Alessandro Di Battista: “Trattare con lo Stato è reato, farlo con la mafia no”

(Alessandro Di Battista) – Che fesso Paolo Borsellino, poteva cercare un canale, un colloquio, un intermediario. Chissà, magari oggi sarebbe vivo e avrebbe fatto carriera in politica. Ma lui si oppose a trattare con chi gli aveva appena fatto a pezzi l’amico della vita e anche per questo è saltato in aria. «Mio fratello è morto invano» ha detto oggi Salvatore Borsellino. La trattativa c’è stata ma non è reato. Evidentemente i pezzi grossi del ROS (Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) che evitarono di perquisire il covo di Riina dopo il suo arresto furono solo negligenti. Una fatalità, una tragica dimenticanza. Così come un tragico errore fu la mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano.

Avete mai sentito parlare di Luigi Ilardo? Ilardo era un mafioso che voleva redimersi e per questo si “offrì” allo Stato come infiltrato dentro Cosa nostra. Dalla fine del 1993 fino a maggio 1996 Ilardo fece l’infiltrato rischiando la vita. Ilardo partecipò a summit di alto livello e riferì tutto ai carabinieri. Sette latitanti mafiosi finirono dietro le sbarre grazie a lui. Ilardo, tra l’altro, portò ai carabinieri i “pizzini” di Provenzano. È Ilardo che spiegò agli inquirenti il cambio di strategia dell’ala provenzaniana di Cosa nostra. Ovvero lo stop alle stragi in quanto la mafia aveva trovato una sorta di interlocutore nella politica. Parliamo degli anni 1994 e 1995. Ilardo ottenne addirittura un incontro con Provenzano in un casolare di Mezzojuso, ad una trentina di km da Portella della Ginestra, dove il 1 maggio del 1947, 14 contadini che reclamavano terra vennero ammazzati dai mafiosi mandati da pezzi grossi della politica siciliana con il beneplacito dell’esercito americano. Il cambiamento, allora come ieri (e come oggi) andava stroncato sul nascere.

Ad ogni modo quel giorno Provenzano non venne catturato. Un altro tragico errore evidentemente. A quel punto Ilardo decise di smetterla di fare l’infiltrato e di cominciare a fare il collaboratore di giustizia a tutti gli effetti. Non ci riuscì. Venne assassinato da Cosa nostra un paio di giorni prima di incontrare i magistrati e dopo aver detto ad alcuni carabinieri che alcuni omicidi eccellenti fatti dalla mafia vennero commissionati da pezzi delle Istituzioni. «Pezzi dello Stato hanno consegnato mio padre ai killer» disse la figlia di Ilardo nel luglio del 2020.

Non aver perquisito il covo del principale latitante italiano è stata una fatalità, così come evitare di arrestare Provenzano, colui che aveva preso il posto di Riina. Quello stesso Riina che nel 2013 si sfogò con un agente della polizia penitenziaria dicendo: «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me». Quello stesso Riina che nell’estate del 1992, raggiante, disse a Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Jato: «Giovanni, si sono fatti sotto. Insistiamo. Gli ho fatto un papello di richieste grande così». A volte l’Italia di quegli anni viene descritta come la Colombia dei narcos. Sbagliato. Il 22 luglio del 1992, tre giorni dopo la strage di via d’Amelio, Pablo Escobar fuggiva dalla “Catedral”, la lussuosa prigione dove decise di soggiornare dopo essere sceso a patti con il governo colombiano. I patti erano chiari. Lui si sarebbe costituito (continuando a comandare dal carcere) e lo Stato colombiano avrebbe cancellato la legge sull’estradizione evitando di mandare decine di narcos nelle prigioni USA. Quando cambiò il clima Escobar fuggì dal carcere. La trattativa tra narcos e governo colombiano venne fatta a suon di bombe. Per ottenere di più il Cartello di Medellin ammazzava più innocenti. Più o meno quel che avvenne da noi. Con una sola differenza. In Colombia fu Escobar a cercare le istituzioni, in Italia avvenne il contrario. Ma non è reato. Che fesso Borsellino ad opporsi alla trattativa. Una trattativa reale, dimostrata, raccontata per filo e per segno da pentiti stra-credibili (anche perché a differenza di chi sta zitto rischiano la vita e fanno arrestare mafiosi). Una trattativa, però, che non costituisce reato. O meglio, a quanto pare, trattare con lo Stato è reato, farlo con la mafia no. Bella considerazione che lo Stato ha di se stesso.

7 replies

  1. Dovevano salvare Aldo Moro! La trattativa con “il male”, con “i nemici dello Stato di diritto” è legittima e gli uomini dello Stato avevano e hanno carta bianca. Siamo tutti fratelli, siamo tutti amici, siamo tutti legittimati a convivere con il male.

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  2. Che schifo questa sentenza, guardatevi la puntata di Otto e mezzo di questa sera, Travaglio e Sallusti gli ospiti.
    Risparmiatevi lo spiegone di Da Milano a Propaganda, un giro ignobile di parole.

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  3. Caro Dibba, attento a non commettere “atti impuri” nella capitale della Trinacria, ti beccheresti due condanne, una dalla mafia e una dallo Stato, sempreché ti sorvegli la fortuna.

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  4. IPRIMIEVIDENTIRISCONTRI !!!
    nell’era verdeggiante del Caimano
    anche Angelino ha prodotto i sui Magistrati,
    OLTRETUTTO!

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