I politici-contadini

(François de Tonquédec e Paolo Gianlorenzo – La Verità) – La cuccia per cani con i 24.000 euro incorporati era stata costruita personalmente da Esterino Montino, un uomo tutto di un pezzo, che con le sue imprese fa ombra all’Antonio Di Pietro contadino. Lui, ex bracciante senza auto, più che la passione per la guida ha quella per la politica e pure quella per gli affari.

Un fiuto che deve aver affinato  come ci ha suggerito una fonte, trenta-trentacinque anni fa quando venne chiamato a fare il «segretario amministrativo (tesoriere) romano del Pci-Pds». Ci racconta il testimone: «Ovviamente per la sua attività aveva contatti con i segretari amministrativi degli altri partiti. In primis con il senatore Giorgio Moschetti oggi defunto. Si incontravano in un appartamento in via dell’Oca. Cane, oca, sempre la fattoria degli animali». La sua dolce metà, Monica Cirinnà, non è da meno.

Chi se la figura come un’annoiata senatrice dem impegnata in mediatiche campagne per i diritti civili e gli animali sbaglia di grosso. La signora non solo ha intrapreso anche la strada di imprenditrice agricola, ma al Corriere della sera ha fatto sapere che nei cinque giorni di ferie, essendosi la cameriera «strapagata» licenziatasi perché si annoiava «a stare sola con il cane», si è ridotta a fare «l’ortolana, la lavandaia, la cuoca».

Insomma i mestieri domestici. La donna ci ha tenuto anche a far sapere che la sua colf era stata messa in regola. E sono in regola anche i sette lavoratori agricoli, tutti rigorosamente extracomunitari, assunti nella fazenda.

La signora, anche se al momento è costretta a indossare gli scomodi panni della donna di casa, ha il gusto per gli affari e gli investimenti immobiliari. Negli archivi della Camera di commercio compaiono almeno quattro indirizzi di residenza o di domicilio. C’è quello dell’appartamento di Propaganda fide, vicino a piazza Navona, che la coppia avrebbe lasciato da qualche anno, ce n’è uno nella piazza del Tribunale (dove, secondo il portiere, sono rimasti un paio d’anni), ce n’è un altro, sempre di fianco a piazza Navona, e infine c’è il più recente, considerata la loro attuale dimora, a due passi da Campo de’ fiori, dove i vicini li vedono arrivare a bordo di una Smart acquistata da lei nel 2019.

I due politici-contadini preferiscono non risiedere a Fiumicino, dove lui è nato ed è sindaco, ma nel cuore della Roma delle terrazze e degli aperitivi esclusivi. Salvo poi indossare gli abiti bucolici nelle tenute a ridosso di Capalbio, già piccola Atene dell’intellighenzia capitolina, e del Monte Argentario, ad Orbetello.

In piena Maremma i due hanno acquistato, (secondo gli atti notarili) attraverso due società agricole, 74 bio e CapalBio qualcosa come137 ettari di terreno, gran parte sono coltivati a grano duro, altri a mais, a erba medica, e poi c’è la campagna più classica: uliveto, frutteto e vigneto. Qualche anno fa nelle stalle, un giornale aveva contato anche diversi bovini: una quarantina di vacche maremmane, due vitelli, 15 tori e sette manze chianine. Non sappiamo se ci siano ancora.

Restano i vasti terreni, larghi quanto 200 campi di calcio sulle colline dei cosiddetti SuperTuscany rossi. Una parte dei questi, 134 ettari a cavallo tra i comuni di Orbetello e Capalbio, è stata rilevata nel 2001 subentrando in un contratto tra un coltivatore locale e l’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), un ente sotto il controllo del ministero delle Politiche agricole, per 704.255 euro (da pagare in trent’ anni), il prezzo residuo di quanto dovuto a Ismea dal vecchio proprietario, che dall’atto risulta non aver ricevuto nessun compenso.

I restanti 3 ettari che, insieme a un edificio rurale con al piano terra 6 magazzini, un bagno e il portico, sovrastati da un appartamento con soggiorno, cucina, due camere, bagno e terrazzo per una superficie totale di 215 metri quadri (134 al piano inferiore e 81 a quello superiore) che affacciano su una corte di 1.200, si trovano nel comune di Manciano e sono stati acquistati nel 2007 da un residente del posto per 265.000 euro.

Dalla stessa persona e nella medesima località sono stati acquistati direttamente dalla Cirinnà altri 6,56 ettari, al prezzo di 250.000 euro. La signora risulta personalmente intestataria di un «fabbricato per funzioni produttive connesse alle attività agricole», di un terreno seminativo e di uno in «variazione colturale». A Montino, invece, non è intestato nessun immobile. Che invece sono tutti di proprietà delle società agricole e di una Srl. Oltre a quelli di Manciano, molti fabbricati, otto, si trovano a Capalbio.

Qui abbiamo una villetta di 8,5 vani, un’altra di 6,5, quattro magazzini, una casa più piccola (3 locali) e un immobile in costruzione. Tra Capalbio e Orbetello la coppia dispone di 4 ettari e mezzo di vigneti, pari a circa 6 campi da calcio e mezzo. Qui coltiva sauvignon e merlot. Lui risulta amministratore unico della Monester (che controlla la tenuta CapalBio) e della 74 bio, nonché titolare di quote della stessa Monester (70 per cento), della Marest (49) e della Grafiche fover Srl (33,59%) che possedeva, senza avere ruoli gestionali, con un fratello e che ha avuto vita breve prima di fallire.

C’è un locale a Roma da cinque stelle in tutte le guide turistiche destinate al pubblico lgbt. Si chiama Alibi, ed è un disco-bar nel cuore di Testaccio, proprio di fronte all’ex mattatoio, in via di Monte Testaccio dal civico 40 al civico 44. Ci informava 12 anni fa l’attuale direttore del Tempo Franco Bechis. Ma alla Monester apparteneva l’intero piano terra dell’isolato, che ospitava altri due disco bar e una discoteca. Tutto della Monester. Ancora oggi la società, il cui nome sembra nato dalla crasi di Monica ed Esterino, ha intestati 467 metri quadrati adibiti a negozi con una rendita catastale di 42.617,46 euro.

Quel complesso immobiliare fu acquistato nel 2001 per 1,425 miliardi di vecchie lire, chiedendo un mutuo alla Banca di Roma per 1,5 miliardi di lire. Il mutuo è stato improvvisamente estinto nel 2008 per essere riacceso presso un nuovo istituto di credito, la Banca di credito cooperativo di Roma (Bcc) che ha messo a disposizione 1,2 milioni di euro. Montino aveva anche un’altra Srl, la Sagittario 2090, che era proprietaria anche di un ristorante a Maccarese, venduto poi dopo una lunga querelle giudiziaria con il proprietario dei terreni confinanti nel 2008 a 25.000 euro.

Ma la vera passione dei Montino sono le attività agricole e per questo hanno dato vita a tre società impegnate nel settore: la Capalbio fattoria società agricola srl, la 74 Bio società agricola arl, le Fattorie biologiche società agricola (quest’ ultima risulta inattiva, si trova a Montalto di Castro in provincia di Viterbo e ha come socio al 40 per cento proprio la CapalBio). In queste ore questi imprenditori agricoli, con la storia delle banconote da 500 euro nascoste dentro la cuccia devono essere andati ben ben nel pallone e ieri la Cirinnà dopo aver parlato della sua cameriera nei termini citati all’inizio ha rettificato: «Quando si sbaglia ci si scusa. Mi scuso quindi per le parole errate usate in questo momento difficile per dire che senza l’aiuto prezioso di una nostra collaboratrice ho avuto difficoltà.

La nostra azienda si avvale dell’ottimo lavoro di tanti senza i quali tutto si complica». Quindi niente «mami» di Via col vento, ma preziosa collaboratrice. Chissà se anche i cani titolari della cuccia tra qualche giorno diventeranno principi o magari qualcos’ altro. Intanto proseguono le indagini sull’origine delle 48 banconote da 500 euro ritrovate tra le macerie del ricovero per i cani.

Bastardini che Montino e la Cirinnà avrebbero accolto compassionevolmente. Tra le macerie della cuccia per i piccoli della «cana» (termine dialettale usato dalla senatrice) di un vicino pastore, rifugio che Montino e la Cirinnà avrebbero amorevolmente costruito. Ieri in Procura nessuno ha parlato del caso. Al momento il fascicolo è aperto contro ignoti e non sappiamo se i pm abbiano già iscritto un’ipotesi di reato.

Le banconote sequestrate sono in attesa di essere analizzate. Non è da escludere che possano essere state registrate dalla banca che per ultima le aveva avute in custodia. «Abbiamo preso atto della denuncia della famiglia Montino – ci dice uno degli investigatori – ma non possiamo escludere nessuna pista. Banconote di questo taglio così grande è stato usato, in passato, per molteplici usi illegali. Le banconote quando sono state consegnate al maresciallo di Capalbio erano già state estratte dagli involucri di plastica nei quali, il proprietario, aveva cercato di metterli al sicuro». Un’imprudenza che potrebbe aver complicato e non di poco le indagini.

2 replies

  1. Sappiate che il nome intero di uno dei due é François de Quengo de Tonquédec. Esperto di “misteri”italiani…

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  2. Il nome non è “colpa” sua ( sarebbe cambiato qualcosa se si chiamasse Salvatore Esposito?). E neanche la ricchezza, se onesta.
    Tutto il resto, sì.

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