Eco ideologo e cattivo maestro

(Marcello Veneziani) – Cinque anni fa moriva Umberto Eco. Fu semiologo e sociologo brillante e romanziere di successo, critico acuto ma soprattutto fu un ideologo. Non un filosofo come oggi si dice, ma un ideologo. Nelle sue opere, Eco compì un’opera sistematica di demolizione della tradizione e dei buoni costumi, del senso religioso e del legame con la morale comune, contro la meritocrazia e “l’illusione della verità”. Auspicò una “guerriglia semiologica” (in quegli anni erano parole di piombo), negò rispetto al latino -“L’ossessione del latino è una manifestazione di pigrizia culturale, o forse di forsennata invidia: Voglio che anche i miei figli abbiano gli orizzonti ristretti che ho avuto io, altrimenti non potranno ubbidirmi quando comando”- attaccò i buoni sentimenti e la sua scia retorica, che promanavano dal libro Cuore, libro di formazione di più generazioni che servì a edificare un sentire comune dell’Italia postunitaria e che per Eco era invece “turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, paternalistica e sadicamente umbertina”; elogiò Franti il cattivo e vide in lui il modello positivo dei contestatori, anzi di più, lo vide come ispiratore di Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise all’alba del ‘900 Re Umberto a Monza. Capite che benzina Eco abbia gettato sul fuoco di quegli anni feroci. Del resto, in quegli anni Eco firmava il manifesto di Lotta Continua contro il Commissario Calabresi, che fu una sentenza di morte.

Il cattivo maestro Eco poi contestò il filosofo Abbagnano che elogiava la selezione e il merito, sostenendo che la selezione sia solo una legge di natura da correggere con la cultura e la solidarietà e auspica “che non ci sia più una società dove predomina la competitività”. Declassò la religione a fiaba e suggerì non di avversarla come facevano gli atei dichiarati ma più subdolamente di relativizzarla presentandola come fiaba tra le fiabe. Giudicò impossibile un Picasso che dipingesse l’Alcazar fascista come dipinse Guernica antifascista; dimenticando il filone futurista e fior d’artisti fascisti.

Eco suonò l’allarme perché stava crescendo agli inizi degli anni ‘70 la cultura di destra (tra Il Borghese, Volpe, la Rusconi diretta da Cattabiani). E le dedicò uno sprezzante articolo, confondendo volutamente pensatori e picchiatori, “magistrati retrivi” (allora le toghe erano considerate protofasciste) e riviste culturali. Disprezzò autori come Guareschi e PrezzoliniEvola e ZollaPanfilo Gentile e “il risibile pensiero reazionario”. E fece una notazione volgare: “la nuova destra rinasce soltanto perché un certo capitale editoriale sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono che arrampicatori frustrati”. Un’analisi così rozza e faziosa non l’abbiamo letta neanche nei volantini delle Brigate rosse. Fa torto al suo acume. E’ come se spiegassimo la cultura di sinistra con i soldi venuti dall’Urss o dalla finanza che paga le sue imprese editoriali.

Eco avvertì i suoi lettori che “il capitalismo come entità metafisica e metastorica non esiste”. Al fascismo, invece, Eco attribuì entità metafisica e metastorica elevandolo a Urfascismo: il fascismo come eterna dannazione. Sul rapporto tra cultura e capitalismo la considerazione becera fatta sugli autori di destra si inverte quando invece si tratta di un autore “di sinistra”: anche se “ha un rapporto economico con i mezzi di produzione” lui non ne dipende, perché conta “il rapporto critico dialettico in cui egli si pone con il sistema”. Traduco: se la cultura di destra trova investitori è asservita al Capitale e lo fa mossa solo dai soldi; se la cultura di sinistra è finanziata dal Capitale, invece usa gli investitori ma non si fa usare e ha scopi nobili… Può vivere “di prebende largite da chi detiene i mezzi di produzione” perché quel che conta è “la presa di coscienza” (direi ben altra presa…). Loro prezzolati, noi illuminati.

Prima che semiologo Eco è ideologo. Mascherato. Esprime quell’ideologia illuminista radical che traghetta la sinistra dal comunismo al neocapitalismo, spostando il Nemico dai padroni ai fascisti, dal Capitale ai reazionari, in cui Eco include cristiano-borghesi e maggioranze silenziose. L’antifascismo assurge a religione civile, a priori assoluto nella lotta tra Liberazione e Tradizione, che sostituisce la lotta di classe. Eco dimostra che la destra viene demonizzata anche quando non si può ridurre al rozzo cliché dei picchiatori o dei prepotenti, o mutatis mutandis dei leghisti o dei berluscones. Ma si accanisce sprezzante anche sulla destra colta, i suoi libri, i suoi editori, scrittori e filosofi, oggi da cancellare, ieri da eliminare; come accadde a Gentile. Un assassinio pensato in seno alla cultura e nutrito col fiele dell’ideologia. Il passato, a volte, echeggia.

Dante era di destra, dice Eco, e sentitamente lo ringrazio anche se mi ribello in cuor mio all’idea di ridurre un Grande a una parte politica moderna. Eco fa poi un terribile autogol. Scrive che “il vero intellettuale è colui che sa criticare quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa”. Beh, ho letto svariati attacchi e battute di Eco contro ogni destra, ma non ricordo una sola critica “alla propria parte”.

Anzi Eco fu il precursore e l’ideologo della svolta dal comunismo alla sinistra dem, liberal e radical. Individuò il target in quella fascia ampia che andava “dai radicali dell’Espresso alla sinistra del Pci”. Il progetto era ancora gramsciano: portare l’illuminismo alle masse, ma il nuovo illuminismo di Eco è passato dalla civiltà dei consumi e della televisione, dai mezzi di comunicazione pop e dal “superuomo di massa”, dai diritti civili, si è fatto internazionale più che nazional-popolare. L’impianto dei suoi valori è organico alla storia della sinistra, dal progressismo all’antifascismo; eleva il fascismo a Nemico Eterno (Urfascismus).

Il documento di quel passaggio lo rintracciamo in un saggio in due puntate che Eco dedica nell’ottobre del ’63 alla sinistra su Rinascita, il settimanale del Pci diretto da Togliatti. È lì in nuce la svolta della sinistra che verrà, quando cadrà la subalternità all’Urss e la sinistra passerà per così dire da l’Unità a la Repubblica, ovvero dal Pci al mondo radical de l’Espresso. Eco pose il problema di modernizzare la sinistra, inglobare le sinistre sfuse e i cattolici progressisti, di aprirsi alle culture pop ibridando ideologie e costumi, di guardare più all’America che alla Russia e di sposare quelle campagne che poi saranno tradotte in antifascismo, antirazzismo e antisessismo. C’è un pamphlet su Umberto Eco e il Pci che ripercorre la storia di quel saggio del ’63 (autori C. e G.Capris, ed. Imprimatur). Eco non esita a definire gramsciana la sua lettura del contemporaneo nel Superuomo di massa.

E gramsciana resta la sua idea del ruolo di guida degli intellettuali in questo processo e nella critica sociale. Non intellettuali organici a un partito ma un partito emanazione di quel clero di intellettuali. “È fuori di dubbio, scrive Eco in quel saggio su Rinascita – che la diffusione dei mezzi di massa vada analizzata e giudicata dal punto di vista ideologico”. Non solo giudicata ma anche guidata, come ha dimostrato il politically correct… Eco esorta a passare dal marxismo alla semiotica per leggere il mondo d’oggi come una mitologia. E, a differenza della sinistra contestatrice, che usa la scuola di Francoforte per criticare la modernità, Eco entra nel mondo pop, non disdegna le nuove forme di cultura contemporanea. L’egemonia culturale impostata da Togliatti era ancora un sogno umanistico che si fermava ai piani alti della cultura e dell’arte, mentre l’egemonia culturale venuta fuori dopo il ’68 è più pervasiva e investe il cinema, i giornali, la tv, lo spettacolo. Ecco la fenomenologia di Mike Bongiorno. Ecco la nascita de la Repubblica da una costola de L’Espresso, di cui Eco fu il nume tutelare. Intelligenza ironica e vasta erudizione, ma Eco fu ideologo e cattivo maestro.

29 replies

  1. A MV riconosco un solo grande merito: qualunque cosa, persona o ideologia lui aborra e attacchi, col disprezzo e la supponenza che gli sono proprie, non fa che renderla ai miei occhi maggiormente degna della massima stima.

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  2. Che pezzo di melma. Al catto-bigotto-reazionario-fascista non gli par vero di attaccare la memoria di un defunto. Che sono sicuro lo avrebbe incenerito con un sorriso andando oltre.
    In fondo il fascismo ci ha lasciato solo disgrazie e macerie. Ideologia per gente frustrata che cerca una rivincita spicciola per i propri fallimenti attaccando, coperti da una ideologia disumana, i più deboli, onesti, civili e affamati. Perchè il prepotente resti un esempio a cui ispirarsi e da imitare.
    Spostando il nemico dai padroni al fascismo…mo me lo segno proprio, va bene.
    Uè strunz, i fascisti SONO I PADRONI. Una società conservatrice, gerarchica, chiusa, a difesa dello status quo. Ricchi con ricchi e poveri vaffanq.lo.
    Destra fascista, leghista e sovranista, trascende in ossimoro quando accostata alla parola CULTURA.
    Solo io ho letto un forte bruciore al deretano e un’infinita invidia da parte di questo fallito parolaio?
    Purtroppo un fascista è abituato a vedere il mondo da una prospettiva capovolta.🙃➰🤸‍♂️

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    • Al water aziendale sfugge la differenza fra CULTURA e NOZIONISTICA:

      ” Non sono mai mancati i tentativi di gettare il discredito sulle concezioni tradizionali, soprattutto da quando René Guénon intraprese ad esporne al mondo occidentale l’interpretazione profonda, e le tecniche più o meno elaborate messe in opera per raggiungere questo scopo sono state dagli oppositori della Tradizione opportunamente diversificate nel tempo, come ancora di recente hanno potuto constatare i lettori della «Rivista di Studi Tradizionali». Nel settimanale «L’Espresso», n. 12, del 22 marzo 1992, di queste tecniche ne viene presentata un’altra, relativamente nuova, almeno per l’Italia, che si potrebbe definire «laido-parodistica», e, per lo meno in apparenza, l’occasione per inaugurarla è fornita al suo poco invidiabile inventore, lo scrittore-cattedratico Umberto Eco, dalla attuale congiuntura politica italiana; questa circostanza indica già da sola una totale incapacità, nel suo autore, di comprendere la vera natura delle idee che cerca di mettere in berlina, giacché, come è stato più volte illustrato proprio qui, esse non hanno assolutamente nulla a che vedere con la politica, e meno che meno con la «Destra», qualunque cosa ne possano dire i rappresentanti di quest’ultima.

      L’Eco ha redatto il suo breve scritto in un modo che, fin dal titolo, sembra ispirarsi a un tipo deteriore di «goliardia» che credevamo da tempo scomparso; egli immagina di recensire un lavoro inedito di R. Guénon (nome che invariabilmente scrive senza l’accento acuto), e la sua fantasia, la quale si rivela nell’occasione qualcosa di più che immonda, ha concepito per quest’ultimo una situazione che gli permette di esibire frettolosamente, in chiave grottesca, qualche frammento dei ragionamenti già da lui elaborati per una «Introduzione» al libro «L’Idea deforme» apparso tre anni fa, e in cui si esaminavano criticamente, da parte di alcune docenti e studentesse dell’Università di Bologna, le «interpretazioni esoteriche di Dante» da un punto di vista «semiologico» (?).

      Non vale certo la pena di seguirlo in questa esposizione, che vorrebbe essere burlesca ed è soltanto ripugnante, mentre è invece interessante riprodurre qualche brano della sua prosa, perché anche coloro a cui questo articoletto fosse sfuggito si possano rendere conto di quale sia l’animus di questo «critico» del «pensiero ermetico» e della tradizione in generale:

      «Vorrei oggi parlare di un inedito di René Guénon, che spero non sfuggirà a tutti quegli editori interessati a riproporre i grandi testi del pensiero occulto, e della sindrome del sospetto cosmico. Il testo si intitola “Aspetti iniziatici della supposta” (la stesura originale è in francese e il titolo suona “L’Initiation suppositoire”) […]». «C’è nella supposta l’idea di un tragitto forzato che dal mondo esterno, e cioè dal mondo dell’apparenza, la conduce al mondo interno, il mondo dell’interiorità. La supposta appare così come il simbolo stesso di quel processo di interiorizzazione in cui consiste ogni vera iniziazione […]. Tuttavia […] la supposta appare anche mediatrice tra il mondo astrale (cielo-Koilos-cavo-semisfera superiore della volta celeste) e il mondo infero, la Caverna Nascosta (cavo-Koilos, dove l’autore gioca anche sulla paronomasia [!] rivelatrice che apparenta “c(ie)l” a “c(u)l”)». «Non a caso, osserva Guénon, la supposta ha la forma di obelisco e non a caso “obelisco” richiama “ombelico”: la supposta unisce l’ombelico del cielo all’ombelico del corpo attraverso un viaggio infero attraverso un reticolo di cavità dove si congiunge al Brodo Elementare, ma nel corso del suo viaggio agisce come lavacro (supposta-zupposta-zuppa-brodo-Oeuvre au Noir)». «Non a caso in tutte le lingue la congettura, l’interrogazione, la domanda, il tentativo di una risposta inattingibile, assume sempre forme come “Suppongo, I suppose…” (in tedesco il richiamo allo “anus” è esplicito nell’espressione “Ich nehme an…”)».

      Era opportuno, dicevamo, riportare qualche esempio di questa prosa, di cui la volgarità e l’insensatezza rasentano l’incredibile, prima di tutto perché i lettori, se gli fosse stato detto soltanto che simili laidezze erano state profferite, e da chi, e non le avessero viste scritte con i loro occhi, avrebbero anche potuto pensare a un’esagerazione da parte nostra; e poi perché questi esempi permetteranno forse ad alcuni di prendere atto di qualcosa che probabilmente non sarebbero riusciti a capire, o a credere se gli fosse stato detto, a proposito della produzione propriamente «letteraria» di questo autore, che è da più parti (e purtroppo anche in ambienti massonici) ritenuta trattare argomenti tradizionali. In un certo senso sarebbe quindi persino auspicabile che tutti i detrattori più o meno «coperti» delle concezioni tradizionali avessero momenti di debolezza come quello che ha spinto l’Eco a scrivere queste righe e, sicuro di aver stravinto con la sua precedente produzione (giacché: «C’è più gusto a sfidare Pico della Mirandola che Guénon»; da «L’Idea deforme», p. 35), ad abbassare la guardia, facendo intravedere per un attimo, come qui, la vera natura di quel che c’è dietro (e dentro) di loro. Nessuno faticherebbe allora più a capire quali siano le loro reali intenzioni, come ora non è più difficile capire che è in mezzo ad effluvi di cloaca come quelli che emanano dai passi da noi citati che è stato costruito un romanzo «storico» come II nome della Rosa, il cui ruolo – si inalberi pure l’Eco se diciamo «nascosto» – era di dissuadere i lettori dal considerare il medioevo occidentale come quel periodo di relativo rigoglio tradizionale e intellettuale che di fatto fu per la «cristianità», per farli ritornare all’interpretazione, ormai vacillante, di «epoca oscura»; ed è ancora in mezzo a questi miasmi che è stato concepito il più recente Pendolo di Foucault (la cui «filosofia» è tutta compresa ne «L’Idea deforme», titolo che non è altro che l’anagramma di «Fedeli d’Amore»), dove, con vena più fievole che nel precedente, ma anche più scopertamente, si cerca di mettere in ridicolo qualsiasi idea di «esoterismo», facendo per di più d’ogni erba un fascio di quello vero e di tutti gli occultismi e pseudo-esoterismi che hanno ammorbato e ammorbano l’umanità, il che indica soltanto l’ignoranza incurabile del suo autore per l’argomento.

      Concluderemo osservando che se per far ridere (ma in qual modo ignobile…) i suoi lettori sull’argomento trattato, Umberto Eco ha dovuto far ricorso a un’invenzione (e quindi a un falso), a noi occorrerà uno sforzo molto minore per far ridere i nostri a sue spese: ci basterà soltanto elencare qualcuno dei titoli di capitoli de «L’Idea deforme», scritto sotto il suo alto patronato e la sua «ispirazione».

      Si veda: «Ossessione parafrastica e pulsione affabulatoria», «Propedeutica dell’enunciatario», «L’isotopia patemica», «Referenti interni e omologazioni», «Coniuncta membra intertestuali», «L’intertesto come “super contesto aspecifico”», «Il tonfo degli esempi», «La reificazione dell’assiologia», «La “penombra connotativa” dei tratti passionali», «Consapevolezza epistemologica e commisurazione fra paradigmi» ecc.

      Piaccia o non piaccia a Umberto Eco, anche questi sono «segni»…”.

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  3. ecche’ criticare Eco ,( non insultare come e’ abituata certa sinistra ) non si puo’ ?
    E cos’e’ reato di lesa maesta ?

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    • E che Eco lo può criticare pure un fascista?
      Uè ciuccio, non perchè sappia usare la punteggiatura un giustificazionista delle peggiori porcate dell’ultimo quarto di secolo possa arrogarsi il diritto di criticare una personalità come quella di Eco.
      Vai a depravarti col SOMARO CRIMINALE E NEGAZIONISTA. Mettetevi a trenino scambiandovi il ruolo da locomotiva. Dai, rimorchia il suo vagone.

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      • ue’ capra , chiunque puo’ criticarlo .
        Ficcatelo in c.ulo . Il fascista di cui tanto ti lavi la bocca sei tu Non c’e’ bisogno di dirtelo , basta dare un’occhiata a come ti esprimi .
        E rivai a farti f.ottere pallone sgonfiato

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  4. “Un’analisi così rozza e faziosa non l’abbiamo letta neanche nei volantini delle Brigate rosse”
    Ah ecco. Per fortuna sei arrivato tu e hai messo tutti al loro posto.

    Cesso pieno di merda, che reato che hai commesso a nominare Eco. E poi parlatemi di libertà di opinione! Libertà di prenderti a pomodori in faccia dovrebbe essere.

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  5. Umberto Eco

    “L’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento”.

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  6. Per Andreaex…

    Gue’non era uno che assurse a “maestro” ed “forma” estetica di quel rammarico per la spezzata unita’ tra regalita’, sudditanza e sacerdozio – dovuta all’inverarsi dei cataclismi sociali dovuti al trascorrere degli ideali di liberta’ ed uguaglianza nella trama della Storia – lateralizzando la contraddizione epocale in un florilegio di introspezioni essoteriche sel dovere di alcuni singoli bei confronti della Conoscenza. “Essoterico” e’ cio’ che non va divulgato, che e’ per pochi intimi.

    In pratica, era uno che codava in Fortran e pretendeva di farci pure le interfacce grafiche.

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    • “Per Andreaex…”? Ma se non ha nemmeno commentato in questo thread!

      ” “Essoterico” e’ cio’ che non va divulgato, che e’ per pochi intimi.”?: eSoterico!

      Che cosa ti sei fumato ‘sto giro? I libri di Guénon? E tu saresti quello che ha pretese esegetiche e ermeneutiche? Ma vai a cagher…

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  7. Quanto al Gatto Quotidiano, a me sembra facile prendere mano a Eco e fare il bastian contrario.

    Offri invece le tue riflessioni usando il lavoro di Pasolini sulla modernita’ alla luce del tuo percorso di onanismo reazionario. O se vuoi il tuo trentennale connubio col Nostro…

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  8. Anzi, guarda, mo’ devo andare a lavorare quindi mi permetto di trinciare tutto il tuo Guenon alla luce della rogna di dover uscire.

    Guenon: leggi i De Maistre e capisci l’antifona. Aggiungi serate di tavolini parlanti, borghesia massone, tratta degli schiavi, racconti dalle colonie, storie di marinai e guerre napoleoniche. E la maglietta di lana,

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  9. Un suggerimento al camerata cialdiniano “filosofo” di Bisceglie, sciacquarsi abbondantemente la bocca prima di vergare simili idiozie.

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