2 giugno, uniti ma divisi

(Marcello Veneziani) – Il 2 giugno quest’anno ha una faccia strana perché c’è un governo di unità nazionale guidato da un extra-politico super partes. In teoria quest’anno la festa è veramente di tutti, o quasi, o comunque non è monopolizzata da una parte; ed è festa d’addio per Mattarella al Quirinale, salvo colpi di coda. Nel 75° compleanno della Repubblica vorrei ricordare non solo i motivi che ci uniscono ma anche quelli che ci dividono.

Per una nazione civile e democratica, dove libertà fa rima con dignità, l’amor patrio è il primo valore comunitario della Repubblica. Quali dovrebbero essere i suoi principi condivisi? Il rispetto del popolo sovrano, della sua storia e delle sue istituzioni, delle sue leggi e della dignità personale e collettiva; il rispetto della libertà e della democrazia, dei suoi principi, delle sue regole e dei suoi verdetti; il rispetto della legge, uguale per tutti, gli stessi diritti e doveri; il rispetto dell’Italia, della sua integrità territoriale, del suo paesaggio e del suo linguaggio, delle sue bellezze d’arte e cultura, nel quadro di una scelta di civiltà europea e di pace internazionale. E la difesa della patria in caso di pericolo. In negativo ci dovrebbe unire il ripudio di ogni violenza, ogni dispotismo e totalitarismo, ogni negazione della vita e della dignità umana, ogni discriminazione. Di tutto questo il presidente della Repubblica dovrebbe essere il supremo garante, e con lui le forze armate, la magistratura e tutti i rappresentanti dello Stato.

Però accanto ai valori condivisi e alle regole comuni ci sono i legittimi motivi di contrasto. Se il 2 giugno fingiamo che non ci siano divergenze, diamo una versione falsa e bigotta, solo cerimoniosa, che nasconde il germe della doppia verità nel finto ossequio. E allora dopo aver indicato i punti che ci dovrebbero unire, proviamo a dire onestamente cosa ci divide il 2 giugno, non sul piano storico ma ideale. Non prendetelo come un esercizio diabolico di chi vuol seminare zizzania nel giorno delle nozze, ma come una precisa e leale dichiarazione di intenti e dissonanze.

1. Le culture di centro-sinistra ritengono che l’amor patrio sia fondato sul patto costituzionale, mentre le culture di centro-destra ritengono che prima della costituzione formale, sancita dalla carta, vi sia una costituzione reale che nasce e si forma nel corso della storia e della vita di una comunità. Patriottismo della costituzione da una parte, patriottismo della tradizione dall’altra. Certo, i primi non possono negare importanza alla tradizione di un popolo, così come i secondi devono rispettare le regole sancite dalla Costituzione. Ma i primi affidano il patto tra i cittadini a quella carta, mentre i secondi la affidano alla storia e alla realtà di una nazione.

2. Di conseguenza, l’amor patrio dei primi si identifica con la nascita dell’Italia repubblicana e si situa storicamente nel quinquennio che va dalla caduta del regime fascista alla promulgazione della Costituzione, passando per la liberazione e il referendum. Per i secondi, invece, l’amor patrio è una consonanza antica, coincide con l’essere italiani, indipendentemente dai regimi e dalle costituzioni; e dunque nell’amor patrio rientra la storia dell’Italia, il sentire comune, civile e religioso, la vita di un popolo e di uno Stato unitario. L’amor patrio dei primi quasi coincide con l’antifascismo; per i secondi, invece, è amore dell’italianità.

3. Sul piano sociale, il legame civile è basato per gli uni sulla cittadinanza e le sue regole, mentre per gli altri è fondato sull’appartenenza e l’identità. Per i primi è un caso privo di significato che si nasca in un luogo anziché in un altro, quel che conta è decidere di vivere in quel luogo, accettando alcune regole. Per i secondi invece il legame con un luogo, un’origine, non è casuale e insignificante, ma è un segno del destino nascere in un luogo, in una famiglia, in una patria anziché un’altra. Non è un discorso di astratti principi ma di concrete conseguenze: i primi ritengono che tra un connazionale e uno straniero non ci sono differenze, e che la solidarietà debba essere universale, a partire dai più lontani e bisognosi. I secondi, invece, ritengono che la solidarietà per essere concreta e incisiva, debba partire dal più vicino e poi allargarsi al più lontano; il famigliare, il concittadino, il connazionale, l’europeo, fino all’umanità.

4. Nelle culture progressiste la cittadinanza nazionale è una variabile secondaria e subordinata del cosmopolitismo e dell’internazionalismo, dell’amore universale e globale. Quel che conta è essere cittadini del mondo; essere cittadini italiani è solo un caso specifico e relativo. Viceversa, per le culture della tradizione si è cittadini del mondo solo in quanto si è cittadini della propria patria, e dunque l’amor patrio è il fondamento vitale e concreto su cui basare il legame col mondo. Non siamo apolidi abitanti del pianeta, indifferenti al luogo che ci vide nascere e crescere; ma portiamo nella nostra anima e nella nostra vita, il segno di quel legame, di quella provenienza, di quella casa e di quelle comunità.

Le due diverse culture non devono disprezzarsi a vicenda, evocando fantasmi del passato e paure del Male Assoluto. Ma non possono combaciare e coincidere. La politica è proprio questo, passione comunitaria verso ciò che ci unisce e verso ciò che ci differenzia; la politica è la corda tesa tra conflitto e consenso, contesa e concordia, libertà di divergere senza farsi la guerra e raggiungere equilibri e coesistenze senza sognare pacificazioni definitive e unanimità impossibili. Per questo è giusto festeggiare insieme il 2 giugno, sentirsi insieme italiani, uniti ma consapevoli delle divisioni e delle diversità.

Oltre le frecce tricolori in cielo e i sermoni presidenziali in terra, c’è questa maturità e questa lealtà? Per non rovinare la Festa non diamo risposte.

La Verità

9 replies

  1. Abbiamo subito l’ennesimo golpe, con un governo calato dall’alta finanza e questi sparlano di repubbliche e democrazie, hahahah, rido per non piangere, non la do’ questa soddisfazione a queste m@rde oligarche(scusate il francesismo).

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  2. Su marcellino lo sappiamo che il tuo faro è il motto Dio Patria e Famiglia e che appartieni alla schiera dei nipoti di Mubarak

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  3. Recriminescenze del Cialdiniano “filosofo” di Bisceglie, quando scriveva sul “settimanale” diretto dalla “democratica” Maria Giovanna Pazzagli Predazzi vien dal Mare (il borghese).

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  4. Penso che solo in Italia sopportiamo di tutto e di più. Ed esultiamo pure…
    Lassù lo sanno e insistono: bastano sempre le stesse quattro belle parole, tanto,”cuore” , soldi a chi conta, occhi chiusi su una grande quantità di piccoli e grandi traffici, uno sprizz, Cristiano Ronaldo, genuflessione verso San Pietro e diamo via libera alla qualunque.

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  5. Apprendo ( e ascolto) solo ora che l’ Inno di Mameli che, ovviamente “ha commosso tutti” (quella marcetta?) è stato suonato (direi pestato sul pianoforte) dall’ ennesima “figlia di”, del solito “creativo di sinistra” che ha appena sistemato in TV anche la moglie.
    La ragazza pare abbia anche un handicap , quindi la “commozione” era garantita.
    Siamo nel Paese della musica (dicono), ma qui da noi la competenbza musicale è sparita da un pezzo, sostituita, al solito, dal “cuore”: zero studio e platea più ampia. Anche il caso Ezio Bosso aveva le medesime caratteristiche, si è fatto un “eroe”, un “genio” di un musicista appena discreto, che il Comunale di Bologna ha faticato a sostituire proprio per via del suo handicap.

    Un avvertimento ai bravi musicisti figli di nessuno e con alcun “valore aggiunto” che faccia intenerire oppure scandalizzare: andate anche voi all’ estero. Magari nel Nord Europa, dove la cultura musicale ancora resiste.
    Troverete un “caso umano” anche lì, e veramente da strappare il cuore, ma che preparazione, che tecnica, che voce:

    (Per chi fosse interessato alla gavetta di questo grande musicista):

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  6. MA QUALE SINISTRA? – Viviana Vivarelli.

    Se mai per sinistra intendessimo anche solo una minima difesa dei diritti costituzionali dei cittadini, è chiaro ormai che ogni possibile sinistra italiana è morta.
    Morto il Pd e reso ormai partito di sovrappiù, imbelle, nelle mani dell’inutile Letta. Perso nei meandi del paradosso il M5S che poteva ereditarne i valori. Chi si illudeva di trovare i suoi ideali e concetti migliori, almeno la difesa dei lavoratori o dei più poveri e deboli, nel M5S, si disilluda. Anche il M5S si è perso nell’accozzaglia di governo, rendendosi schiavo del peggiore dei neoliberisti, il difensore del capitalismo per eccellenza, il gelido Draghi, la macchina impassibile del capitalismo occidentale, colui che a poco a poco ci ridurrà come la Grecia. Conte, il grande uomo in cui tanti 5 stelle sperano ancora per onestà ed efficienza, si è prostituito da subito, indicando come unica soluzione il voto a Draghi. Non poteva esserci paradosso peggiore. Non puoi illudere qualcuno di salvarlo se poi lo induci a sostenere il suo persecutore!
    Qualsiasi tipo di sinistra tu possa pensare, in Italia è morta, come è morta in Europa, vittima consenziente del capitalismo europeo. Anche la pandemia è servita al solito gioco dei potenti che su ogni sciagura ci hanno speculato e con questa hanno fatto fuori ogni rimasuglio residuo di democrazia, svendendola alle multinazionali e agli speculatori di Borsa.
    Il M5S non riesce ad ammettere il proprio errore perché gli dei accecano quelli che vogliono perdere, ma non esiste più nessuna possibilità per una politica democratica o populista in Italia. Si è suicidata da sola, per la furbizia turpe di qualcuno e l’ingenuità di tutti gli altri.
    Il Paese si regge su una cricca fasulla che si spaccia come governo di unità nazionale, dove non esiste unità perché non c’è concordanza di scopi e non esiste nulla che riguardi il bene della Nazione perché la maggioranza che sostiene il governo è solo una cricca opportunista di spacciatori di slogan che ha prostituito la propria identità sperando di mangiare nel truogolo miliardario dove i capitalisti europei hanno mandato Draghi come regolatore affinchè solo pochi spicci finiscano a chi ha bisogno e il grosso, se mai arriverà, finisca, come sempre, nelle tasche capienti dei soliti, quelli che su ogni disgrazia planetaria si sono sempre arricchiti e a cui andrebbe giù storto che i poveri prendessero qualche briciola del dovuto.
    Noi 5 stelle stavamo per toccare il cielo e ci siamo trucidati da soli, abuso di chi era maggioranza relativa ma ha perso addirittura ogni probabilità di essere maggioranza futura. Abbiamo fatto tutto da soli! Per il nostro fideismo, la nostra credulità popolare, l’autoillusione, una ingenuità pari all’idiozia! Ma anche per il tradimento di quelli di cui ci fidavamo. Tradimento senza spiegazioni, senza giutificazioni, che troppi non riescono a constatare. Gli dei accecano quelli che vogliono perdere. Eravamo l’unico sguardo sul futuro. Ora siamo una turba sciolta di accecati incapaci di guardarsi addosso.
    Ormai il populismo, quercia rotta o margherita secca, ulivo senza tronco o movimento di tutti, è fuori scena. Non c’è né un partito di Governo né una opposizione né una alternativa e neppure una alternanza. Conte vuole farci diventare centrosinistra, un partito come gli altri, perso in una oscurità dove è sparito ogni ideale e dive è affondata ogni identità. Il cosìddetto csx ha raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo all’iperliberismo europeo e alle politiche della dx ma alla stessa mentalità avida e accaparratrice della dx. E’ chiaro che molti ancora non lo capiscono e chi milita nel Pd o nel M5S sembra più accecato che mai e si difende a denti stretti ma è sempre più chiaro che i dirigenti di quello che un tempo si chiamava csx hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti, e sono passati dall’altra parte. E il M5S che doveva essere ‘oltre’ la destra e la sinistra è finito non si sa dove.

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