Dalla Somalia al Sahel il panorama delle minacce jihadiste è sempre più multipolare. E più che a colpire il nemico lontano i nuovi gruppi puntano al controllo politico sui territori

(Roberto Battiston – lespresso.it) – «Se Bin Laden fosse vivo oggi, ne sarebbe probabilmente soddisfatto. L’impresa che ha avviato nell’agosto del 1988 è sopravvissuta a decenni di pressioni antiterroristiche internazionali incessanti. E continua a ispirare violenza e resistenza, attirando nuove reclute e sostenitori che l’11 settembre 2001 non erano nemmeno nati». Così, in un articolo recente su City Journal, Bruce Hoffman, decano degli studi sul terrorismo, una vita tra cattedre universitarie, think tank, incarichi istituzionali. Incluso quello nella Commissione indipendente a cui il Congresso degli Stati Uniti chiese di esaminare la risposta dell’FBI agli attentati dell’11 settembre 2001. In questi 25 anni, soprattutto dopo l’uccisione nel maggio 2011 del fondatore Osama bin Laden, in seguito alle primavere arabe che hanno rovesciato i governi autocratici in Tunisia, Egitto, Yemen, e dopo la clamorosa instaurazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2014, al-Qaeda è stata data più volte per morta. È viva e vegeta, invece.
Lo scrive Hoffman e lo conferma Ali Soufan – un ex agente speciale dell’FBI incaricato di investigare sui primi attentati di al-Qaeda contro obiettivi statunitensi – nella prefazione al volume pubblicato dal centro di ricerca da lui fondato, oggi tra i più accreditati sul jihadismo salafita. “25 Years After 9/11: The Future of the Global Jihadi Movement” parte da numeri chiari: «L’11 settembre, al-Qaeda vantava una forza complessiva di circa 400 uomini sotto le armi, di cui circa tre quarti con base in Afghanistan. Oggi, l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) stima un organico complessivo compreso tra 15.000 e 28.000 in tutto il mondo». Anche adottando altri criteri quantitativi, la tenuta è evidente: vale per le competenze tecnologiche acquisite, per l’uso degli strumenti militari, per le entrate generate, per l’estensione geografica della presenza dei gruppi affiliati. Con una differenza significativa rispetto al passato. Al-Qaeda punta sempre di più al governo dei territori. E, come pure lo Stato islamico, ha spostato il proprio baricentro. In Africa.
Jihadisti africani, troppo esotici e lontani
Nel trentasettesimo rapporto del Gruppo di monitoraggio sulle sanzioni delle Nazioni Unite pubblicato all’inizio del 2026, il panorama delle minacce jihadiste viene descritto come «multipolare e complesso». Eppure fatichiamo a vederlo. Dipende anche dalla nostra miopia eurocentrica: finché era a trazione mediorientale, scorgevamo i riflessi della minaccia, perché più vicina. Ora che è a trazione africana, ci appare esotico e lontano. «Il centro di gravità è attualmente ancorato nell’Africa subsahariana, che a livello regionale è diventata l’epicentro delle vittime attribuite al terrorismo», scrivono Colin P. Clarke e Clara Broekaert, curatori del volume del gruppo Soufan. Con la Somalia divenuta un vero e proprio hub strategico sia per lo Stato islamico sia per al-Qaeda, tanto che nel 2025 l’amministrazione Trump ha lanciato almeno 132 attacchi aerei nel Paese. Guardare alla Somalia significa comprendere l’evoluzione strategica di al-Qaeda. Al-Shabaab, storica affiliata di al-Qaeda, nel mirino del controterrorismo da decenni, è nuovamente fiorente. Nel 2025 è quasi riuscita ad assassinare il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, ha circondato Mogadiscio e nell’ottobre dello stesso anno ha preso d’assalto il quartier generale dei servizi segreti della capitale. Quel che più conta, da quindici anni governa gran parte del sud del Paese, gestendo la burocrazia amministrativa, incassando milioni di dollari di entrate ogni anno fornendo servizi di base: da rete clandestina minoritaria si è trasformata in un proto-Stato. In un vero e proprio Stato parallelo. La direzione è segnata. Secondo il Global Terrorism Threat Assessment 2026 del Center for Strategic and International Studies di Washington, «al Shabaab è concentrata sul proprio obiettivo locale di istituire un governo in Somalia e in alcune zone del Kenya e dell’Etiopia». Al fondo, una scelta strategica: questi jihadisti guardano al governo di casa loro, non a colpire il “nemico lontano”. Kalashnikov in spalla, si fanno garanti della sicurezza, amministratori, burocrati, oscillando tra insurrezione e governance. Vale in Africa orientale, come nel Sahel.
Il Sahel brucia
L’affiliata di al-Qaeda nel Sahel, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani, conosciuta con la sigla Jnim, ha guadagnato terreno in tutta la regione ed è in grado di sferrare attacchi in Mali, Burkina Faso, Niger, Benin, Togo e Nigeria, oltre ad avere una presenza in Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Guinea. Nel settembre 2025 ha assediato economicamente la capitale del Mali, con il blocco di rifornimenti di carburante, per poi lanciare a ottobre un’ambiziosa offensiva con il Fronte di Liberazione dell’Azawad, sigla indipendentista tuareg, uccidendo il ministro della Difesa Sadio Camara, colpendo l’aeroporto di Bamako e costringendo le forze maliane e russe a ritirarsi da Kidal, nel nord. In Burkina Faso, ha assunto temporaneamente il controllo di due capitali provinciali. Anche qui, obiettivi locali e regionali: la propaganda mira a posizionare il gruppo come attore politico legittimo, come alternativa ai regimi militari della regione. Con un interesse crescente, si nota nel rapporto di monitoraggio dell’Onu, verso quanto accade in Siria.
La terza via, tra Siria e Afghanistan
Mentre nel continente africano i gruppi affiliati ad al-Qaeda sono alle porte di tre capitali nazionali – Bamako in Mali, Mogadiscio in Somalia e Ouagadougou in Burkina Faso – un ex membro di al-Qaeda governa la Siria. Si tratta del presidente Ahmed Hussein al-Sharaa, arrivato al potere nell’inverno del 2024 dopo aver fatto transitare Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo jihadista di cui era a capo con il nom de guerre Abu Mohammad al-Julani, per diversi restyling e per un lungo, graduale processo di affrancamento dal jihadismo globalista, tutto orientato al governo del territorio. Soltanto nel 2013, al-Julani era al centro della controversia che vedeva contrapporsi la vecchia guardia qaedista, allora guidata dal medico egiziano Ayman al-Zawahiri, e i giovani irrequieti come Abu Bakr al-Baghadi, il futuro Califfo, che la accusava di attendismo. L’attuale presidente siriano era su posizioni opposte: nel 2016 prende le distanze da al-Qaeda, poi rompe formalmente con la casa madre dando vita a Jahbat Fatah al-Sham. Allora molti lessero la mossa come cosmetica. Anticipava invece la torsione localista praticata a Idlib, nel nord-ovest della Siria, con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, l’istituzione di un apparato politico-amministrativo, i dipartimenti per i servizi sanitari, educativi, etc. Scelte ponderate, che nell’inverno del 2024 lo avrebbero condotto a Damasco, mettendo fine alla dittatura di Bashar al-Asad. E il 10 novembre 2025 alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump. Subito dopo, viene l’adesione alla Coalizione globale contro Daesh. E nell’agosto di quest’anno la rimozione della Siria, per la prima volta dal 1979, dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Un percorso esemplare, ma non del tutto nuovo: anche se molti dei leader del movimento sono ancora considerati terroristi, il presidente siriano ha modellato la sua ascesa sull’esempio dei Talebani in Afghanistan, a cui ha sempre guardato con ammirazione per la pazienza strategica e le capacità diplomatiche con cui sono riusciti a riconquistare Kabul nell’agosto del 2021. Venti anni dopo gli attentati dell’11 settembre condotti da al-Qaeda e il rovesciamento del loro primo Emirato islamico. Ora restaurato.