Torino, aria di vendetta: il bis, il civico (e Brontolo)

(di Ettore Boffano Torino – Il Fatto Quotidiano) – Il dio della politica acceca coloro che vuole perdere (e, soprattutto, che vuole “far perdere”). Potrebbe essere questo, nelle urne d’autunno, un destino non improbabile per la città della Mole. Dove, dopo il no del Pd locale (e il veto pesante dei suoi antichi leader ex comunisti: Piero Fassino e Sergio Chiamparino) alla proposta della sindaca M5S Chiara Appendino per una coalizione con un programma e un nome condivisi, i dem sembrano avviarsi alla battaglia solitaria contro un rampante centrodestra guidato dall’imprenditore Paolo Damilano.

Saranno le primarie a scegliere, e in ritardo, il loro candidato: con quattro superstiti di quella pattuglia iniziale di personaggi minori del Pd ribattezzati “i sette nani”, in un ironico cortocircuito tra la favola di Biancaneve e la debolezza. Il favorito è anche il più divisivo: Stefano Lo Russo, professore del Politecnico, ex assessore della giunta Fassino spazzata via nel 2016, poi capogruppo dem e testa di cuoio nella guerriglia, condotta senza esclusione di colpi (“Lei, cara sindaca, è come il capitano Schettino…”), contro la giunta pentastellata.

Sino al punto di aver denunciato l’Appendino per il bilancio comunale, sottoposto a un espediente contabile per rimediare a un’altrettanto discutibile operazione finanziaria del passato, innescando così un processo che, in primo grado, è costato alla prima cittadina una condanna a sei mesi. L’interprete perfetto, dunque, per la character assassination dell’alleanza tra Pd e Cinquestelle, indicata dalla sindaca sin dal primo turno. Un’apertura all’inizio “fiancheggiata”, ma poi abbandonata anche da Enrico Letta, dopo lo scontro su Virginia Raggi a Roma. Lasciando così ai dem torinesi la piena libertà per una strategia elettorale rovesciata: quasi per una “freudiana vendetta” postuma sul M5S, prima ancora che per contrapporsi a Forza Italia, alla Lega e a quei Fratelli d’Italia i cui militanti battono le periferie della città per cavalcare il malcontento della pandemia. Con il Pd che agita il feticcio dei “Sì Tav” per strappare sempre di più nei confronti dei Cinquestelle e con Damilano che, sin dalle feste natalizie, ha cominciato invece a tappezzare Torino di manifesti sulla sua candidatura.

Da Roma, Giuseppe Conte ha cercato di interrompere questo itinerario livoroso, chiedendo al rettore del Politecnico, Guido Saracco, di tornare in campo come interprete di una coalizione Pd-M5S, dopo la sua prima rinuncia nel novembre scorso. Saracco era già stato coinvolto in una lunga trattativa tra Appendino e Chiamparino che oggi, invece, rinnega tutto. Ma può davvero accadere ancora? L’iter già avviato delle primarie Pd e lo scambio di accuse reciproche, con l’Appendino tacciata addirittura di un endorsement per Damilano, in realtà non sembrano lasciare spiragli. A fine maggio, come ha promesso a Conte, il rettore scioglierà la sua riserva: e quasi tutti, su entrambi i fronti, sostengono che spiegherà di non poter essere il candidato di un’alleanza nata morta.Che cosa potrà fare a quel punto l’avvocato del popolo? Nella sua testa c’è uno schema che ricalca quello di Roma. Chiara Appendino di nuovo in lizza, come la Raggi: per segnare una continuità tra passato e futuro del Movimento, per rimettere in campo due candidate donna e per dare un avvertimento a Letta.

Su tutto questo, però, peserà la scelta finale della prima cittadina. Che, dopo la sentenza per un reato che riguarda la pubblica amministrazione e rispettando lo statuto dei Cinquestelle, si era autosospesa dal Movimento e aveva detto di non potersi più ricandidare. Una condizione poi aggravatasi nel gennaio scorso, quando è arrivata la seconda condanna a 18 mesi, nel processo per le vittime della tragedia del 2017 in piazza San Carlo. Se i verdetti diventassero definitivi (e oggi, comunque, in attesa degli appelli) la sindaca si troverebbe nella difficilissima situazione personale, prima che politica, di dover gestire una doppia condanna a 24 mesi complessivi di carcere. Il solo percorso possibile, per le regole del Movimento, dovrebbe poi essere quello, in ogni caso, di una riforma dello statuto.

Conte, assicurano da Roma, non le ha ancora chiesto ufficialmente quello che i fedelissimi dell’Appendino definiscono “un sacrificio”. Ma appena l’ex premier si farà vivo, per la sindaca si aprirà una parentesi di grandi tormenti. Quando, da una parte, sarà costretta ad ammettere che la mossa dell’ex premier avrebbe un’assoluta efficacia politica, in grado di aumentare il consenso dei Cinquestelle (anche se con scarse possibilità di arrivare al ballottaggio) mentre, dall’altra, dovrà fare i conti con la prospettiva di una campagna elettorale nella quale proprio le sue condanne verrebbero trasformate in un’arma contundente per attaccarla. Altrettanto gravosa, infine, sarà la necessità di confrontarsi con la sua famiglia e la vita privata: a cominciare dal marito, dalla prima figlia nata nel 2016 e dalla nuova gravidanza annunciata pochi giorni fa.

Deciderà di accettare, nonostante tutto, il “sacrificio”? Cederà al richiamo dell’orgoglio grillino? Conte si farà vivo presto, poi toccherà alla sindaca riflettere. Ieri, partecipando alla trasmissione Agorà, su Rai3, la prima cittadina ha pronunciato parole che potrebbero avere un qualche significato: “Per le mie questioni giudiziarie, ho deciso e detto mesi fa di non volermi ricandidare: altrimenti, credo che avrei scelto di continuare. Il mio auspicio è che, al di là di quelle che saranno le mie scelte, e al di là dei colori politici, quanto abbiamo fatto per Torino possa avere un seguito: cercherò di far sentire la mia voce”. Due passaggi, quello delle “scelte” e quello del “far sentire la mia voce”, che forse fanno già parte dei suoi ragionamenti. Poco dopo, infine, l’Appendino è stata ricevuta alla Farnesina da Luigi Di Maio che poi, su Facebook, l’ha salutata così: “In questi anni ha fatto molto bene e sono certo che continuerà a dare un grosso contributo alla città e a tutto il M5S”. Un altro segnale di un serrato corteggiamento per strapparle un sì? La risposta arriverà in fretta. Intanto, l’Appendino sembra avere già capito che a Torino, qualunque sia la sua scelta, sarà sempre più difficile far ripartire il dialogo con i dem e spostare i voti dell’elettorato Cinquestelle: soprattutto nel caso di un ballottaggio tra Lo Russo e Damilano. Con le urne di ottobre che si avvicinano e la prospettiva, per il Pd, di veder sparire i “sette nani”, l’attuale dirigenza torinese e i suoi vecchi precettori.

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2 replies

  1. Il PD piemontese, pur di prendersi la vendetta preferiscono perdere.
    Perdere? non so, Fassino e Chiamparino & soci sono delle vecchie cariatidi della politica, sanno inciuciare come nessuno, troveranno un accordo con la fascio-destra come sempre.
    Letta cerca di navigare alla meno peggio da buon DC

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  2. E non è meglio così ? I pdini meglio averli come neimci e come alleati. Appendino ci ripensi, anche la coerenza ha un limite: a brigante brigante e mezzo !

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