(di Paolo Ercolani – ilfattoquotidiano.it) – “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra il vero e il falso, non esiste più”. A scrivere ciò era la filosofa tedesca, naturalizzata statunitense, Hannah Arendt, nella sua analisi magistrale dei regimi totalitari (1951). A conti fatti, questa frase parla più dell’oggi che non dei regimi di Hitler e Stalin. Sì, perché a quel tempo la maggior parte delle persone in fondo conosceva l’essenza violenta e liberticida dei regimi in cui viveva, ma chi per convenienza e chi costretto dal terrore della forza poliziesca, finiva col sottomettersi al Duce di turno e a un’ideologia totalizzante. A pensarci bene, la democrazia che si è sostituita a quei regimi infausti, ha significato anzitutto la formazione e l’informazione di cittadini liberi, soprattutto di studiare e conoscere, potendo giudicare i propri governanti con pensiero critico.

La costituzione di un’opinione pubblica capace di scegliere i governanti più credibili e preparati, ma anche di frenare gli istinti autoritari sempre dietro l’angolo, è stata possibile grazie a tre strumenti fondamentali: un sistema scolastico costituito da docenti validi perché selezionati; un’informazione composta da professionisti per quanto possibile liberi e competenti; una classe politica e dirigente istruita e autonoma – soprattutto rispetto al potere economico – quindi capace di coltivare quelle visioni a lungo termine che distinguono uno statista da un politicante.

Tale sistema, per comodità chiamato “democrazia”, è stato sostituito da un altro che ne rappresenta la versione trasfigurata. Possiamo definirlo “dementocrazia”, ed è sostenuto da tre pilastri distorti: un sistema di istruzione degradato e composto da docenti spesso mediocri, piazzati lì dal barone di turno; un sistema di informazione popolato da figure poco professionali e sottopagate, da editori a loro volta genuflessi al potere economico; una classe politica ignorante e incompetente, scelta appositamente con queste caratteristiche in modo da sentirsi miracolata e, così, eseguire senza fiatare i diktat del vero potere (quello tecno-finanziario).

Si tratta di un sistema coscientemente costruito almeno a partire dal 1975, quando negli Usa venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale, think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si intitolava “Crisi della democrazia” (in italiano uscito con la prefazione di Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della democrazia perché – questo scrivevano gli autori del rapporto – c’erano troppe persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di livello elevato. Nelle università troppi professori alternativi e in televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi emerge la classe politica.

Non è un caso che il quoziente intellettivo medio della popolazione, sempre salito dal 1907 – quando si iniziò a misurarlo – ha fatto registrare un calo costante dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha letto).

Quale realistica speranza di avere a che fare con una popolazione che nel suo complesso sappia distinguere tra vero e falso, quando l’informazione mainstream non tocca più i potenti, quando il sistema di istruzione è stato trasformato in distruzione delle menti e quando le principali figure politiche sono composte da individui ignoranti e imbarazzanti? Il totalitarismo incapace di distinguere vero e falso è stato sostituito dallo “spettacolo” di cui parlava Guy Debord: quello in cui il vero diventa un momento del falso e viceversa. In un futuro temo vicino, non ci saranno più libri di storia su cui leggere che la vicenda di Epstein – specchio in grande del bunga bunga italico – racconta di un Occidente al tramonto. Mentre l’aristocrazia finanziaria se la ride impunita e in sottofondo si ode la battuta del Marchese Grillo: “Perché io so’ io, e voi non siete un cazzo!”.

PhD Filosofia – Università di Urbino Carlo Bo