C’era una volta la democrazia

(di Andrea Zhok) – L’articolo 21 della Costituzione italiana recita: 

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

Da ieri la vicequestore di Roma è sotto procedimento disciplinare, su sollecitazione diretta della ministra protempore degli Interni per aver mosso obiezioni ad una recente legge dello stato, durante una manifestazione pubblica. 

NB: Da parte della vicequestore non c’è stato alcun atto contrario ai propri doveri d’ufficio. Era fuori servizio, presente ad una manifestazione come cittadina italiana, ed ha espresso una motivata contestazione ad una legge recentemente approvata. A ciò la ministra ha replicato che si trattava di “affermazioni gravissime” mentre i giornali hanno tempestivamente informato la vicequestore di essere oggetto di una procedura sanzionatoria.

Da mesi decine di medici che hanno contestato le linee guida nazionali di cura sul Covid e che hanno promosso (con successo) in scienza e coscienza alternative scientificamente corroborate vengono sottoposti a sanzioni disciplinari, sospensioni dall’esercizio della professione, minacce di radiazione dall’albo.

NB: Ciò non avviene sulla base di denunce o lamentele da parte dei pazienti curati. No, il punto è che invece di tutelare i propri membri da aggressioni e discredito, l’Ordine dei Medici ha promosso motu proprio una reprimenda ed un’operazione di discredito verso quei medici, motivata da un disaccordo di merito su un oggetto (le cure Covid) su cui non esistono conoscenze consolidate.

Recentemente intellettuali stimati e di peso, da Alessandro Barbero a Massimo Cacciari, da Franco Cardini a Luciano Canfora passando per Giorgio Agamben, nell’istante in cui hanno osato prendere posizione contro la strategia governativa del Green Pass sono stati bullizzati dai quotidiani nazionali e trattati come pupazzi e minus habens da una pletora di quaquaraquà da prima serata.

Nel frattempo, e da tempo, gli unici spazi di dibattito pubblico rimasti sono assegnati a piazze virtuali governate da gruppi privati, che esercitano le proprie censure in forme inappellabili, opache e al di fuori di ogni controllo. I motori di ricerca reindirizzano ricerche su temi relati alla pandemia, rinviando alle fonti ufficiali, perché non avrai altra verità al di fuori di me.

Sono certo che qualcuno – penso in particolare ai miei ex “compagni” a sinistra – avrà la tentazione di dire che si tratta di circostanze particolari, di un’iperbole restrittiva dovuta alla necessità di “tenere a bada le fake news”, e che questo momento di turbolenza passerà (e poi, insomma, ‘sta gente imparasse a dire le cose giuste e la smettesse di provocare…).

Purtroppo, cari amici, cari compagni, mi tocca l’ingrato compito di disilludervi. 

Non si tratta affatto di un bizzarro circoscritto episodio. Siamo di fronte ad una tendenza infettiva in corso da tempo e in via di rapidissima degenerazione.

Non so se ricordate le considerazioni sconsolate degli ultimi anni, anche da parte dello scrivente e di molti altri, nei confronti delle dinamiche del “politicamente corretto”, della “cancel culture”?

Allora alcuni ammettevano che le bastonature mediatiche, la chiusura dei siti, le sanzioni disciplinari verso persone colte a dire qualcosa di “improprio” fossero sì un po’ esagerati, ma che si trattava dopo tutto di questioni marginali, che riguardavano una manciata di soggetti, e che ben altri erano i problemi. 

Altri, i più, invece dicevano che era proprio giusto così, perché si trattata di punire opinioni reprobe: le accuse infatti erano tipicamente di “fascismo”, “omofobia”, “sessismo”, “razzismo” e simili, insomma di cose che a nessuna persona per bene potrebbe capitare d’essere accusata, no?

E naturalmente a farsi garante del fatto che le accuse erano fondate, che sì quelle erano proprio ceffi fascisti, omofobi, razzisti, ecc. erano gli stessi che ne promuovevano l’obliterazione e la censura. Insieme giudici e boia. 

E così, è da tempo che le nostre parole devono essere continuamente sorvegliate, perché  una parola fuori posto, un dubbio rispetto alla vulgata corrente, una critica, per quanto argomentata, all’opinione trionfante del giorno, può gettare nel tritacarne del pubblico discredito, quando non delle pubbliche sanzioni. Questo spirito aleggia da tempo nelle aule universitarie e in quelle scolastiche, sui media e sui social media.

Sfugge ai più la profonda continuità tra quei processi censori “politicamente corretti” e gli attuali processi sanzionatori sul tema della pandemia. Il profondo punto in comune sta nella dichiarazione di bellicosa intolleranza nei confronti di ciò che la maggioranza protempore si rappresenta come “il vero” o “il giusto”. L’intolleranza è richiesta, è imposta dalla nostra perenne condizione di “chiamata alle armi” contro un nemico alle porte, contro un’emergenza inderogabile. Di volta in volta i media ci propongono alcuni temi come urgenti, terribilmente gravi, scandalosamente trascurati e bisognosi di un intervento, intervento che è tardato fin troppo. Non si può più aspettare! E a questo punto, di fronte ad una rappresentazione mediatica del Male che grida vendetta al cielo qualcuno è chiamato ad intervenire in forme draconiane, senza indugi, senza compromessi. Qui non ci si possono più permettere mediazioni e ragionamenti, perché il Male deve solo essere estirpato, e chi tentenna è complice. Possiamo bruciare libri o eliminare parole, abbattere statue o vietare espressioni, possiamo esigere l’adozione di formule “purificate” e possiamo condannare autori e atti del passato, perché noi siamo coloro i quali detengono il vero e il giusto, e dare spazio all’errore e al male è imperdonabile.

L’idea che si possa dare spazio a opinioni dissenzienti, che addirittura possano essere fatte liberamente parlare in spazi pubblici, in forme civili, che si possa addirittura correre il rischio di non aver compiuta ed integrale ragione, questo non è più qualcosa di accettabile. 

Naturalmente per ciascuno di noi in ogni momento della vita ci sono alcune idee, alcuni pensieri, alcuni argomenti, alcune tesi che riteniamo cognitivamente erronee e/o moralmente inaccettabili. Ma nei vecchi tempi della democrazia si prendeva in considerazione che li si potesse incontrare, che vi si potesse ribattere o che li si potesse ignorare. Se incontravo qualcuno che negava la Shoah ero contrariato, potevo provare a refutarlo se avevo conoscenze pregresse, potevo ignorarlo se mi infastidiva, o potevo cogliere l’occasione per approfondire il tema studiandolo (e qui anche le asserzioni negazioniste più indisponenti potevano essere un ottimo stimolo a studiare e riflettere). 

Anche l’errore in una libera comunicazione nutre il vero. E non di rado capiterà che l’opinione eterodossa possa risultare più feconda e approfondita dell’opinione ortodossa.

Niente di tutto ciò può più accadere nei nostri nuovi tempi coraggiosi. Qui è l’incontro stesso con la tesi eterodossa a non dover aver luogo. I margini di dissenso sono predefiniti a monte e ciò che li valica non stimola l’approfondimento, ma invoca la punizione. Il meccanismo psicologico è: “Non possiamo più perdere tempo, chi si mette a discutere ci fa perdere tempo e ogni perdita di tempo (e soldi) è un aiuto al nemico, al Male, dunque il nodo gordiano va tagliato”. Il discorso pubblico va purificato in anticipo, rendendolo così più efficiente, più capace di intervenire senza tentennamenti.

Ecco, quello che cari amici, cari compagni, non state capendo è che questi processi di intolleranza verso (ciò che pensiamo essere) l’errore, questa presunzione che la convinzione maggioritaria protempore non abbia tempo da perdere con l’eterodossia, questo atteggiamento segna già la fine della democrazia. Una democrazia pensa la verità come processo in fieri, una tecnocrazia la pensa come un patrimonio da tenere in un caveau, protetto da armigeri nerboruti. Una tecnocrazia è tecnicamente una forma di “dittatura”, nel senso originario del termine. Il dittatore era un magistrato straordinario nominato in momenti di grave minaccia per la comunità, e che (per un periodo limitato di 6 mesi) poteva esercitare il summum imperium, i pieni poteri. A giustificare questa verticalizzazione del potere era la necessità di ottenere nel caso di una grave emergenza la massima efficienza decisionale. Oggi l’introiezione dell’esigenza di massima efficienza e la percezione continuamente esacerbata di essere sempre in una o più condizioni emergenziali, crea le condizioni per la “dittatura tecnocratica”, una dittatura che non ha necessariamente il volto riconoscibile di un “dictator” personale, e che, non riconoscendosi come tale, non pensa neppure di dover avere limiti temporali.

La gente cui è stato insegnato a vivere sotto lo spettro di una perenne minaccia morale, economica e fisica chiede con forza, con ferocia crescente, di tagliare fuori ogni eterodossia e ogni mediazione, visti come rischiosi compromessi: l’intolleranza si rivela così come la virtù tecnocratica per eccellenza.

11 replies

  1. Vedi I. Kant e uso pubblico e privato della ragione.
    Un pubblico ufficiale in servizio deve obbedire agli ordini ricevuti dal suo superiore, ma in privato (“in qualità di studioso” dice Kant) non gli si può impedire di indicare gli errori delle sue mansioni e sottoporle al giudizio del pubblico. Stessa cosa per un ecclesiatico, che dovrà compiere i doveri della propria dottrina ma privatamente con parole e scritti potrà condividere col suo pubblico le critiche costruttive a quel simbolo e le proprie proposte eventuali di riforma. Il cittadino dovrà pagare le tasse ma potrà del tutto liberamente, criticarne i limiti ed adoperarsi per cambiarle.
    Nel caso l’ individuo non riesca a conciliare la propria funzione ( liberamente scelta) di militare, prete, medico, ecc… non gli è concesso boicottarla all’ interno del proprio servizio ( es,. un catechista non potrà insegnare ai fedeli qualcosa di contrario alla Dottrina della sua fede mentre esplica le sue funzioni, mentre potrà liberamente criticarla e proporre modifiche privatamente, con parole e scritti) dovrà dimettersi.
    Nel caso del funzionario di polizia non le sarà concesso di evitare di multare chi è sprovvisto di green pass, se viene mandata in pattuglia per questo scopo, e neppure deve criticare il provvedimento nell’ esercizio delle sue funzioni (es: “Ti devo multare ma hai fatto bene, continua così…”), mentre da privato cittadino può parlarne e scriverne liberamente.

    L’ uso privato e pubblico della ragione Kantiano è il fondamento di ogni democrazia.

    "Mi piace"

  2. Un caso tra tanti: 150 blogger di Facebook sono stati colpiti da querela per ‘diffamazione aggravata’ per aver condiviso un post che parlava male di un politico. Soggetti a sequestro giudiziario e a un processo pesantissimo con tanto di avvocato, hanno dovuto pagare 15.000 euro a testa, per un reato ‘penale’ considerato ‘gravissimo’ che comporta 4 anni di carcere. Inutile dire che sono spariti da Facebook e che hanno silenziato quanto loro accaduto per non incorrere in altre pene. Questi casi sono sempre più frequenti grazie a leggi che imbavagliano ogni libera espressione. E se il cittadino comune viene intimorito e minacciato in questo modo, a maggior ragione lo è il giornalista a cui non resta che allinearsi al peana di lodi al capo politico di turno. L’Italia è diventata un Paese fascista e non lo sappiamo. I partiti sono spariti. L’opposizione è sparita. Il capo del Governo non deve nemmeno sforzarsi di apparire o di parlare. I partiti che lo supportano possono solo appiattirsi sotto di lui e manifestargli la massima ubbidienza. Così del resto è quello che fanno mentre i media ubbidiscono ormai solo a due o tre capitalisti che dettano il pensiero unico. Ogni democrazia è morta.

    "Mi piace"

    • Scusa Viviana, di quale caso stai parlando sul fatto dei 150 querelati?

      Non trovo niente, almeno i nomi potresti farli, o è chiedere troppo?

      Per il resto d’accordo su quel che dici.

      "Mi piace"

  3. resistere per 3 volte, ma la dittatura della democrazia, con i suoi giornali, le sue leggi e i suoi avvocati, è spaventosa,

    "Mi piace"

  4. Comunque tanto di cappello alle elites che stavolta si sono dimostrate davvero in gamba.

    Riportare degli elettori che da anni odiavano visceralmente le elites (tutte, politiche, affaristiche, finanziarie, giornalistiche, farmaceutiche…) a pendere dalle labbra di quelle stesse elites (trasformate in pochi mesi da bande di parassiti, ladri e servi in benefattori che ci stanno liberando dal male) e addirittura a godere della violenza di quelle stesse elites contro chiunque gli si oppone, trasformato da normale oppositore politico in attentatore della salute pubblica (oltre che assassino seriale, secondo le geniali parole del PdC)… insomma chapeau! Quando si è bravi si è bravi.

    "Mi piace"

  5. Proprio oggi stavo leggendo dei processi alle streghe nella Germania della Controriforma.

    Per esempio questo:

    The Würzburg witch trials of 1625-1631, which took place in the self governing Catholic Prince-Bishopric of Würzburg in the Holy Roman Empire in present day Germany, is one of the biggest mass trials and mass executions ever seen in Europe, and one of the biggest witch trials in history.

    It resulted in the execution of hundreds of people of all ages, sexes and classes, all of whome were burned at the stake, sometimes after having been beheaded, sometimes alive. 157 men, women and children in the city of Würzburg are confirmed to have executed; 219 are estimated to have been executed in the city proper, and an estimated 900 were executed or died in custody in the entire Prince-Bishopric. The witch trials took place during the ongoing religious Thirty Years War between Protestants and Catholics, in an area on the religious border between Catholic and Protestant territories, and were conducted by a Catholic Prince Bishop intent of introducing the Counter-Reformation in his territory.

    The Würzburg witch trial is among the largest Witch trials in the Early Modern period: it was one of the four largest witch trials in Germany alongside the Trier witch trials, the Fulda witch trials, and the Bamberg witch trials.[1]

    "Mi piace"