Aziende in crisi, il monitoraggio del Governo

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Ormai non c’è giorno nel quale qualche esponente degli illuminati, che diagnosticano le cause dell’eclissi della sinistra e che esultano nel dichiararne la morte aveva ampiamente profetizzata, in modo da risparmiarsi anche lo sforzo puramente virtuale di praticare qualche massaggio cardiaco, di piazzare il defibrillatore gridando “la stiamo perdendo” come nei medical drama superati dalla realtà, non si occupi di elargirci analisi profonde dei trionfi imperialistici in remote geografie. Quando molto comodamente a qualche centinaio di chilometri di distanza, da percorrere con un’ibrida equa e sostenibile, potrebbe andare a verificare di persona come le stesse procedure vengano applicate grazie al colonialismo interno che replica su scala sfruttamento, saccheggi, repressione, accordi con notabilati e despoti locali in patria.

Ma certo la presa che hanno accadimenti nostrani è meno rilevante da un punto di vista narrativo di vicende che si rappresentano in altri teatri che, ammettiamolo, dovrebbero essere orgogliosi di ospitare i nostri knowhow made in Italy, si tratti di innovazione o della vecchia immarcescibile corruzione, come dimostra il caso Eni – Nigeria, attraverso procedure, sistemi e modalità che potranno ulteriormente perfezionarsi con il nuovo regime di appalti e di semplificazioni.

E d’altra parte non c’è da andare troppo per il sottile quando si deve raccogliere la sfida epocale della ricostruzione, del rilancio, della resilienza. Quindi anche i nostri pensatori disillusi condannano (ne ho scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2021/06/24/152401/ ) chi si balocca ancora con principi desueti.

Non tanto perchè incompatibili con lo sviluppo secondo i criteri del grande reset, del quale godono pure loro dalle loro posizioni di rendita, ma perché dichiaratamente superati e resi vani dalla consapevolezza che non c’è alternativa praticabile e dunque è meglio accomodarsi, finchè c’è, nella propria tana accidiosa e separata, tutelata dall’appartenenza a un ceto superiore socialmente, culturalmente e dunque anche moralmente. Che poi, diciamolo, di cosa si lagnano questi lavoratori beneficati dalla sfida dell’automazione e della digitalizzazione in procinto di liberarli dalla fatica? imitino invece gli addetti alle professioni intellettuali che da tempo si sono promossi, valorizzati e adeguati, scrivono le loro feroci rese incondizionate al sistema sul pc e recitano i loro pistolotti pedagogici in videoconferenza.

Invece come un vecchio attrezzo del terzomondismo di vicinato penso di fare cosa utile informando che a fine marzo il Ministero dello Sviluppo Economico, poco prima della decisione di sospendere il blocco dei licenziamenti, ha reso noto che sarebbero un centinaio i dossier riguardanti le aziende italiane “in crisi”, malgrado che tutte le iniziative prese degli esecutivi che si sono susseguiti abbiano risposto alle crisi cicliche del sistema e alla scelta dichiarata del mondo di impresa nazionale: investire in strumenti finanziari anziché in innovazione competitiva, sempre allo stesso modo:  esenzioni fiscali, liberalizzazioni e maggiore flessibilità dei contratti di lavoro, perdite socializzate a fronte di profitti privatizzati.

Più della metà delle emergenze riguardano imprese a carattere nazionale, le altre invece interessano aziende locali “dentro gli steccati regionali” e secondo la Cisl  i comparti più penalizzati dalla gestione del Covid, che ha aggiunto emergenza a emergenza, sono siderurgia, automotive, elettrodomestici e aeronautica, mettendo a rischio oltre 56 mila dipendenti.

Poco dopo la pubblicazione dei dati, la viceministra Todde, imprenditrice in quota 5stelle, ci ha tenuto a “rettificare” annunciando che grazie all’impegno personale e dei governi – ha partecipato a tutti e due-  “il numero delle vertenze attualmente in carico al ministero dello Sviluppo economico è diminuito, passando da 97 a 89, di cui 55 tavoli aperti e 34 di monitoraggio“.

E da parte sua, il ministro Giorgetti, della Lega, ma non è detto sia peggio dei rappresentanti di altre forze della coalizione, rivendica di essere l’artefice di un organismo, la Struttura  per le crisi di impresa istituita per supportare “il vertice politico-amministrativo nella gestione dei tavoli di crisi”, e per favorire “l’attrazione di investimenti e per implementare azioni di reindustrializzazione e riconversione delle aree” colpite dalla “recessione economica”, che agirà sotto la guida di un coordinatore nominato dal Ministro  e in sinergia con i rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali, “eventualmente” insieme a rappresentanti delle organizzazioni sindacali.

Ovviamente non rientrano nel calcolo delle situazioni di crisi  migliaia di piccole  e medie imprese, quelle con 5, 15, 20 dipendenti, talmente irrisorie, secondo le valutazioni della distruzione creativa, da non meritare nemmeno di rientrare nelle statistiche, destinate a scomparire silenziosamente come punizione suprema per via della loro natura parassitaria, e perché a differenza del modello esibito a dimostrazione della volontà salvifica del governo, non vantano le referenze di aziende storiche, come la Corneliani, le uniche che possono essere beneficate dal Fondo arbitrario e discrezionale gestito da Invitalia di Arcuri, incaricato di acquisire  “partecipazioni di minoranza nel capitale di rischio di aziende  in difficoltà economico-finanziaria allo scopo di garantire la continuità di impresa e salvaguardare l’occupazione”.

È che per una Corneliani che si salva con 17 milioni di investimento e la fanfara per magnificare le prestazioni del ministro in carica, decine di imprese vengono o cannibalizzate da altre strutturate e rapaci, o stritolate dopo il non disinteressato intervento di Marcegaglia, Embraco, Blutec, mirato per lo più a liberare il mercato da scomodi competitor.

Sarà sempre così d’ora in poi. Dopo anni nei quali  uno dei valori forti  della prassi delle province dell’impero d’Occidente è consistito nel relegare in un ruolo residuale Stato e settore pubblico, chiamandolo in causa solo in qualità di  «salvatore di ultima istanza» di banche allo scopo di  collettivizzare le perdite e mettere a profitto gli scarsi utili in favore del settore privato, adesso, dopo crimini e fallimenti, si comincia a mettere in dubbio il mito secondo il quale mercato e capitale sono in grado di autoregolarsi, reclamando un rientro in gioco di Stato e istituzioni.

Ma, come ci spiega ogni giorno il presidente del Consiglio, sarebbe ingiusto incolpare il sistema economico-finanziario, i   danni sono stati prodotti dagli ostacoli alla libera iniziativa, alla crescita, all’innovazione,  dai lacci e laccioli dei residui di democrazia, dall’abuso di diritti e garanzie, dell’appagamento troppo indulgente e permissivo delle pretese di lavoratori e cittadini.

Per quello è ora che rientri dalla porta principale lo Stato, prima esautorato ed espropriato di sovranità e competenze, in modo che ridiventi il castigamatti dei profittatori e il benefattore dei motori dello sviluppo, imprese strutturate, multinazionali che devono essere invogliate con le prebende e le sinecure di Cassa Depositi e Prestiti per  attrarle in questa remota provincia per trasformarla definitivamente in parco tematico, hotel diffuso, museo a cielo aperto, espressione geografica.

Non casualmente  proprio le imprese sono state le principali beneficiarie delle misure varate nel 2020 a riempire la casella che denuncia e autorizza 108 miliardi di debito aggiuntivo e saranno quelle, purché meritevoli di stare nel mercato, interessate dall’erogazione copiosa dei fondi del Pnrr, combinati con misure a sostegno dell’implementazione  del Jobs Act, della flessibilità, della mobilità, della precarietà sempre più desiderabile adesso che per il padronato le delocalizzazioni sono troppo onerose e ostacolano l’accesso a quegli aiuti di Stato, demonizzati sottoforma di incauti sussidi per straccioni indolenti, e lodati quando vanno a premiare l’avidità azionaria.

Avete visto com’è facile addomesticare la lotta contro il sovranismo e intensificare quella contro il populismo, criminalizzando le contro-fakenews che osano mettere in discussione le balle di regime, aspettandoci miracoli dai fasti del food, del wedding, che ci devono tramutare in felici inservienti e in comparse nel parco tematico nazionale, inveendo contro i giovani che preferiscono percepire invece di partecipare alla rinascita con remunerazioni da fame e umiliazioni in motorino.

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