In fuga dalla pandemia. Viaggio al buio

(Di Ginevra Leganza – civiltadellemacchine.it) – Con l’ultimo mese estivo non si può rinviare il tempo per abbozzare un’idea su un fatto d’avanguardia che chiameremo “viaggio alla cieca”. La vita post-universitaria porta a scoprire che non è cambiata la tigna, in voga da almeno trent’anni, di viaggiare purchessia. Il viaggio è un bene irrinunciabile, un mito al cui cospetto non tengono punturine paventate fatali. Dov’è una mania maggiore, cessa quella minore: lo sragionare di chi teme contravveleni al virus si spegne se si tratta di spiccare il volo… Viaggiare. Ma per andar dove non si sa. Esistono infatti i viaggi blind, rispetto ai quali gli universitari son parecchio sensibili. Le offerte più spinte, pensate per ventenni, prevedono che per poche centinaia di euro si soggiorni una settimana all’estero, molto spesso su un’isola. Le cifre scarne di zeri son colmate moralmente da un caro pedaggio: paghi poco, ma del viaggio non sai niente, sanno tutto loro che l’organizzano. In alcuni casi non hai alba di aeroporto di partenza e di ritorno; in alcun caso hai indizi di meta, vitto, alloggio. Appuntamento al buio fino a una settimana prima, quando finalmente ti viene comunicato da dove partirai, dove arriverai, come dormirai, cosa mangerai, cosa vedrai. Qualcuno parla su internet del viaggio a sorpresa come della tendenza 2021, con un +300% di utenti in cerca di viaggi blind e vendite raddoppiate per una delle più note agenzie che porge siffatti pacchetti. A occhio sembrava che la disintermediazione avesse raggiunto un punto di non ritorno, e che il turismo fai da te – con voli e alberghi prenotati dal singolo nei tempi morti in ufficio – fosse l’andazzo maggioritario. Non volendo analizzare le misure effettive del fenomeno e neppure il retroscena di un viaggio pagato poco (verosimilmente uno scarto), mettiamo da parte la statistica e tutto il resto.

Andiamo direttamente alla sostanza. Cosa spinge un uomo o una donna, nel massimo turgore intellettuale, a demandare l’organizzazione di una fuga dal quotidiano? Perché lavarsi le mani e bendarsi gli occhi? Perché non cercare luoghi precisi, di personale interesse? Dov’è finita la persona? E il valore della scelta? Dov’è la vita attiva di chi vive e viaggia e non è vissuto e viaggiato? Tutto ovattato da una meraviglia che, ammesso sia tale – somiglia tanto a una festa a sorpresa non solo sgamata, addirittura suggerita dal festeggiato – è comunque un’emozione primitiva… E dunque un turbamento inutile quando non prelude all’approfondimento (lo dice Aristotele). Il successo dei viaggi ciechi lascia pensare che non si abbia la benché minima voglia di studiare o anche solo smanettare su internet per disegnarsi una traiettoria. In tal senso, la vacanza rispecchia pienamente se stessa: è il puro vuoto. Partire, dormire, mangiare, bere e appunto vacare… In una nota al pacchetto si legge poi della premura dell’agenzia nella scelta di luoghi ottemperanti ai criteri di sanificazione. E così facciamo un passetto ulteriore: è ovvio che il viaggio alla cieca attecchisca. Sono passati due anni da quando la cura del sé ci è parecchio sfuggita di mano consegnandosi in tentacoli incapricciati di igienizzare il mondo. Tutto in linea con l’umore generale: ignavia, indolenza, tentennamento da un lato; dall’altro l’Innominabile attuale (un pensiero a Roberto Calasso) che ci vuol bene e sa cosa vogliamo. I viaggiatori bendati brancolano nell’indecisione e passivamente accolgono quanto si presume che per età possa loro interessare. Insomma, è un tale peso essere sempre così apocalittici, eppure il viaggio alla cieca è l’ennesima spira di un mostro che pensa per te. 

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