Processo trattativa, Renzi contro Travaglio: “Parole gravissime”

(adnkronos.com) – “La sentenza riguarda tre servitori dello Stato che sono stati accusati del peggiore dei crimini. È una cosa enorme quella che è accaduta. Leggete il Fatto Quotidiano di oggi, il direttore Travaglio scrive che dà la solidarietà a Bagarella, ai mafiosi condannati. Lo dico qui in una terra profondamente ferita dalla mafia: pensa di essere ironico, ma come si fa?”. Così Matteo Renzi, presentando ‘Controcorrente’ a Catania, dopo la sentenza del processo sulla trattativa stato-mafia.

“Abbiamo ricordato qualche giorno fa la memoria del giudice Livatino. La sua vita personale è un esempio come quelle di Falcone e Borsellino. Poi è arrivato Ingroia che pensava di essere Falcone. In questo contesto si è affrancata la narrazione di Travaglio ‘è Stato la mafia’, liberando così la mafia dalle sue evidenti colpe”, dice il leader di Italia Viva.

“Io credo nella giustizia che non la fa Travaglio con un editoriale, dobbiamo uscire dal populismo giudiziario scritto sui giornali e sui tweet: si aspettano le sentenze. Basta usare la giustizia come arma per distruggere un avversario politico così come ha fatto il Pd con Berlusconi. Uno che prende un avviso di garanzia non è già condannato, siamo in una Costituzione garantista e non giustizialista. È una barbarie la giustizia via social”.

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21 replies

  1. Il “fatto” sussiste

    (di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – I nove decimi dei giornali e dei tg raccontano la sentenza d’appello sulla Trattativa senz’avere la più pallida idea di cosa dica. Infatti le fanno dire che la trattativa Stato-mafia non è mai esistita. Magari: almeno si spiegherebbero le assoluzioni dei tre carabinieri del Ros e di Dell’Utri. Invece non è così: infatti sono stati condannati il boss Bagarella e il medico mafioso Cinà. Le motivazioni sono lunghe e per capirle bisogna almeno leggerle: troppa fatica per i mafiologi della mutua. Ma i dispositivi sono brevissimi: questo è di due pagine. E lo capisce anche uno scemo: se “il fatto non sussiste”, vuol dire che non è successo niente (ma questa formula, nella sentenza, non compare mai); se “il fatto non costituisce reato” (com’è per Mori, Subranni e De Donno), vuol dire che il fatto è vero, ma non è illecito; se si legge “non aver commesso il fatto” (com’è per Dell’Utri), vuol dire che il fatto è vero, ma l’ha commesso qualcun altro.
    Qual era il “fatto” alla base dell’accusa di “minaccia a corpo politico dello Stato”, cioè ai governi Amato, Ciampi e B.? Questo: i boss, i tre carabinieri e Dell’Utri, con altri morti nel frattempo o rimasti ignoti, “usavano minaccia – consistita nel prospettare… stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle Istituzioni – a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività”. Vediamo il ruolo dei quattro assolti. Il “fatto” addebitato ai tre ufficiali del Ros e confermato dalla sentenza è di aver “contattato, su incarico di esponenti politici e di governo, uomini collegati a Cosa Nostra (in particolare, Ciancimino… nella veste di tramite con uomini di vertice della predetta organizzazione mafiosa e ‘ambasciatore’ delle loro richieste)” per “sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia omicidiaria e stragista”; poi di aver “favorito lo sviluppo di una ‘trattativa’ fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce in relazione, da una parte, alla prosecuzione della strategia stragista e, dall’altra, all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato”; infine di aver “assicurato il protrarsi dello stato di latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della ‘trattativa’” ; così “agevolavano la ricezione presso i destinatari ultimi della minaccia di prosecuzione della strategia stragista” e “rafforzavano i mafiosi nel proposito criminoso di rinnovare la minaccia”. Il “fatto” contestato a Dell’Utri è di essersi “proposto e attivato”, subito dopo l’omicidio di Salvo Lima (12 marzo ’92) “e in luogo di quest’ultimo, come interlocutore” del “vertice di Cosa Nostra per le questioni connesse all’ottenimento dei benefici sopra indicati”.
    Non solo: Dell’Utri avrebbe “successivamente rinnovato tale interlocuzione con i vertici di Cosa Nostra, in esito alle avvenute carcerazioni di Ciancimino e di Riina, così agevolando il progredire della ‘trattativa’ Stato-mafia… quindi rafforzando i responsabili mafiosi della trattativa nel loro proposito criminoso di rinnovare la minaccia di prosecuzione della strategia stragista; agevolando materialmente la ricezione di tale minaccia (portata da Mangano su mandato di Bagarella e Brusca, nda) presso alcuni destinatari e… favorendone la ricezione da Berlusconi” appena insediato a Palazzo Chigi. Quest’ultimo passaggio è l’unico “fatto” che la Corte ritiene non provato: è certo che i mafiosi gli fecero sapere quali favori pretendevano dal governo B. per mantenere la pax mafiosa, ma non che Dell’Utri ne avvertì B. Il quale quindi li favorì non perché fosse sotto ricatto, ma sua sponte.
    I fatti che raccontiamo da anni sono dunque veri. E bastano e avanzano per un giudizio, se non penale, almeno politico, istituzionale e professionale non tanto su Dell’Utri (pregiudicato per mafia), quanto sui tre “servitori dello Stato” che trattarono con Cosa Nostra anziché combatterla. Non era reato? È la tesi della Corte. Ma che trattarono non c’è dubbio: infatti nel ’97, appena Brusca svelò la trattativa, anche Mori e De Donno la chiamarono così. Ora si dice che finsero di trattare in un’astuta operazione di infiltrazione per raccogliere informazioni e catturare Riina. E allora perché non avvertirono i pm né il vertice dell’Arma, non verbalizzarono e non pedinarono Cinà (il postino che portò a Riina i loro messaggi affidati a Ciancimino sr. e tornò indietro col papello) né Ciancimino jr. (il postino del padre)? Perché non perquisirono il covo di Riina? Perché non arrestarono Santapaola, scovato da un collega a Terme di Vigliatore? Perché non catturarono Provenzano, consegnato da un pentito a Mezzojuso? Buon per loro che siano stati assolti. Ma quei “fatti” restano: qualcuno vuole scoprirne il perché? Erano dei fessi incapaci o degli agenti deviati? La trattativa incoraggiò Cosa Nostra a uccidere Borsellino, la sua scorta e tanti altri innocenti nel ’93. La loro brillante attività investigativa produsse una catastrofe senza pari. Data anche l’età, nessuno vuol mandarli in galera. Ma, se passa l’idea che trattare con la mafia è lecito, o financo doveroso, perché mai un giudice dovrebbe condannare un mafioso a rischio della vita, anziché mettersi d’accordo? Perché un ufficiale dovrebbe catturare i mafiosi giocandosi la pelle, anziché lasciarli andare? Perché un negoziante dovrebbe rifiutare il pizzo ai mafiosi rischiando rappresaglie, anziché farci amicizia?

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  2. Legalizzare la mafia,

    sarà la regola del Duemila,

    Sarà il carisma di Mastrolindo, a organizzare la fila,

    e non dovremo vedere niente, che non abbiamo veduto già,

    qualsiasi tipo di fallimento, avrà bisogno della sua claque

    (F. de Gregori, 34 anni fa circa)

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  3. Quanto è subdolo l’ometto di Rignano.
    Di quel genere di omuncoli che di fronte ad una rissa che ne vede 10 accanirsi contro un uomo solo, allungano calci alla vittima solitaria sopraffatta dal branco, badando bene di starsene ben coperto alle spalle degli energumeni che randellano.

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  4. Travaglio sei un grande giornalista! Unico con la schiena dritta! Sono i fatti che contano ,e sono lì logici ed incontestabili! Mai come in questo periodo , i media fanno ribrezzo nel nostro paese. Ma si sa la memoria in questa povera italia è un opzione!!……ecc.ecc…per quello che può contare hai tutta la mia incondizionata STIMA!

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  5. La cosa è decisa, quindi nulla da fare: tutta fuffa.
    Forse sarebbe il caso di pensare a cosa si può ancora cambiare, prima che vada a finire con inutili grida manzoniane…

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  6. Ovviamente quello che dice Piermatteo conta meno di zero, sente già odore dali estinzione da urna e cerca di agitarsi per darsi un perché e far vedere che esiste. Imbarazzante Sallusti contro Travaglio che gli spiegava dalla Gruber le due paginette della sentenza della trattativa, ma per uno come lui (abituato a leccare il culo di Silvio B.) già incapace di scrivere e leggere, risulta cieco e monco delle due mani quando c’è da leggere e scrivere contro chi ha saputo pagare bene la sua lingua felpata.

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  7. Ignazio Marino
    itS1sporso4r h ·

    Sono stato molto combattuto nel decidere se scrivere questa riflessione. Per settimane mi sono chiesto se volevo davvero espormi alle critiche che naturalmente genererà. Alla fine ho deciso di fare ancora una volta ciò che sento giusto e non quello che mi sembra più conveniente.
    Prima di esserne messo alla porta, io fui un orgoglioso fondatore del Partito Democratico e addirittura corsi per la segreteria nazionale. Credevo che potesse rappresentare una straordinaria opportunità per l’Italia, accogliendo gli aspetti migliori dell’eredità culturale e valoriale del Partito Comunista di #EnricoBerlinguer e della Democrazia Cristiana di #AldoMoro. Nel solco di questo pensiero ho messo tutto il mio impegno quando ho avuto responsabilità istituzionali, nel Parlamento e in Campidoglio.
    Non conosco la visione del Partito Democratico sui temi che riguardano l’umanità e il pianeta nell’unico tempo che conta, il #futuro, e ho la sensazione che una visione condivisa di valori non la abbia. Su questo posso essere in errore. Invece, anche a causa delle diffamazioni subite e dei 25 (venticinque) procedimenti giudiziari a cui venni sottoposto dopo la mia rimozione da Sindaco, ma anche per il mio profondo amore per #Roma, ho sempre seguito le vicende romane.
    I partiti fondatori del PD ebbero un ruolo importante nella Capitale dal momento in cui la legge elettorale affidò ai cittadini la scelta dei Sindaci. Quel ruolo, sorprendentemente, si esaurì proprio contemporaneamente alla fondazione del PD, con la vittoria elettorale di Gianni Alemanno. Dal 2008 il PD ha svolto a Roma un ruolo di opposizione. Sono incerto se questo sia dovuto alla incapacità di riconoscere le proprie debolezze oppure alla determinazione di conservare una fetta di potere anche se progressivamente ridotta.
    Sulla base del mio programma di idee stavo lavorando con mille ostacoli, fino a quando un gruppo di “Onorevoli Consiglieri” ha deciso di tradire quel progetto di trasformazione che avrebbe fatto bene alla città. Un gruppo di persone che non ha neanche avuto il coraggio di votare una sfiducia ma si è rifugiato nello studio di un notaio. È poco serio che il PD candidi adesso quelle stesse persone ad amministrare Roma. Non posso essere silente di fronte a questa ennesima giravolta di chi pensa al potere come un sostantivo e non come un verbo: poter fare, poter cambiare, poter costruire.
    Devo riconoscere che, inaspettatamente, Virginia Raggi ha voluto pubblicamente chiedere scusa per alcuni azioni ingiuste e ingenerose. Credo che si tratti di scuse vere: l’esperienza e la riflessione nella vita portano a valutare se stessi e a maturare. D’altra parte coloro che agirono sottraendo ai Romani il diritto di giudicare non hanno mai avviato un dibattito sulle loro azioni ed, evidentemente, le ritengono irrilevanti se questo non impedisce alle loro coscienze di ricandidarsi.

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