Chiesa, P2 e Servizi. Riecco gli anni 70

(di Pino Corrias – Il Fatto Quotidiano) – Giallisti di tutto il mondo unitevi. Dopo la sterminata apnea del Covid, l’Italia delle trame si è finalmente rimessa in moto. Un ex presidente del Consiglio con attitudini saudite lascia Rebibbia dove ha appena salutato un caro amico detenuto, si incontra con un campione delle spie a forte predisposizione americana, in un anonimo Autogrill a trafficare reciproche informazioni che in codice chiamano Babbi o Wafer o “Auguri di Natale”.
Il tutto, così sventatamente, da essere filmati, per 40 minuti di seguito, da una insegnante incuriosita e nascosta dietro a un finestrino che potrebbe anche essere uno di quei furgoni ciechi usati da tutti i servizi segreti del mondo per arricchire l’archivio e predisporre futuri ricatti.
Un cardinale fatto di granito sardo inciampa sull’intrigo di un palazzo da 200 milioni di dollari comprato a Londra con i soldi delle elemosine di San Pietro e si sbriciola (il cardinale, non il palazzo) sotto una pioggia di veleni vaticani, minacce di video compromettenti, imbrogli contabili e scandali sessuali. Mentre una sua dama in nero, esperta in segreti internazionali e borse Hermès, lo abbandona davanti alle telecamere, se ne va via con la sua scia Chanel, lasciandolo fradicio e al vento. Meno male che di lì a poco torni direttamente il Papa a portargli un piatto di minestra calda, la benedizione e l’ombrello.
Un magistrato che per anni, con faccia e pancia adeguate, ha navigato nel peggio della magistratura – coltivando pettegolezzi, malignità, inganni, false cattiverie e autentici segreti, il tutto a nome non della Giustizia, ma della Carriera – diventa d’improvviso autenticamente buono, sinceramente pentito, esce dall’Hotel Champagne dove cenava con gli amici degli amici e un trojan nel telefonino, si confessa in un libro, scala le classifiche, compare tutte le sere in tv a fare la morale, denunciando le correnti della magistratura. E provando a demolirle tutte, come putribonde fabbriche di abusive carriere, per far trionfare, nelle aule dello Spettacolo, finalmente la sua.
Nel frattempo al Palazzo di Giustizia di Milano, spuntano altri verbali, dove anche stavolta i cattivi non sono gli assassini o i ladri, ma certi magistrati romani e non romani che addirittura si riuniscono segretamente in un sontuoso appartamento per trafficare anche loro in nomine, inchieste e depistaggi. Una loggia, sembrerebbe, per di più battezzata “Ungheria”, dal nome della piazza che ne custodisce il covo e che a dire il vero un tempo ospitava all’angolo il bar più famoso dei pariolini neofascisti.
Ma quelli erano gli anni Settanta. Archeologia. Peccato che neppure gli anni Settanta manchino in questa rifioritura delle trame, essendo recentissima la retata di anziani ex terroristi, latitanti da quarant’anni, arrestati per un giorno a Parigi. Identificati. E subito scarcerati. A perfezionare un déjà-vu servito in definitiva a nulla, se non a riaprire per qualche ora l’album dei ricordi e dei dolori, se ne riparlerà tra due anni, come promette la diplomazia giudiziaria francese. In attesa che, prima o poi, compaia il Grande Vecchio.
Ma non ci sarà il tempo di annoiarci, visto con quanto zelo l’Italia torna a sfornare intrecci come ai bei tempi, quando i piani alti e altissimi della Repubblica progettavano golpe da dilettanti e stragi da professionisti. Si spartivano i soldi delle autostrade in costruzione e quelli della Cassa del Mezzogiorno in opere di bene per le banche, le mafie, i partiti. E senza troppe cautele trafficavano in petrolio e tangenti, dopo che Enrico Mattei era stato liquidato in volo, come un fuoco d’artificio.
Era l’Italia benedetta dalle gerarchie vaticana, americane, democristiane che nuotavano nel delta ancora abbondante del Boom, mentre i cavalieri del lavoro organizzavano il sacco di Palermo con qualche ficcanaso finito nel cemento. L’Italia che costruiva fabbriche incongrue e periferie invivibili che i giornali chiamavano Cattedrali nel deserto e Coree. E il doppio Stato allevava nell’ombra neofascisti veneti, parcheggiati tra i patrioti di Gladio, affinché nessuno si sognasse di interferire con le serrature a stelle e strisce della nostra indisciplinata Repubblica.
Il giallo Italia si è rimesso in moto. Sebbene in sedicesimo. Dai silenzi del presidente della Repubblica Antonio Segni e del generale dei carabinieri De Lorenzo, siamo transitati a quelli del senatore semplice di Rignano e del contabile dei Servizi, Marco Mancini. L’ombra di monsignor Marcinkus – con gli abissi del Banco Ambrosiano e del sangue sparso dai generali argentini – è lunga dieci volte quella appena sfiorita del cardinale Angelo Becciu e della sua annessa lady Cecilia Marogna. Per non parlare dei sontuosi depistaggi del Porto delle Nebbie, la Procura di Roma ai tempi dei leggendari Carmelo Spagnuolo, Vitalone e poi Squillante che per trent’anni hanno buttato sabbia negli ingranaggi delle inchieste indesiderate.
Ma tutto, in letteratura, si può migliorare. Persino l’incerto eloquio di Piero Amara, avvocato dell’Eni, già condannato per corruzione, titolare delle rivelazioni sulla loggia Ungheria. O i misteri di una tale Marcella Contrafatto, segretaria di Piercamillo Davigo, postina anonima dei verbali segreti. O lo sguardo spampanato di Luca Palamara e della sua schiera di raccomandati, che aspirano anche loro alla astuta demolizione della magistratura.
Dopo il giornale unico dell’emergenza, stiamo per intravedere il dopo Covid. La Storia e le storie si sono rimesse in moto. E sta arrivando il malloppo vero da Bruxelles, grande come un movente, quanto lo fu quello della nostra caotica industrializzazione, dopo il Piano Marshall. Dunque si muovono non solo i Re del mondo, ma anche gli alfieri, le torri, i pedoni della nostra povera Repubblica. In appendice tornano persino i fantasmi di Bisignani, Tavaroli, Gianni Letta, Denis Verdini, eroi di altre primavere, quando ancora Berlusconi irrigava le trame del suo giallo migliore, intitolato “Questo è il Paese che amo”, purtroppo interrotto nel momento in cui arrivavano le ragazze.

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7 replies

    • @fabriziocastellana
      Più che il Paese dei Balocchi siamo il Paese degli Allocchi.
      Se così non fosse tutta questa gentaglia sarebbe in galera da un sacco di tempo o,
      quanto meno, sarebbe stata messa in condizione di non nuocere.
      Invece ci tocca continuare ad assistere all’assoluto predominio del Peggio che trova
      modi sempre nuovi ed efficaci per mantenere gli Allocchi, cornuti, mazziati e contenti,
      nella loro eterna condizione di stolida sudditanza.

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  1. DI GOFFREDO BUCCINI
    Una volta confessò di non poter essere davvero certo della propria virtù, non essendo mai stato indotto in tentazione da nessuno nella sua carriera da inquisitore. Ovvio: con quella faccia un po’ così, da Javert padano, quell’espressione un po’ così, da trangugiatore di Maalox, solo un pazzo avrebbe potuto immaginare di corromperlo.
    Piercamillo Davigo più che un magistrato (in pensione, senza requie) è una metafora: della giustizia periclitante, delle umane contraddizioni, delle nostre ipocrisie. E ha la dannazione di parlare per metafore e iperboli venendo preso quasi sempre alla lettera, spesso per stupidità o malafede. Il suo famoso siparietto su quanto fosse più conveniente, tra sconti e abbuoni di pena, uccidere la moglie piuttosto che divorziarne, apologo iperbolico su storture e lentezze di un sistema, venne chiosato da autorevoli garantisti come «l’uxoricidio delle garanzie» o «l’infernale paradosso».
    Forse più per bulimia provocatoria che per eccesso di custodia cautelare, Davigo è diventato così uno dei magistrati più detestati, pur vantando meriti non comuni. Per lungo tempo se n’è quasi dilettato: deve essere stata una seduzione irresistibile épater le bourgeois, stupire i borghesi, per un borghese piccolo piccolo venuto dalla natia Candia Lomellina, minuscola provincia Pavese, rigidità militaresca e perbenismo familiare. «Non esistono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti» può apparire l’odioso manifesto di uno sgherro dello Spielberg o l’ammissione quasi evangelica della nostra umanissima debolezza, dipende dal cuore di chi ascolta, ma in entrambi i casi scandalizza (ed è bene che gli scandali avvengano, si sa). «Rivolteremo l’Italia come un calzino» pare sia invece un apocrifo, oggetto di contestazioni anche nelle aule giudiziarie: perché, se il dipietrese si nutre di sbuffi e strafalcioni, il davighese è fatto di finezze giuridiche ma anche di ferocie non sempre autentiche. Poi la ruota gira e i capelli già radi e impomatati diventano zucchero filato: il resto è oggi.
    Oggi, che il «Dottor Sottile» è chiamato a sedere sullo scomodo scranno del testimone, molti nei social esultano manco lo avessero colto a fare una rapina («godo», «se lo merita», «chi la fa…»). Lui per primo, del resto, sa benissimo quanto sia scomoda quella posizione, nella quale (a differenza dell’indagato) la persona informata sui fatti non ha facoltà di mentire, avendo fatto arrestare proprio per questo, un 4 marzo di 28 anni fa, il portavoce di Forlani, Enzo Carra, che nicchiava sulla maxitangente Enimont non volendo inguaiare il suo capo e fu poi sottoposto (non per volontà di Davigo) all’umiliazione di un passaggio in manette tra fotografi e telecamere.
    Mani pulite è stata un’esperienza così potente da far quasi scolorire il prima e il dopo di molti. Eppure, il prima di Davigo ne spiega l’approdo. Ecco il maestro di prima elementare — giustizialista ante litteram — che mette alla gogna un lungagnone pluriripetente, ammonendo: «In Italia l’istruzione è obbligatoria per almeno otto anni, questo significa che potete fare otto volte la prima elementare: come accade a lui». Ecco gli Anni di piombo che gli portano lo stigma ingiusto del fascista, derivato dall’occuparsi di sindacato dalla parte degli imprenditori, con le scritte «Davigo fascista sei il primo della lista» per le quali lui non si scompone finché quelli cambiano scritta: «Davigo abbiamo perso la lista ma tu sei sempre il primo» («pensai che nessuno con quel senso dell’umorismo poteva davvero spararmi», ha poi raccontato lui a Silvia Truzzi de Il Fatto quotidiano). In quegli anni, da giovane magistrato, il primo incontro con Borrelli, rientrato in servizio con una gamba ingessata per condannare il terrorista Alunni mentre tanti colleghi se la squagliavano. L’inchiesta più famosa nascerà con quel procuratore («coraggioso e con il senso delle istituzioni»), ispirata dall’idea forse crudele che la corruzione sia «un reato seriale» (una volta corrotto, sempre corrotto) e che l’unico modo per spezzare il circolo sia la confessione, perché rende inaffidabili per i complici. Decisivo nel dissuadere Di Pietro dall’accettare il Viminale offertogli da Berlusconi neopremier (avendo a sua volta rifiutato la poltrona da Guardasigilli), Davigo è forse il più magistrato dei magistrati del vecchio pool (Tonino ha avuto mille identità, Borrelli si sognava pianista, Colombo divulgatore di cultura). Ma proprio questa immedesimazione nel ruolo è diventata il punto di frattura, ciò che spiega il dopo: quando si trattava di alzarsi dal tavolo con grazia.
    Di colpo, alcune ovvietà che scandalizzavano («la politica dovrebbe riformarsi prima delle sentenze per non ripetere la propria legittimazione dai magistrati») diventano bandiere del neogiustizialismo. Quando a prenderlo alla lettera sono i grillini, lui non se ne rammarica, anzi finisce per farsene acclamare padre nobile, catapultato al Csm dall’onda lunga del 2018. Seguono polemiche sempre più feroci, la battaglia infelice per non lasciarsi pensionare, la voglia di stupire che diventa sovraesposizione nei talk dove tutto è frullato e banalizzato: Davigo mette in scena Davigo. E siamo al triste epilogo, all’intruglio di liquami sgorgato da una fonte che ha il destino nel nome (Amara) e all’incapacità del nostro di tenersene lontano, di godersi una panchina, un ricordo, persino un rimpianto. In questo gracchiar di corvi, Davigo si ritrova teste su una poltrona di spine, per via del fuorisacco di un collega incontinente e di una ex segretaria sospettata di aver fatto da postina di atti secretati. L’augurio, per chi lo ha conosciuto quando il bene e il male sembravano ancora entità separate, è che gli venga risparmiato almeno il noto broccardo «non poteva non sapere»: che tanta fortuna portò alla sua indagine più famosa e tanta angoscia ai suoi più famosi indagati.

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    • “… «Davigo fascista sei il primo della lista» per le quali lui non si scompone finché quelli cambiano scritta: «Davigo abbiamo perso la lista ma tu sei sempre il primo» («pensai che nessuno con quel senso dell’umorismo poteva davvero spararmi»… ”
      Fantastica!

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  2. Se questo ottimo articolo fosse la trama di un giallo (li adoro, ma solo quelli “psicologici”), non lo leggerei neanche morta.
    Che noia tutti questi intrighi, mi perdo…

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  3. Cos’è questo golpe? Io so

    di Pier Paolo Pasolini

    Io so.
    Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
    Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
    Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
    Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
    Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
    Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
    Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
    Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
    Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
    Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
    Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
    Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
    Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
    Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
    A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
    Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
    Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
    Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
    Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
    Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
    All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
    Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
    Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
    È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
    Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
    Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
    La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
    Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
    Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
    Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
    Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
    L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
    Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
    Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
    E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
    Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
    Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

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