Cosa guardano i nostri politici?

(Francesco Montorio) – Da sempre si sente dire che “contano i programmi”. Poi, alla fine, si lotta sui nomi: tra veti incrociati e indicazioni. Ora addirittura si contratta (e qualcuno ne chiede il voto ai propri sostenitori) sul solo nome di un Ministero il che, concretamente, non garantisce nulla. Un esempio importante: il Ministero del Lavoro.

Da questo, negli ultimi anni e indifferentemente se con Governo “tecnico” (Monti) o “politico” (Renzi), sono “partite” leggi che hanno praticamente sviliti (proceduralmente e sostanzialmente) i diritti dei lavoratori, delle persone. Il nome, di un Ministero o di una Legge, non è “garanzia” di per sé. Come anche il “Decreto(ino) Dignità”: altra trovata propagandistica che non ha realmente inciso sul meccanismo del Jobs Act in merito ai contratti a tempo indeterminato. Tema sul quale, nei limiti delle sue funzioni, è poi intervenuta in modo più incisivo la Corte Costituzionale nel 2018 (Sentenza n. 194).Però forse mi sbaglio. Forse trattasi di realpolitik. In effetti chi si cura di andare al di là dei nomi e tener poi realmente fede ai programmi? Mi sembra che troppi, secondo la fede del momento, abbiano rinunciato a un attento controllo tra quanto promesso in campagna elettorale (e poi più o meno scritto nel programma depositato) e quanto realizzato (o almeno realmente proposto) dai propri “rappresentanti”.

Ora, purtroppo, c’è un grave problema congiunturale: la situazione è realmente drammatica e non sembrano esserci molte alternative (o non vengono proposte). Resta però, per me, il problema di fondo: questa generazione di politici. Diceva De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.” I nostri… a cosa guardano?

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