L’allarme dell’Istat: “Il 45% per cento delle aziende rischia di arrendersi”

(Luigi Grassia – la Stampa) – Un limone completamente spremuto: dopo un anno di Covid, il sistema italiano delle aziende non ha più risorse, e se la ripresa economica non arriva presto, assisteremo a fallimenti a catena, e non basteranno né i sostegni né i ristori a evitare il disastro. Dal Rapporto 2021 dell’ Istat sulla competitività dei settori produttivi risulta che solo l’ 11% delle aziende è classificabile come «solido», mentre il 45% appare «strutturalmente a rischio» e il 44% risulta comunque «fragile», pur resistendo (con grande fatica).

A causa del lockdown il valore aggiunto (che è quello su cui si reggono le imprese, e in definitiva lo scopo della loro esistenza e del loro funzionamento) è diminuito dell’ 11,1% nell’ industria, dell’ 8,1% nei servizi, del 6,3% nelle costruzioni e del 6,0% nell’ agricoltura.

La paralisi dei viaggi ha massacrato tutte le attività legate ( in modo diretto o indiretto) al turismo: la quota dei titolari di impresa che segnalano seri rischi di chiusura è particolarmente elevata nelle agenzie di viaggio (oltre 73%), in quelle impegnate in attività artistiche o di intrattenimento (oltre 60%), nel trasporto aereo (59%) e nella ristorazione (55%).

Quanto al comparto industriale, risultano in particolare difficoltà le aziende della filiera della moda: abbigliamento (oltre il 50%), pelli (44%), tessile (35%); questo perché ci sono state meno occasioni di uscire con gli abiti nuovi, e la voce di spesa corrispondente è stata fra le prime a essere tagliata.

La crisi ha colpito soprattutto le imprese piccole e piccolissime, che hanno subìto un crollo della domanda interna e della liquidità; inoltra la pandemia ha esasperato le divisioni territoriali, anche a causa di misure di contenimento che sono state prese su base regionale. In 11 Regioni, si legge nel Rapporto dell’ Istat, «la metà o più delle imprese presenta almeno due di tre criticità che le denotano a rischio alto o medio-alto: riduzione di fatturato, seri rischi operativi e nessuna strategia di reazione alla crisi».

Sette di queste Regioni sono nel Mezzogiorno, una al Nord e tre nel Centro Italia. Una diversa classificazione, basata su un indicatore territoriale di «rischio combinato» (sintesi del rischio per imprese e addetti), mostra sei Regioni hanno un tessuto produttivo ad alto rischio, e cinque di esse appartengono al Mezzogiorno, (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna) e una al Centro (Umbria) mentre le sei a rischio basso sono tutte nell’ Italia settentrionale: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Provincia di Trento).

3 replies

  1. Se lo scrive La Busarda si può proprio crederle.
    A Genova diciamo: “Chi nu cianze nu tetta” (Chi non piange non succhia il latte dal seno)
    e LaBusarda ha maturato un autentico talento per strillare a nome e per conto dei suoi rappresentati.

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  2. Il 45% delle aziende che “rsichia” di chiudere, non è un risultato che meriti promozioni a livello internazionale.
    Si può fare di più e meglio. Che i lockdown proseguano a oltranza!
    Vero Speranza???

    (Notate quanto immane potere abbia acquisito questa mezza tacca emersa da LeU. Voluto da Mattarella e riconfermato da Mattarella, neanche Draghi osa mettergli i bastoni tra le ruote. Figurasi i grullini! State sereni dunque…)

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  3. e nessuno parla delle palestre, dei centri sportivi, delle piscine e dei parchi acquatici, pochissimi riapriranno e migliaia di ragazzi sono senza lavoro.

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