Addio Pennacchi l’unico vero fasciocomunista

(Vittorio Macioce) – Se ne è andato di botto, quasi fosse un dispetto, senza neppure dire arrivederci, con quel cuore da bastian contrario, che non smetteva mai di dare calci al mondo, un posto dove non puoi stare tranquillo se sei nato con l’animaccia da galantuomo.

Antonio Pennacchi ha preso l’ultima scorciatoia mentre stava parlando al telefono con la persona che amava e stimava di più, sua moglie. È la donna con cui ha passato la vita perché come lui sapeva di vero e qualche volta brontolando diceva che era anche l’unica in grado di sopportarlo. La realtà è che ne conosceva la dolcezza. I Pennacchi sono ruvidi e imprevedibili. Ti spiazzano, ma sanno essere generosi. Danno tutto, se ne vale la pena. Era così anche suo fratello Gianni, un maestro di giornalismo. È quello con cui Antonio passava il tempo a litigare e a riabbracciarsi, e lo ha fregato perché si è messo in viaggio prima di lui senza aspettare le feste di Natale. È il fratello che gli fa da controcanto nel Fasciocomunista. È la vita scriteriata di Accio Benassi, incazzato, ribelle, attaccabrighe, goffo, innamorato, illuso, ingenuo, arrogante, disubbidiente, sentimentale. È quello stare fuori dal pentagramma della musica di moda, svirgolando tra seminario, sezione del Msi e gruppettari maoisti, senza tradire nessuno, senza davvero riconoscersi in una bandiera. Ci ricava pure un film con Riccardo Scamarcio e Elio Germano. La regia è di Daniele Lucchetti. Il titolo è preso in prestito da una canzone di Rino Gaetano: Mio fratello è figlio unico.

Benassi come Benassa, il protagonista del suo primo romanzo. Quello scritto mentre lavorava in fabbrica, alla Fulgorcavi di Latina. Ci è rimasto trent’anni. Mammut è il manoscritto che gli editori rispedivano al mittente, probabilmente senza neppure leggerlo. Ha collezionato 55 rifiuti e dopo il successo si divertiva a ricordarlo. Ecco, non era mica scontato quello che è successo con Canale Mussolini. Le saghe familiari non erano ancora tornate così di moda, con quella scrittura che parla direttamente al lettore, con lo stile di chi ti sta semplicemente raccontando una storia, ma lo fa con la ricchezza di chi ha letto milioni di libri e un po’ si diverte a farti credere che è capitato lì per caso, come se in una notte troppo lunga gli fosse venuto il vezzo di narrarti le vicende di una famiglia dell’agro pontino. È gente venuta da su, dal Veneto, contromano, con la speranza di trovare la terra promessa dove un tempo c’erano le paludi, bonificate dal Duce per dare la terra ai braccianti e l’idea un po’ megalomane di forgiare un nuovo popolo. Pennacchi, libertario nel midollo e probabile predestinato al confino, non è che stravedeva per il «capoccione», ma quel pezzo di ventennio lo ha raccontato senza imbarazzo, sfidando pure i nipoti di quelli che con il fascismo sono stati classe dirigente o nel gregge delle camice nere.

Si divertiva a irridere i recensori. «Angelo Guglielmi ha scritto: troppe citazioni: come se l’autore volesse far vedere che ha studiato. E non ha capito che le citazioni erano false. Era un gioco. Gli ho mandato una lettera: guardi che le citazioni me le sono inventate». È finita che con Canale Mussolini si è preso il lusso di scalare le classifiche di vendita e di vincere perfino lo Strega. Anche i Benassa, o i Peruzzi, qualche volta vanno in paradiso, poi però si affrettano a scendere, non per ingratitudine o blasfemia, ma perché proprio non ce la fanno a sopportare la compagnia. Certo, un po’ ci ha giocato con il successo. Si è lasciato tentare da un’avventura politica: Pennacchi per Latina. Sottotitolo: Futuro e libertà. È la sua stagione finiana.

La saga dei Peruzzi continua con un Canale Mussolini. Parte seconda. È un seguito meno spontaneo. Troppo ragionato. Quel pezzo d’Italia creato a tavolino torna con il delitto di Cori, i due fidanzati ammazzati con 170 coltellate. È il mistero di Nuvola rossa, dove spiega l’inquietudine della sua gente. L’Agro Pontino è un pezzo di Valpadana; dove sembra che parliamo il romanesco, ma a pensare e a sognare si continua in veneto. Noi non ci siamo mai sentiti del Lazio. Il Lazio è Sud. Ci è completamente estraneo. Alieno. Dopo ancora 70 anni». È qui che c’è il senso della filosofia umana di Pennacchi. È lo straniamento. È quel ritrovarsi costantemente al confine di qualcosa, senza sapere bene perché. Il dover lottare per trovare un posto, con la sensazione di non raggiungerlo mai, come se un destino pesasse su quelli come te, estranei per qualche strana faccenda a quello che ti circonda. I Pennacchi, i Benassa, i Peruzzi sono fatti per resistere al flusso della storia e si dannano per cercare un motivo del perché si sono acquartierati da qualche parte in questo mondo. Pensano, fuggono, maledicono, si perdono e si divertono a fare i conti con la propria inquietudine. Si portano sulle spalle la maledizione di Giobbe senza neppure averne la fede. Quello che li spinge ad andare avanti è la certezza che da qualche parte esiste una terra dove gli sfiniti trovano pace.