Ue, punture di uguaglianza

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Altro che dieci milioni di baionette! Altro che bombe intelligenti! Imperialismo e colonialismo esigono ben altre armi,  come illustra in un’intervista a MicroMega, finalmente emancipata dal tallone di ferro euro-atlantista di Gedi e Repubblica, l’ambasciatore Massolo presidente dell’Ispi, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che si duole perché  “sono ancora tanti i Paesi, particolarmente concentrati in determinate aree geografiche, dove il numero di vaccinati è fermo a zero”.

Non sta parlando del nostro Terzo mondo interno, di Calabria, Basilicata, Campania, dove pare che la somministrazione sia disuguale e arbitraria, delle liste affatturate per permettere  la salvezza anticipata a prestigiosi influencer, nemmeno del fatto che il nostro Paese non vaccini gli immigrati “clandestini” – proprio alla stregua di Israele con i palestinesi- prestandosi  a attribuire a nuovi sbarcati la responsabilità di varianti e contagi aggiuntivi.

Si  riferisce, ovviamente, ai soliti babau,  Russia e Cina, dove “la politica di potenza …  comporta la rinuncia alla vaccinazione dei propri cittadini”.

L’intervistatore, in evidente colluttazione con la lingua italiana, come succede a chi frequenta  ambienti cosmopoliti, conferma la preoccupazione dell’ambasciatore: “il vaccino potrebbe diffondersi in Africa e Sud Est asiatico per la primavera del 2023, relegando (sic) dunque i paesi più poveri della Terra ad altri due anni di pandemia incontrollata”.

Questo “accesso differito” potrebbe aggravare il divario di sviluppo tra paesi vaccinati e non, secondo quella che Massolo definisce una “disparità inaccettabile, che va combattuta… con la cooperazione internazionale”.

E dunque spetta alla libera civiltà superiore incarnata dall’Ue “aumentare le proprie capacità produttive, non solo per garantire una tutela dei propri cittadini, ma anche per aiutare gli altri paesi… in virtù di quei principi di uguaglianza che solo l’Europa può garantire”.

E’ sempre stupefacente la faccia di tolla della nutrita schiera di inservienti in divisa o in marsina al servizio dell’oligarchia, comprensiva di funzionari in pianta stabile presso think tank, istituti  di studi strategici, fondazioni, quella cerchia cioè di sfrontata inverecondia che in questo anno ha abbracciato entusiasticamente e non sorprendentemente la necessità di istituire uno stato di eccezione con il corollario di controllo sociale, leggi speciali e repressione sanitaria, sia pure della generale assenza di correlazioni significative tra intensità delle restrizioni e impatto clinico della malattia, e traducendo in tesi, analisi, studi istantanei, pareri, diagnosi,  il risultato del vincolo mortale tra regime e scienza, allo scopo di contribuire a imporre le regole più estreme  mai decise in tempo di pace.

Perché, ammettiamolo, la pace non si addice loro, a meno che non si tratti di quella esportata, proposta con sistemi di persuasione muscolari a poveracci ignoranti  e ingrati restii a riconoscere quello che viene fatto per il loro bene nel corso di campagne umanitarie e volte al rafforzamento istituzionale in senso democratico. E difatti anche da noi ci si è visti costretti a reperire in quattro e quattr’otto un uomo forte in divisa, intenzionato a vaccinare i riottosi infilzandoli per strada se non si convincono a recarsi in caserme che hanno opportunamente e virilmente sostituito le effeminate primule.

Vale dunque la pena di ricordare che anche le idee sono armi se le metti in certe mani pronte a defraudare il pensiero antagonista dei suoi valori  per piegarli all’interesse dei potenti, a impossessarsi delle parole d’ordine, da uguaglianza a fraternità a giustizia, occupando definitivamente o comprando i luoghi della conoscenza, del sapere, del dialogo, decidendo i beneficiari dei premi Nobel per l’economia e condizionando quelli per la pace, fornendo basi ideologiche al consolidarsi di tirannie e legittimità a azioni di polizia internazionale, come ebbe a dire la Thatcher che alla domanda “quale considera il suo più gran successo elettorale”, rispose “gli slogan e i risultati del Partito Laburista”.

E se Friedman – premio Nobel appunto – poteva vantare nelle sue referenze di essersi offerto come consulente a Pinochet, pensiamo a quanto hanno contribuito al pensiero unico e ai suoi effetti in vista della valorizzazione del capitale umano le organizzazioni incaricate di soggiogare e annettersi qualsiasi cervello che disponga di una tribuna, affinché diventi un pratico ripetitore di slogan e mantra dominanti, quelli provenienti dalla scuola di Chicago o dal Vaticano, dalle Università diversamente pubbliche, dalle fondazioni, bancarie e non,  impegnate a equipaggiare di un valore aggiunto social-culturale il gioco d’azzardo finanziario, perché, come ebbe a dire Charles Koch per  “realizzare un cambiamento sociale richiede una strategia integrata verticalmente e orizzontalmente: dalla “produzione di idee allo sviluppo di una politica all’educazione, ai movimenti di base, al lobbismo, all’azione politica”.

E figuriamoci  se per vincere la lotta di classe alla rovescia, ricchi contro poveri e sfruttati, non serve impadronirsi delle armi delle idee e della loro comunicazione, quando perfino per confezionare un golpe i carri armati diventano superflui e basta dare l’annuncio in tv e un domani su Twitter, come successe quando i militari turchi rovesciarono il governo civile nel ’97.

Vecchi nuovi arnesi mai a riposo, mai in pensione, oggi gloriosamente vaccinati e al sicuro nelle comode sedi ufficiali, agiscono  al servizio delle lobby circolando in istituti internazionali, think tank,  facendo i conferenzieri un tanto al chilo, vezzeggiati da sanguinari tiranni, imprese criminali, studi legali coi quali collaborano per dettare provvedimento e misure in conflitto d’interesse a governi collaborazionisti.

Producono editoriali, pamphlet che diventano i breviari e la manualistica del golpe imperiale, che da noi grazie a Letta, d’Alema, alla crème de la crème del tradimento progressista riformista in forza al neoliberismo e insieme a venerabili maestri che confermano la saggezza popolare del detto: quando la carne se frusta, l’anima se agiusta,  propalano la possibilità di una Europa riformabile, cui rinnovare l’atto di fede anche in forma id somministrazione vaccinale, e testimoniano l’ineluttabilità della resa, da quando, fallite le visioni e le esperienze rivoluzionarie, è doveroso e responsabile  arrendersi al fatto che non c’è alternativa praticabile e che il ruolo di una avanguardia intellettuale è quella di indorare la pillola della realpolitik, consolidare la reputazione dei tecnici  e delle loro soluzioni.

E se fino a poco tempo fa il capitalismo aveva accettato il “pluralismo” politico che garantiva condizioni climatiche favorevoli alla sua sopravvivenza e alla manutenzione delle regole di mercato, adesso ha scoperto che con qualche accorgimento, controllo sociale, repressione, restringimento delle libertà in nome delle necessità emergenziale, è possibile crescere in assenza di libertà che i tempi sono maturi, sostituendo le armi della guerra tradizionale con la tecnologia e il ricatto, con l’automazione e l’intimidazione che ne deriva, quando robot e intelligenze artificiali possono fare e meglio  il lavoro di impiegati, funzionari, tecnici.

E siccome non si può fare commerci senza la guerra né tantomeno la guerra senza commerci, leggi, disposizioni e trattati vertono sull’acquisto e la vendita di armi e sulla mercatizzazione della salute grazie a prodotti farmaceutici promossi a consumi primari e irrinunciabili in virtù delle nuove frontiere della comunicazione e della persuasione rappresentate dalla piattaforme che prefigurano e  delineano schemi di comportamento, attitudini e convinzioni e li plasmano secondo modelli e format esistenziali.

Non stiamo messi bene con questi sacerdoti e profeti, con questi ambasciatori di uguaglianza che predicano un bene che non guarda al di là dell’Adriatico e del Mediterraneo, alla Grecia o alla Siria, dove  vanno in veste  di nuovi conquistadores insieme ai loro missionari,  promettendo prosperità  e salute a chi si converte alla fede firmata Big Pharma.

2 replies

  1. La solita, triste lagna della sig.ra Anna, per una volta mi sorprende. Dice: bisogna farsi i caxxi propri. Se africani, asiatici e sudamericani vogliono liberarsi dalla schiavitù dei Big Pharma devono a accettare come normale di CREPARE soffocati a grandissimi numeri, tanto un milione più, uno meno, chi riesce a contarli ? Mi domando se la sig.ra rilegga bene quello che scrive.

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  2. Mi infastidisce sempre molto sentir parlare della maggioranza degli abitanti della Terra come se fossero dei minorati senza speranza se non “aiutati” dai quattro gatti Europei ( in specie Italiani).
    E’ questo il modo di pensare che li mantiene in stato di minorità e che mostra loro, come unica possibilità di sopravvivenza, o l’attendere la carità Occidentale o il trasferisrsi qui. Mentre i loro Paesi sono ricchissimi e i loro governanti e tycoon si fanno le budella d’ oro trafficando con i nostri.
    Una svegliatina non farebbe male, in fondo noi Occidentali di rivoluzioni ne abbiamo fatte tante. E cruente, per liberarci dagli oppressori. E che oppressori.

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