Non esiste un meccanismo alternativo capace di garantire un quadro condiviso di legalità internazionale, che solo Ue e Onu possono esprimere.

Il futuro dell’Ue

(di Maurizio Delli Santi – lanotiziagiornale.it) – La ricorrenza del 9 maggio, “Giornata dell’Europa”, oggi non può passare inosservata, senza che sia messa a confronto con le scelte da compiere sul futuro dell’Europa. Il riferimento storico è alla Dichiarazione Schuman del 1950, con la quale si avviò il processo europeo grazie a una svolta radicale: si superò la tradizionale logica conflittuale tra Stati puntando a realizzare le prime forme di cooperazione istituzionalizzata. Dopo due guerre mondiali devastanti, Robert Schuman, Ministro degli Esteri francese, e Jean Monnet, economista e architetto delle politiche di integrazione, delinearono il primo progetto di cooperazione inter-statale, destinato a diventare modello delle relazioni internazionali in Europa.

L’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 rappresentò quindi il primo ambito di attuazione di questo modello, che pose fine alla conflittualità dei rapporti tra Francia e Germania in quegli ambiti che erano stati all’origine dei conflitti mondiali. L’integrazione economica veniva così a configurarsi come strumento di prevenzione del conflitto, attraverso la creazione di vincoli giuridici e assetti istituzionali condivisi che di fatto, dai Trattati di Roma del 1957 al Trattato di Lisbona del 2007, hanno mantenuto lontano la guerra all’interno dell’Unione Europea.

L’integrazione europea si è dunque progressivamente configurata attraverso l’ ‘approfondimento’ di regole e procedure condivise e l’allargamento dell’Unione ai 27 Paesi (con un solo recesso, quello del Regno Unito, che sta ritornando sui suoi passi): i presupposti di fondo si sono consolidati in una “comunità politica” diventata riferimento per l’intero spazio europeo con il suo sistema dei diritti, anche in aderenza a modelli di giustizia sociale che hanno attenuato squilibri e diseguaglianze sistemiche. È bene dunque partire da queste premesse per valutare le sfide che attendono l’Europa. I movimenti sovranisti e populisti insistono sull’accusa di eccessiva burocratizzazione e iper-normativismo dei regolamenti europei. Si tratta però di una critica sterile, che trascura la possibilità di interventi correttivi e soprattutto la più ampia costruzione dello ‘Stato di diritto’ fondato su standard di legalità e giustizia sociale ancora unici nel mondo, su cui non a caso si è costruito un processo di costante allargamento, cui oggi guarda con interesse persino il Canada minacciato da Trump.

In sostanza non va persa di vista la questione oggi centrale: l’Europa può ancora rappresentare un modello politico da preservare e rendere attrattivo di fronte a questa fase di profonda crisi dell’ordine internazionale. Gli scenari sono noti. Il conflitto scatenato dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina ha riportato nel cuore del continente europeo la “guerra di aggressione” come strumento politico, mettendo in discussione principi fondamentali del diritto internazionale quali l’inviolabilità delle frontiere e la sovranità degli Stati: L’ascesa globale della Cina vede progredire il suo modello controverso di potenza economica a scapito di standard produttivi sostenibili e libertà interne, oltre che dei debiti sovrani degli Stati destinatari dei suoi investimenti.

Atti di guerra

Ogni parte del mondo è sconvolta da logiche di guerra e derive autoritarie. Infine è arrivata la torsione irreparabile dell’amministrazione statunitense guidata da Trump rispetto al “rule of Law” e al senso comune che si riconosceva nell’Occidente liberale e democratico. È diventata crescente la divergenza tra Stati Uniti ed Europa: le controversie sono sorte sulla gestione della guerra in Ucraina, i conflitti a Gaza e in Cisgiordania, la pressione su Venezuela, Groenlandia e Canada, fino alle tensioni in Medio Oriente e alla guerra in Iran. Per ultimo, la guerra commerciale ripresa sui dazi e l’insistente prospettiva di un disimpegno americano dalla Nato – come contropartita alle riserve europee su una guerra non condivisa come quella all’Iran – hanno accentuando il distacco degli Stati Uniti dall’Europa, nonostante questa abbia sempre cercato la condivisione tra i due poli dell’Occidente.

Su questi fronti è bene smentire con forza le accuse di “parassitismo” rivolte da Trump e dal suo entourage agli europei, e va invece ribadita l’importanza del ruolo svolto dall’Europa nella sicurezza globale, come ha dimostrato con l’apertura data ai Paesi dell’est dopo la fine dell’Unione Sovietica, e oggi con il sostegno alla difesa dell’Ucraina. L’Europa non è mai venuta meno nell’assumere oneri nella gestione delle crisi internazionali quando queste hanno riguardato direttamente gli Stati Uniti: il contributo degli europei non è mancato proprio l’11 settembre 2001, quando gli attacchi alle Torri Gemelle colpirono gli Stati Uniti e non l’Europa. In quell’occasione la solidarietà europea si manifestò con i fatti: per la prima volta si fece ricorso all’articolo 5 del Trattato Nato, e Paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia si impegnarono nella difesa dello spazio aereo americano e nel supporto operativo alle missioni antiterrorismo in Afghanistan, Iraq e Siria, pagando anche il prezzo di tante vite umane, con centinaia di caduti e feriti tra i militari europei.

Sulle tracce di Schuman

Ecco allora che il percorso storico partito dalla Dichiarazione Schuman va reinterpretato sulle sfide attuali dell’Europa. Come sottolineato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’intervento all’Università di Salamanca il 19 marzo scorso, occorre “ritrovare l’ambizione dei leader del 1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. In questa visione occorre perciò riconsiderare le critiche che in maniera strumentale si sollevano sull’immobilismo e su una irreversibile divisione tra i leader europei. In uno scenario di ridefinizione profonda degli equilibri internazionali, c’è invece una leadership europea responsabile che converge su una forte tensione comune: la necessità di restituire all’Europa un ruolo strategico in un mondo che non è più garantito dalla prevedibilità dell’alleanza transatlantica.

Emmanuel Macron va riconosciuto il merito di aver sviluppato per primo il concetto di “autonomia strategica europea”, inteso non come slogan politico ma come esigenza strutturale. Oggi nessuno può più mettere in discussione la validità di quell’idea di fondo che ha convinto anche il premier tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer che sta proponendo una svolta post-Brexit: dopo le intemerate di Trump l’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, perché sono proprio questi a contribuire oggi alla instabilità permanente. Lo spagnolo Pedro Sánchez ha collocato la questione della sicurezza europea dentro una dimensione più ampia, che intreccia stabilità internazionale, governance multilaterale, progresso sociale e difesa dei diritti. La sua impostazione è stata marcata rispetto alle pretese di coinvolgimento di Trump nella guerra in Iran, insistendo sul fatto che la sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione militare, ma deve includere la tenuta dell’ordine giuridico internazionale e la capacità dell’Europa di agire come attore normativo globale.

Pure il presidente finlandese Alexander Stubb ha espresso una prospettiva fiduciosa sul ruolo dell’Europa nel saggio “Il triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. È cruciale la sua tesi: nel “nuovo mondo del disordine” tra Occidente globale, Oriente globale e Global South, in cui la competizione tra blocchi è sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione, guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini. E per questo sollecita la riforma dell’ ONU con l’allargamento del Consiglio di Sicurezza ad altri 5 membri permanenti: uno per l’America Latina, due per l’Africa, e due per l’Asia.

Ritorno alle origini

In questa lettura, ciò che emerge al di là delle differenze di accento è dunque una convergenza sostanziale su un punto decisivo su cui anche l’Italia si è unita a partire dalle Agende Draghi e Letta, ma soprattutto con le ultime posizioni di cautela assunte da Governo e Parlamento su Groenlandia e Iran: occorre porre fine all’illusione di un’Europa protetta da altri e senza che possa essere attore del proprio destino. In questo quadro, il dibattito sul passaggio del processo decisionale dall’unanimità a maggioranza, come sull’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’Ue (che dovrà definire il meccanismo di solidarietà in caso di attacco a un Paese Ue) sul rafforzamento del pilastro europeo della Nato, sul processo di adesione dell’Ucraina e sulla costruzione di una base industriale della difesa comune rappresenterà il nucleo della politica europea contemporanea. Le riflessioni del filosofo recentemente scomparso Jürgen Habermas mantengono una straordinaria attualità: il futuro dell’Europa è legato al suo progetto originario di “costituzionalismo internazionale” (La costellazione post-nazionale, 1999; For Europe, 2025, Süddeutsche Zeitung).

Risposta necessaria

In definitiva, non esiste oggi un meccanismo alternativo capace di garantire ciò che è più necessario di fronte al disordine globale: un quadro condiviso multilaterale, per quanto imperfetto, di legalità internazionale, che solo l’Unione Europea e l’Onu sono in grado di esprimere e rinnovare su nuove basi. In questa prospettiva, il 9 maggio non rimane una data commemorativa, o un monito astratto. Se il progetto europeo saprà assumere fino in fondo consapevolezza, potrà ancora rappresentare la forma politica più appropriata in grado di tenere insieme sicurezza e diritto, potenza e cooperazione, interesse e giustizia. Non come eccezione storica, ma come scelta responsabile per un ordine internazionale meno cupo di quello che si sta delineando. In questo senso, l’Europa non è più una costruzione del passato, ma può rappresentare ancora una risposta necessaria per il futuro dell’umanità.

*Maurizio Delli Santi è membro dell’International Law Association