Giustizia, Conte non vuole rompere Ma senza modifiche al testo il voto di fiducia è un rebus

(Monica Guerzoni – corriere.it) – «Nessuno ha fiatato…». Davanti a Mario Draghi e alla sua determinazione ad approvare in fretta la riforma della giustizia, il via libera dei ministri alla richiesta del premier di autorizzare il voto di fiducia era stato unanime e immediato. «Nessuno ha fiatato», racconta chi giovedì vi ha preso parte. Sì convinto da Di Maio, Patuanelli, D’Incà e anche da Fabiana Dadone, che ieri in tv ha rischiato di terremotare il governo e tranciare di netto il filo dei rapporti tra Draghi e Giuseppe Conte.

Per qualche ora la nave dell’esecutivo di unità nazionale ha ballato e l’alleanza con il Pd è stata messa a durissima prova, finché la ministra ha cambiato rotta: «Le mie parole sono state pompate». Quando anche Conte le ha chiesto di rettificare pubblicamente, Dadone ha affidato ai social una nota alla camomilla per placare gli animi e confermare la fiducia al governo. D’altronde le cronache raccontano che c’era anche Fabiana Dadone a Palazzo Chigi quando, l’8 luglio scorso, Draghi parlò al telefono con Beppe Grillo e ottenne il sì al testo Cartabia, che fu poi approvato dal quartetto di ministri pentastellati.

A Palazzo Chigi il caso Dadone è stato derubricato a semplice «fraintendimento» e la mediazione di Draghi con Conte, per arrivare al «consenso necessario sul provvedimento» che molto sta a cuore al premier, continua. Ma con fatica, perché Draghi non intende cedere. Il capo de governo fortissimamente vuole che la riforma del processo penale sia approvata entro la prossima settimana e che gli aggiustamenti invocati dal M5S non stravolgano l’impianto. Giovedì è stato lo stesso Draghi a spiegare a Conte al telefono quanto alto sia il rischio di minare il (fragile) accordo raggiunto con tutti i partiti.

L’uscita di Dadone ha svelato gli umori in casa 5 Stelle, anche dopo la conferenza stampa in cui il premier ha aperto ad «aggiustamenti tecnici». Una trentina di deputati del Movimento sarebbero pronti allo strappo sulla riforma Cartabia e c’è chi dice che i malpancisti siano «molti, molti di più». Il sì dei ministri all’ipotesi fiducia ha spiazzato e irritato tanti parlamentari, che rivedono il film di due settimane fa, quando la squadra di governo sconfessò la riforma con cui l’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede aveva stoppato la prescrizione.

E adesso? Toccherà a Conte, che ieri ha passato la giornata a Montecitorio, provare a riportare la calma nei gruppi parlamentari, divisi tra gli irrequieti che premono per rompere e i governisti che guardano a Luigi Di Maio. L’avvocato e quasi presidente del M5S assicura di non aver cambiato idea, tra i suoi piani non c’è quello di portare i gruppi fuori dalla maggioranza e di aprire la crisi di governo. Ma il voto di fiducia per il Movimento è una strettoia vera e il leader, prima che il 30 luglio il testo arrivi in aula alla Camera, si aspetta «un segnale» da Palazzo Chigi. Guai a parlare di bandierine da sventolare, ma Conte punta a ottenere, dalla triangolazione con Draghi e Cartabia, modifiche concrete al testo presentato dalla Guardasigilli. Un senatore contiano la spiega così: «Se il governo pone la questione di fiducia sulla riforma così com’è uscita dal Consiglio dei ministri, noi non possiamo votarla. Sia il premier che la ministra della Giustizia hanno ammesso che non funziona, perché c’è un problema sull’improcedibilità».

Giorni fa nel «cordiale» faccia a faccia con il presidente Draghi, il predecessore aveva confermato l’impegno a sostenere le riforme, ma ora Conte si aspetta che l’ex capo della Bce trovi il modo di sciogliere il nodo politico e di merito. «Questa legge non può far svanire nel nulla centinaia, migliaia di processi», è lo slogan del giurista pugliese. La preoccupazione dei magistrati, dal Csm all’Anm, è anche quella di Conte, che nelle riunioni riservate rilancia l’allarme sul «rischio impunità» e chiede che gli «aggiustamenti tecnici» promessi da Draghi non siano semplici ritocchi d’immagine: i tempi della prescrizione devono essere allungati e l’entrata in vigore deve essere spostata in avanti. Richieste di gran lunga più pesanti di quelle che Draghi è disposto a concedere.

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