Cosa è il Corridoio del Wakhan in Afghanistan, così importante per la Cina

(Marco Lupis – huffingtonpost.it) – Accompagnate dal loro bestiame, centinaia di persone hanno cercato di fuggire dal corridoio del Wakhan, una regione montuosa dell’Afghanistan ora minacciata dai talebani. Ma sono stati respinti dai vicini del nord. Il Governo del Tagikistan preferisce non mettersi in urto con i nuovi governanti talebani, e meno che mai con Pechino. Il Corridoio, una striscia di terra d’alta quota incuneata tra Tagikistan, Cina e Pakistan, era rimasto pacifico durante i due decenni di presenza militare statunitense, ma adesso è balzato in cima alle preoccupazioni cinesi, perché è la potenziale porta di accesso tra un Afghanistan sotto il controllo dei Talebani e il turbolento Xinjiang cinese, dove vive la minoranza islamica degli Uiguri, ferocemente perseguitata da Pechino.

Il Wakhan Corridor è una striscia di terreno lunga 270 chilometri ma larga meno di 13, che termina nel breve confine tra l’Afghanistan e la Cina, che misura meno di 70 chilometri. Fu creato dai negoziati russo-britannici nel 1895, quando un’apposita commissione individuò la valle, amministrata dall’emiro a Kabul, come possibile zona cuscinetto tra i due territori dell’impero. A nord del corridoio si trova la regione tagika del Gorno-Badakhshan, teatro di una piccola ma feroce guerra civile negli anni ’90. A sud si trova il grande Kashmir, aspramente conteso tra India, Pakistan e Cina. All’estremità orientale del corridoio, attraversando il passo innevato del Wakhjir, c’è lo Xinjiang cinese. Uno dei luoghi più remoti al mondo, oggi rischia di diventare il centro del mondo.

ll terreno è difficile, uno dei motivi per cui i talebani non l’hanno mai preso, anche quando governavano la maggior parte dell’Afghanistan. I tratti occidentali del Corridoio sono famosi per le drammatiche pianure alluvionali del fiume Panj, incorniciate da entrambi i lati da montagne nude e ripide. Spostandosi verso est, risalendo gli affluenti del fiume verso l’alto, si va verso il “Piccolo” e il “Grande” Pamir afgano, pascoli noti per i loro inverni rigidi e l’altitudine impressionante. Un lembo di terra aspra, molto poco ospitale, che si dipana tra montagne altissime e selvagge: per lungo tempo dimenticato, ora il Corridoio è balzato al centro dei giochi politici tra la nuova superpotenza egemone, La Cina, e l’incerto nuovo governo talebano, con l’atomico Pakistan che osserva preoccupato la situazione e il marginale Tagikistan che cerca solo di non crearsi problemi con nessuno di questi ingombranti – vecchi e nuovi – vicini.

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Nel corso della Storia, le aspre cime del Corridoio sono sempre state un delicato punto di snodo tra imperi e civiltà. Già nell’VIII secolo, il villaggio di Sarhad-e Broghil fu il teatro di una battaglia-chiave tra gli eserciti degli imperi tibetano e Tang, in lotta per il controllo del traffico sulla Via della Seta, per la quale- ieri come oggi – il Wakhan rappresentava una via importante, rapida e vantaggiosa. L’elegante architettura di influenza persiana modella le case degli abitanti della valle, per lo più musulmani ismailiti. I loro bardi cantano ancora di Alessandro Magno – considerato ancora oggi un eroe mitico in tutta l’Asia centrale – il cui corpo sarebbe stato trasportato nella regione perché potesse riunirsi nella morte con il vero amore del conquistatore, una fanciulla locale a cui si attribuivano poteri semi-soprannaturali. Anche Marco Polo parla del Wakhan, ricordando il “linguaggio peculiare” degli abitanti, ovvero quel misto di dialetti parlati ancora oggi dall’etnia Pamiri, a sua volta un’identità composita e in evoluzione associata a popoli ora diffusi in Tagikistan, Pakistan, Afghanistan e Cina. Strettamente intrecciati da vincoli di tradizione, parentela e commerci, quelli con le pietre preziose e i narcotici rappresentano oggi gli scambi più redditizi per i Pamiri. Lucrosi commerci ormai inaccessibili per i Sarikolis, che vivono oltre il confine cinese strettamente sorvegliato da Pechino, ma che una volta si muovevano e operavano liberamente sue giù per la regione, attraversando liberamente un confine ormai blindato.

All’inizio di luglio, i talebani sono arrivati ​​da ovest. Erano a bordo di quattro automobili, a significare che questa remota regione, malgrado il suo valore strategico, con i suoi 14.000 abitanti per lo più pastori, non meritava uno spiegamento di forze vero e proprio. La gente del posto non ha sfidato i combattenti in arrivo, radunandosi invece con i leader locali che si sono incontrati con cautela con i rappresentanti dei talebani. Un rapporto difficile, quello con i barbuti nuovi padroni dell’Afghanistan. Anche se alcune famiglie locali si sono guadagnate credito con gli ex mujaheddin per il loro ruolo nella resistenza antisovietica dei decenni passati, infatti, l’estremo fondamentalismo religioso dei talebani resta in gran parte estraneo agli ismailiti che rappresentano l′80 per cento degli abitanti della valle, i quali professano la loro venerazione e il loro rispetto per Shah Karim al-Husayni, un miliardario ottantenne che risiede a Monaco e rivendica la discendenza diretta dal Profeta. Le organizzazioni dell’Aga Khan gestite in suo nome hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppo di tutto il Wakhan negli ultimi due decenni, finanziando la costruzione di infrastrutture di base, programmi di riduzione della dipendenza dall’oppio, la crescita di un’industria turistica e l’istruzione.

Spaventati dal ritorno dei talebani, si è saputo che qualche settimana fa circa 350 nomadi di etnia kirghisa hanno cercato di fuggire dal paese verso il Tagikistan. I kirghisi aderiscono anch’essi a una forma moderata di islam e, come altre minoranze etniche, rischiano la repressione con la ripresa del potere da parte dei talebani. Sono partiti dai loro pascoli del Wakhan di notte, con i loro cammelli, yak e yurte in cerca di salvezza. Portando con sé quasi 4.000 capi di bestiame, affrontando un viaggio difficilissimo e drammatico, i pastori hanno trascorso giorni e giorni valicando montagne altissime in mezzo a neve e ghiaccio. Quando si sono presentati al confine con il Tagikistan il 13 e 14 luglio scorso, con la loro mandria, la pattuglia di confine tagika inizialmente li ha lasciati entrare. I pastori hanno detto che volevano rimanere in Tagikistan o viaggiare fino in Kirghizistan, e allora il governo kirghiso ha offerto asilo all’intero gruppo, aprendo apparentemente una strada alla loro richiesta di asilo. Ma nel giro di una settimana, il governo tagiko ha respinto l’appello dei pastori e li ha rimandati in Afghanistan, affermando che il governo centrale di Kabul aveva garantito la loro sicurezza. Le suppliche dei pastori sono state ignorate. Alla fine, sono stati costretti a tornare indietro, dopo che la loro richiesta d’asilo è stata respinta senza appello dalle autorità di Dushambe, ma non prima di aver scatenato una disputa diplomatica e aver dimostrato come il ritorno dei talebani in Afghanistan stia snervando i vicini del nord – e non solo – preoccupati per l’arrivo improvviso di rifugiati e la prospettiva di violenze transfrontaliere.

La decisione del Tagikistan riflette la sua crescente diffidenza nei confronti degli arrivi di rifugiati. A partire da giugno, i soldati del governo afghano hanno iniziato a fuggire in Tagikistan poiché i talebani hanno invaso le loro posizioni. Arrivando a rivoli e attraverso ritirate alla rinfusa, diverse centinaia di soldati hanno attraversato il confine, spingendo il Tagikistan a imbarcarli sui voli di ritorno a Kabul. Intanto, in questi giorni, l’amministrazione Biden ha chiesto ad Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan di accogliere fino a 9.000 richiedenti asilo.

Il rischio del compattarsi di una sorta di “solidarietà transfrontaliera” innervosisce, e molto, la Cina, che ha costruito un vasto stato di polizia ad alta tecnologia per controllare e opprimere milioni di uiguri e altre minoranze al di là del confine del Wakhan, nello Xinjiang, insieme ai Sarikoli, che un tempo, come si è detto, si mescolavano liberamente ai loro cugini nel Wakhan e nel Gorno-Badakhshan. Rafforzare il controllo del Wakhan, anche se attraverso i talebani, per Pechino rappresenta attualmente l’opzione migliore.

La Cina usa da tempo la minaccia del presunto estremismo islamista per giustificare la repressione nello Xinjiang, ma ha dimostrato di avere ben pochi problemi a trattare con i talebani. Ma c’è di più. Pechino ha condotto attivamente operazioni di sicurezza e diplomatiche all’interno e tutt’attorno al Corridoio del Wakhan per oltre un decennio, anche se non ama ammetterlo e anzi continua a negarlo. Quelli che conoscono bene il territorio insistono sul fatto che il personale di sicurezza cinese è stato visto spesso lì, a partire dalla fine degli anni 2000, a volte con le truppe afghane al seguito. Poi, intorno al 2012, il governo cinese ha cominciato a distribuire borse di studio per far studiare in Cina i figli di influenti famiglie locali. E col passare del tempo ha aumentato il controllo militare nella valle del Wakhjir, alla fine del corridoio, principalmente per impedire agli uiguri di fuggire dallo Xinjiang, anche se Pechino ha strenuamente smentito le notizie secondo le quali avrebbe allestito siti militari nel vicino Gorno-Badakhshan, o che il suo esercito avrebbe condotto ” qualsiasi operazione militare ” nel Wakhan, impensierito dai militanti uiguri che combattono tra le fila dei talebani.

Gli interessi cinesi verso il Corridoio del Wakhan non sono soltanto militari e di difesa, volti al contenimento della minaccia terroristica islamista nel confinante Xinjiang, ma sono anche e soprattutto di tipo commerciale strategico. Ne fa fede il progetto di una strada che attraversa il passo del Wakhjir nel Corridoio, che nei programmi cinesi dovrebbe rappresentare un’importante alternativa per il mega progetto della Nuova Via della Seta. Ufficialmente, il progetto della nuova strada è stato avviato dal governo afghano nel 2019, ma può contare su più o meno occulti – e ingenti – investimenti cinesi. Una nuova sezione che porta al passo è in fase avanzata di costruzione, anche se la gran parte del percorso non è attualmente molto più che una pista di ghiaia che taglia in due il terreno instabile e roccioso, estendendosi fino al corso inferiore del Piccolo Pamir. Qui, una dozzina di uomini trascorrono mesi interi a far saltare i massi e a scavare nella roccia lungo i vecchi sentieri dei pastori.

Questa strada, che oggi a malapena può ospitare due auto contemporaneamente, rappresenta molto bene la pretesa cinese di stabilire una nuova narrativa globale e di imporre all’Occidente una visione ancora più grandiosa della connettività cinese. Una via fondamentale per sviluppare i grandi progetti di sfruttamento economico delle incredibili risorse minerarie dell’Afghanistan, sulle quali Pechino ha messo gli occhi da tempo. Ma per la gente del Wakhan, la strada per la Cina non richiama idee di progresso e ricchezza. Piuttosto, si tratta di ottenere un percorso praticabile fino ai pascoli di montagna, dove le persone cercano un lavoro a breve termine come pastori. Sedersi al caldo della tenda attorno a una stufa a gas e condividere storie di viaggi e famiglia, fumare, pregare, vivere “serenamente” (ārām) nel loro paese, a casa. Una prospettiva che – nel turbolento Afghanistan dei nuovi talebani – appare sempre più lontana.

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3 replies

  1. Tanto meglio! Lasciamoli nel loro brodo tribale ! Abbiamo gia la Calabria saudita..
    Che altri guai andiamo a cercare ? Non riusciamo nemmeno a debellallare la mafia da secoli !

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