’agenda”, dicono i berluscones. Cosa ben diversa dalle truppe davanti a Palazzo Chigi schierate da Salvini, che però, come si è visto nelle urne, è in continua emorragia di consensi. E le critiche forziste di queste ore alla strategia di Meloni e Salvini su campagna elettorale e scelta dei candidati non aiuta certo a rasserenare il clima nel centrodestra. Anzi. Dopo una serie di complimenti e elogi reciproci (il premier ha invitato Berlusconi a Roma quando si sarà rimesso al cento per cento), poi, i due sono scesi nel dettaglio del provvedimento più spinoso.
    Sulla riforma del fisco, Berlusconi ha confermato le posizioni dei suoi ministri (“per noi va bene) ma ha chiesto la garanzia a Draghi che “non ci sarà un aumento di tasse”.
    Il leader di FI avrebbe preso le distanze anche dal riottoso Salvini: “Noi siamo responsabili, in questo momento ci vuole stabilità – sono state le parole di Berlusconi – il governo deve andare avanti e noi lo sosterremo lealmente fino in fondo”.
    Un breve focus sui prossimi passaggi che impegneranno il governo – la riforma della concorrenza e la legge di Bilancio – e i saluti finali. Se da Palazzo Chigi hanno reso nota la conversazione, è scoppiato un piccolo caso in Forza Italia visto che da Arcore non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale. Motivo: il partito è spaccato tra l’ala liberal rappresentata dai ministri e quella più filo leghista rappresentata da Antonio Tajani e Licia Ronzulli che hanno un po’ da ridire sulla riforma del catasto. Berlusconi ha deciso di non spaccare ancora il partito evitando di esporsi.
    Nel frattempo Giancarlo Giorgetti fa il pompiere: “Se Salvini e Draghi sono contenti, io sono felice. Ora è tornato il sereno”.

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  2. Tanta voglia di un bel ventennio di stabilità alla Democrazia Cristiana….i nostalgici dei tempi andati sono sia a sinistra che a destra…..e Letta sogna di interpretare Andreotti, ma senza processi per mafia e limonate.

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  3. Il muro americano ( asganaway ) al confine col Messico è così democratico.
    Il muro europeo alle porte del sole e confini del mare
    “si, può, fare” a patto che, a pagare siano gli stati e non ” l’unione drogati europei ” .
    Chi scaglia il primo mattone?
    …io, io.., no, io (..minchia la fila, ma una fila democratica).
    Però, questo muro, è un muro al contrario, non serve per evitare le entrate, ma verosimilmente le uscite,
    (Comunque i fantasmi attraversano i muri è risaputo) .

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