I santini delle rovine

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Non so se avete notato come il regno dei più feroci distruttori dell’ideale di popolo, stato  e nazione, dal momento dell’informazione in poi, faccia largo impiego della retorica patria come catalizzatore di consenso e approvazione di misure e lesive di diritti e libertà costituzionali.

Basta pensare a una delle teste ai vertici della banda dei quattro, o cinque o sei, esecutori  della svendita del Paese, delle sue ricchezze e risorse e dei knowhow regalati in cambio di una internazionalizzazione a misura di localizzazione in siti dove è concesso pagare meno e inquinare di più.

Parlo di Carlo Azeglio Ciampi del quale oggi si rimpiangono il dinamismo e il presenzialismo a confronto con la  sagoma di cartone issata sul Colle, quello stesso cui dobbiamo  la decisione in qualità di Governatore, di rendere l’Istituto Centrale autonomo dal potere politico, la prima  e funesta interpretazione da protagonista della stagione dei “tecnocrati” a capo dell’esecutivo, iniziatore di quella navigazione politica segnata dalla  rotta indicata  in quella famosa gita del Britannia, intesa a   ridurre gli investimenti pubblici a beneficenza erogata a imprese private e multinazionali, a stabilire  l’egemonia del sistema creditizio e finanziario e a dare priorità al cosiddetto risanamento da attuare tramite sacrifici in termini di diritti, garanzie, occupazione, servizi e grazie a controriforme del lavoro, privatizzazione di aziende che hanno dequalificato le prestazioni e alzato i costi per la comunità.

Parlo di lui, che insieme a Carli, Draghi, Andreatta, Amato e Prodi impose con l’adesione al trattato di Maastricht e l’ingresso nell’area euro la ineluttabilità fatale della subalternità a un potere esterno, preliminare a successivi espropri di competenze, a commissariamenti e rinunce a poteri, fino alla odierna definitiva liquidazione della entità e identità nazionale.

Eppure il suo successo di icona pop (oggi la sindaca Raggi inaugura un largo di Roma intitolato a lui, con refuso giustificato anche quello dal  progressivo impoverimento dell’istruzione pubblica) è attribuibile di sicuro all’effetto paradosso di avere a un tempo contribuito in prima linea alla cessione di sovranità e competenze, all’avvilimento del ruolo dello stato a esattore  dei poveri e elemosiniere dei ricchi, all’incremento di disuguaglianze sociali e territoriali, compensati nell’immaginario collettivo dal richiamo a valori patri, dal culto dell’unità nazionale,  più risorgimentale che resistenziale, intorno al tricolore, vedi mai che contasse di più la fetta rossa, esemplarmente  rappresentati dal recupero della festa del 2 giugno, come contrafforte rituale agli usi introdotti dall’inquilino di Palazzo Chigi intento a  rimuovere quella del 25 aprile.

Come non ricordare che fu lui a ripristinare la parata sul sacro selciato di Via dei Fori Imperiali, che recava ancora l’impronta del passaggio trionfale dei due  dittatori, riportato all’antico splendore dal corteo di carri armati e dal rombo e dalle scie  delle frecce tricolori, oggi retrocesse a spot alato in occasione di fiere e convention commerciali, con le autorità impennacchiate assise sulle tribune di velluto rosso allestite ai lati del susseguirsi dei vari corpi e, in fondo, la folla plaudente e commossa.

Autorizzato dalle restrizioni sanitarie, Draghi non ha bisogno del gran galà inadatto alla sobrietà frugale che toglie agli armamenti la vocazione propagandistica, esaltando invece quella commerciale di prodotto insostituibile da realizzare, vendere, comprare, imporre a difesa più che dei confini della tenuta di alleanze impari e come corredo necessario al colonialismo cooperativo che raccomanda l’esportazione di aiuto umanitario vaccinale e rafforzamento istituzionale concordato con tiranni sanguinari e fantocci in grazia della Nato.

Anche la sfilata ormai deve essere temperata e moderata, osservante delle regole del distanziamento che esigono che il popolo resti nelle retrovie, soprattutto per non distogliere le forze armate dagli alti compiti cui sono chiamate e destinate, da quando qualsiasi amministratore locale e qualsiasi esponente del governo pretende a gran voce più controllo militare del territorio per reprimere  comportamenti irresponsabili di no-mask e no-vax, offese al decoro di manifestanti sconsiderati e infiltrati dall’eversione. E  da quando la gestione della salute pubblica da tutelare con un susseguirsi di somministrazioni di prodotti giunti qui con un rituale spettacolare su mezzi bellici refrigerati (allora si doveva fare così, adesso ai vaccini si possono invece  applicare le regole che valgono per il cocco fresco e la fetta di cocomero e essere iniettati in fabbrica, in spiaggia e pure in discoteca) è stata consegnata interamente a un generale.

Anche la retorica patria è stata aggiornata, così come i valori repubblicani con quegli arcaici riferimenti alla democrazia, incompatibile, ammettiamolo, con il fiscal compact,  alla Costituzione, apprezzabile, ammettiamolo, solo come prodotto letterario da far leggere a attori e comici orbati dei palcoscenici ma non delle cerimonie e delle sedi istituzionali, con tanto di Casellati come un pappagallo sul trespolo tra un volo e l’atro su aerei di stato, così come ai diritti e ai doveri sanciti dalla Carta nata dalla Resistenza, i primi ridotti a uno, quello alla “salute” i secondi valorizzati come contributo necessario alla crescita, alla ricostruzione e alla capitalizzazione delle risorse umane.

Mentre la combinazione di diritto e dovere rappresentata dal voto, viene sospesa in coincidenza con il protrarsi indefinito e a norma di legge dello stato di eccezione, di provvedimenti che aggirano il Parlamento, del dominio incontrastato di autorità non solo non espresse dal popolo, ma neppure dal ceto politico, annesso solo in funzione teorica di garanzia numerica di una governabilità virtuale, consona ai paradigmi e ai comandi extranazionali.

Pedonalizzato in modo da lasciare spazio ai cantieri della grande opera definita da autorità del settore, la madre di tutte le corruzione, lo stradone che corre tra le rovine di Roma è più che mai un itinerario simbolico del passaggio da un impero del passato a tirannie cialtrone quanto efferate, con qualche breve pausa nella quale di è officiato il riscatto, per poi riconsegnare il popolo a questo dispotismo miserabile e feroce.

Buon 2 Giugno.

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