Montarsi la testa

(Bartolomeo Prinzivalli) – Devo confessare di essermi ricreduto su Draghi dopo le ultime settimane, riconoscendogli una tempra non comune. Non è facile, infatti, rimanere impassibili nonostante l’oceano di leccate ricevute a mezzo stampa, dai salotti buoni, dai fini pensatori compreso l’intero arco parlamentare ai suoi piedi prostrato, con gli esempi lampanti dell’essere insignito a “nostro MES” addirittura da un Faraone, mica dalla plebe o dalla servitù, mentre una giornalista emozionata gli dichiara il sollievo di averlo a capo del governo, altrimenti saremmo tutti disperati, tradendo una certa invidia verso colei che può giacere con lui ogni notte. E per tutti intende tutti, compreso chi legge queste righe.

Sembra facile, ma montarsi la testa è un attimo. Un individuo più debole e suggestionabile avrebbe finito per convincersi del proprio retaggio divino o, peggio, della fondatezza dei miracoli a lui attribuiti, possibilmente andando per reparti ospedalieri ad imporre le mani sui malati o addirittura i defunti, tanto lo stuolo di apostoli penna-muniti avrebbero scaricato il fallimento di volta in volta sul trapassato, perché non ricettivo, miscredente o addirittura reo di farlo apposta a rimanere morto per fare un dispetto al nuovo Messia pro tempore.

Già, perché tutto in questo Paese è a tempo determinato: celebrità, beniamini, eroi e persino salvatori della patria.

Basti pensare alla povera Angela da Mondello: salita agli onori grazie alla celeberrima frase “non ce n’è coviddi”, invitata in trasmissioni televisive, seguita sui social, sedotta da agenti dello spettacolo fino ad illudersi di poter rimanere in pianta stabile in quel mondo mediante la conduzione di una rubrica o di un programma senza possedere alcuna capacità, se non quella dell’ignoranza fine a sé stessa, per poi venire accantonata nel dimenticatoio con in bocca il sapore della notorietà che non va più via, della bella vita da cui è difficile disintossicarsi per tornare indietro alla miseria dell’anonimato. Basti pensare all’uomo gatto di Sarabanda, quello che la canzone la indovinava con una, misera, nota fra le migliaia di migliaia che cominciavano con la stessa. Che gran superpotere. Dov’è adesso? Nessuno lo sa, forse manco lui stesso.

Fenomeni da baraccone dell’intrattenimento, qualcuno dirà. Sbagliando. È un modus operandi trasversale, da cui nemmeno la politica è immune, anzi: bastano pochi applausi e urla d’incitamento perché un imbecille sovrappeso capace solo di ruttare a favor di vento si senta uno statista, o perché dei cittadini per cui la politica non doveva essere un mestiere capiscano che invece è un gran bel mestiere, andando contro a quanto sbandierato da palchi sui quali difficilmente torneranno a mettere piede.

Per questo oggi ammiro il buon Mario, perché nonostante una narrazione capace di far vergognare persino l’istituto LVCE lui rimane impassibile, concentrato nel fare il compitino di aiutare gli amici di sempre tergiversando nel frattempo su vaccini, piani di recupero rimandati al mittente e rischi ragionati per accontentare disperati la cui fede vacilla in preda ai morsi della fame. Poveri miscredenti, hanno creduto per più di duemila anni a uno che camminava sulle acque e moltiplicava pani e pesci senza averlo mai visto e dubitano di colui che possono ammirare con i propri occhi. Coraggio, passati questi mesi ed ottenuto l’upgrade a Presidente della Repubblica arriverà un altro Salvatore, nuovo o riciclato che sia.

Basta solo aspettare stringendo la cintura ancora un po’, che male non fa…

5 replies

  1. “mentre una giornalista emozionata gli dichiara il sollievo di averlo a capo del governo, altrimenti saremmo tutti disperati, tradendo una certa invidia verso colei che può giacere con lui ogni notte”

    Secondo me, ha imbarazzato pure Draghi .

    (Giornalista il sole24 ore)

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