I Generali delle truppe d’appalto

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Da un anno si si rincorrono cifre, dati e statistiche che invece di dare certezze, aumentano il marasma e i dubbi. I dubbi invece non ci sono a guardare i numeri del Pnrr – nelle oltre 300 pagine del Piano di ripresa e resilienza,  presentato alle Camere, le parole “competizione”, “concorrenza” e “impresa” ricorrono 257 volte, il doppio delle citazioni di “lavoro”,  alle imprese vanno 50 miliardi, all’occupazione solo 6,6,  e per la realizzazione delle grandi infrastrutture è previsto lo stanziamento di  31,46 miliardi (ferrovie, strade e porti” – che dimostrano, se ce ne fosse bisogno, qual è lo spirito che anima i Costruttori, definizione che più che mai si attaglia ai ministri competenti in forza all’esecutivo posseduti da quella bulimia megalomane che aveva animato tutti i governi del dopoguerra, posto le loro mani sulle città, avviato e fatto correre la macchina della corruzione e del malaffare.

Della  Missione 3, disegnata dal Governo Conte e dalla garrula ministra defenestrata che minaccia un Vietnam rancoroso per assicurarsi un po’ dei fichi secchi delle nozze europee, quella chiamata “infrastrutture e intermodalità” quella della  paradossale “coniugazione impossibile” tra grandi opere e rispetto dell’ambiente, restano l’impianto e le priorità, con una differenza, che parla di un contentino dato alle associazioni imprenditoriali del settore cui non bastano mai quattrini, aiuti e leggi su misura, quella dell’inserimento della maggior parte degli interventi stradali nel Fondo complementare, quel tesoretto voluto da Draghi per spesare quei progetti rimasti fuori dal Pnrr ufficiale.

Ma soprattutto, a conferma dell’anelito riformatore che caratterizza il governo della ricostruzione, è esaltato lo sforzo di produzione giuridica e normativa di disposizione indirizzate alla semplificazione e all’accelerazione della conclusione e realizzazione degli interventi.

Ormai non ci sorprendono più le prestazioni e le visioni dei competenti che dopo aver inanellato fallimenti, incapacità di previsioni, inettitudine, mostrano una diabolica perseveranza nell’errare per appagare appetiti padronali. E non stupisce che a fronte del blocco del turismo, della contrazione delle attività produttive, dell’evidente e criminale trascuratezza riservata ai trasporti pubblici locali, alla riduzione del traffico commerciale alla “logistica” delle piattaforme, sia la voce riguardante l’Alta velocità di rete (24,77 miliardi del PNRR e 3,2 miliardi del Fondo complementare) la più ricca.

E siccome la parola disuguaglianze nel discorso del Presidente è comparsa solo sei volte, vanno 4,64 miliardi di euro allo sviluppo dell’alta velocità/capacità e dalla velocizzazione della rete ferroviaria per passeggeri e merci al Sud, intervenendo su tre tratte: la Napoli-Bari, la Palermo-Catania-Messina e la Salerno-Reggio Calabria, mentre, nell’assoluta indifferenza per studi e indagini europee che hanno accertato come le visioni e previsioni cui si ispiravano intermodalità  e Tav fossero sovrastimate alle luce della realtà e degli eventi, ancor prima della pandeconomia, per le Linee ad alta velocità nel Nord che collegano all’Europa, il PNRR stanzia 8,57 miliardi di euro.

E come se non bastasse a confermare la criminale estemporaneità di certe scelte, ben 2,97 miliardi saranno usati, invece, per lo sviluppo del sistema ERTMS, che ha l’obiettivo “di aggiornare i sistemi di sicurezza e segnalazione esistenti, garantendo così, con anticipo rispetto alle scadenze fissate dall’UE, la piena interoperabilità con le reti ferroviarie europee e l’ottimizzazione della capacità e delle prestazioni della rete”, qualcosa cioè di cui si sarebbe avuto gran bisogno a Viareggio o nella tratta Andria-Corato.

Meno avveniristica la progettualità per quanto riguarda le strade, se tocca giocoforza occuparsi della modesta manutenzione, a carico del Fondo Complementare,affidata, nel contesto della rivoluzione digitale e delle sue progressive opportunità  offerte  dai sistemi di monitoraggio digitale avanzato, all’Anas, trasferendo alla società anche la titolarità di ponti, viadotti e cavalcavia, e riconfermando la fiducia dell’efficienza e efficacia della gestione sua e delle imprese con le quali ha collaborato fianco a fianco in questi decenni.

E adesso indovinate dove sarà collocata la cabina di regia per questa poderosa strategia: ma è ovvio, a Palazzo Chigi, dove i cari e famigli del Presidente sotto forma di consiglio di plenipotenziari si sono assunti generosamente l’onere di  effettuare una ricognizione sullo stato di attuazione del codice appalti e sulle difficoltà riscontrate dalle stazioni appaltanti «nella fase di applicazione anche al fine di proporre eventuali soluzioni correttive e di miglioramento».

Saranno loro a  esaminare le proposte di modifiche normative nella materia disciplinata dal codice  per  garantire omogeneità e certezza giuridica,  in modo da promuovere la realizzazione, in collaborazione con i soggetti competenti, di «un piano nazionale in tema di procedure telematiche di acquisto, al fine della diffusione dell’utilizzo degli strumenti informatici e della digitalizzazione delle fasi del processo di acquisto». E  sempre la stessa task  force è incaricata di  promuovere accordi, protocolli di intesa, convenzioni, «anche con associazioni private per agevolare la bancabilità delle opere pubbliche», in una dinamica riproposizione di quei sistemi di project financing sperimentati in applicazione dell’aurea regola che privatizza i profitti e pubblicizza le perdite.

Per creare il clima favorevole a una semplificazione nel rispetto della legalità e per contribuire ad allestire il quadro normativo propizio all’accelerazione di procedure, iter autorizzativi e per la trasparenza degli appalti scende in campo l’Anac, l’autorità anticorruzione nel contesto di un decreto legge omnibus che approderà in Consiglio dei ministri probabilmente verso la metà di maggio (anche per evitare un ingorgo di decreti in Parlamento) e di un decreto Cingolani per le semplificazioni ambientali.

E come non essere rassicurati dal ruolo e dall’esperienza dell’ente spaventapasseri per eccellenza, che ha saputo combinare efficacia e afflato morale in occasione di altre situazioni che avevano lo stesso carattere emergenziale oltre che finalità di interesse generale improrogabili, l’Expo di Milano, quando venne chiamato a dare il visto si stampi a traffici ormai troppo avanzati per essere annullati, o nel caso di   opere, come la Metro di Roma, insignita del titolo di madre di tutte le corruzioni e in questa qualità inviolabile.

In tempi lontano chi aveva partecipato alla Resistenza aveva potuto transitare in ruoli strategici, purtroppo per troppo poco tempo, come nel caso di Emilio Sereni, al Ministero dell’Assistenza postbellica, tentò di dare alla ricostruzione postbellica il valore di un’occasione più rivoluzionaria che riformatrice, per abbattere il sistema corruttivo del fascismo, per sanare disuguaglianze profonde, per promuovere un’occupazione che garantisse remunerazioni dignitose, nel rispetto di talento, diritti e aspettative, per potenziare la sanità e l’istruzione pubblica.

Oggi chi ha partecipato della Resilienza come  fertile condizione  per  promuovere profitti, per andare incontro a interessi opachi, per consolidare l’affarismo sanitario grazie alla gestione biopolitica della crisi, dimostra che il suo dopoguerra al nemico silenzioso prosegue una guerra interminabile, quella contro il popolo.