Cosa accadeva quando i migranti erano gli italiani?

(Mirella Serri – la Stampa) – Chi sono i «figurinaires»? Coperti di stracci e a piedi nudi, questi bambini che vengono dalla Campania, dalla Basilicata e dalla Sicilia, come documenta all’ inizio del secolo scorso La Stampa, vagano per le strade di Parigi vendendo statuine. L’inchiesta del quotidiano torinese viene ripresa con grande scalpore il 2 giugno 1901 da Le petit parisien. Il giornale francese denuncia che su 100 di questi piccolini, portati oltralpe dai manigoldi che li comprano dalle famiglie, circa 60 muoiono di malattie e di stenti.

Questo e altri articoli sugli italiani all’ estero, pubblicati nell’ arco di circa 150 anni sulla stampa straniera, adesso escono in volume a cura di Andrea Pipino, In cerca di fortuna. L’emigrazione italiana dall’ Ottocento a oggi sulla stampa di tutto il mondo, per le edizioni di Internazionale Storia (pp. 192, 14).

Nel libro sono riunite le cronache degli episodi più tragici della nostra emigrazione, dal linciaggio di 11 connazionali a New Orleans al disastro della miniera di Marcinelle. Dai testi giornalistici appare anche uno scorcio insolito: come ci vedevano e come ci vedono gli altri? Il volume documenta gli aspetti meno noti di un razzismo assai poco evidente, che viaggia sotto pelle, ma pervasivo, quotidiano e sempre presente. Ne furono vittime i «cafoni» con le valige di cartone e ci ricorda i pregiudizi con cui guardiamo la realtà dell’ odierna emigrazione in Italia.

A chi venne imputato, senza nessuna argomentazione scientifica, il primo caso di colera a Chicago? Agli «italians», i quali abitano in «topaie e se ne stanno seduti in cortili sudici e con l’ aria che odora di marcio»: il Chicago Tribune di fine Ottocento picchia duro, dimenticando che le miserabili condizioni di vita sono da addebitare alle scarsissime retribuzioni, e sbeffeggia pure il buon umore e l’ atteggiamento «spensierato» dei nostri connazionali.

L’untore che viene dal Sud, l’ italiano così diverso, trasmette virus di varia natura, etica, politica e sociale: gli svizzeri ne sono convinti almeno dal 1931, quando hanno elaborato una legge per limitare l’ invasione.

«L’ opinione pubblica e le autorità temevano che la popolazione potesse assimilare la mentalità degli immigrati e che il Paese potesse perdere parzialmente la sua cultura e la sua ideologia politica», così il Journal de Genève rievoca nel 1964 lontani provvedimenti legislativi il cui spirito e i cui timori però condivide pienamente.

Il rifiuto degli stranieri in quanto portatori di infezioni di tutti i tipi è assai diffuso nella prima metà del Novecento: in Australia si teme che «l’ insozzante marea mediterranea distrugga quella che prometteva di essere una nazione eletta», rileva lo Smith’ s Weekly; in Brasile la presenza degli italiani comporterà gravi problemi sociali, osserva il Federação, anche se gli emigrati si trovano a vivere in condizioni di benessere.

L’ elenco dei misfatti e della corruzione con cui gli italiani contagiano i popoli all’ estero è assai ampio, ma nei Paesi più democratici queste accuse suscitano anche anticorpi e reazioni. Ecco dunque la North American Review, nel giugno 1896, sostenere che «gli italiani non appartengono a una classe di immigrati indesiderabile… Se vengono assunti da padroni senza scrupoli, allora va combattuto il sistema dei padroni».

Oppure ecco la Popular Science Monthly denunciare il traffico di manodopera che arricchisce i datori di lavoro statunitensi. La polemica contro la discriminazione e contro il rifiuto dei «diversi» comincia così a farsi sentire nella seconda metà del secolo scorso. Ma il cambiamento richiede tempi lunghi.

In Germania Der Spiegel, ancora nel 1964, maschera con difficoltà il disprezzo: gli italiani sono la disperazione dei doganieri poiché trasportano notevoli quantità di elettrodomestici e tornano a casa addirittura al volante di trattori. Sono grandi consumatori di brillantina e di escort: a Colonia il viale della prostituzione, Eigelstein, è conosciuto come Corso Italia, cosa che dimostra la loro scarsa integrazione «nella vita sociale dei tedeschi» (e non viceversa la scarsa disponibilità dei tedeschi alle relazioni con gli stranieri). «Mangiaspaghetti o beduini» vengono soprannominati gli italiani, scrive ancora il settimanale tedesco. E loro rispondono per le rime, ricordando ai teutonici che «le guerre le iniziano sempre ma non le vincono mai e che rinchiudono i nemici in campo di concentramento».

Sono però in crescita le testate straniere che, influenzate dai mutamenti della pubblica opinione, correggono l’ orientamento: un tempo in Canada gli italiani erano «i rubalavoro», scrive Mclean’ s nel 1964, ora sono «la gioia dei loro datori di lavoro, disponibili e infaticabili».

Nel 1970 gli svizzeri respingono con un referendum la proposta di limitare il numero degli stranieri: «Un progetto sgradito anche all’ establishment economico», avverte la Gazette de Lausanne. I francesi chiamavano i nostri connazionali «ritals», ovvero «pezzenti» e «fannulloni», ma nel 1992 Le Monde ne esaltava «il talento particolare per le attività imprenditoriali». Insomma, come dimostra il caso degli italiani all’ estero, la lotta contro i pregiudizi razziali ha il passo della tartaruga, il razzismo ha radici forti e robuste e a consolidarlo e farlo rifiorire ci pensa la propaganda politica più accanita contro l’ integrazione e l’ accoglienza.

Categorie:Cronaca, Editoria, Interno

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9 replies

  1. Ancora a manipolare l’informazione confondendo gli italiani che andavano in Germania, Belgio o in America per lavorare e costruire con le frotte di Africani senza istruzione e senza un mestiere che arrivano coi barconi in Italia per farsi mantenere dallo Stato quando va bene e per ingrossare il mercato della droga e la criminalità quando va meno bene.

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    • Scommetto che i ‘sorcini’ qui del blog, stavolta che gli fa comodo, non inveiranno contro l’informazione manipolata: tu che dici? …Vabbè, forniamogli un appiglio, va’: e la Mafia allora?

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    • Infatti l’esempio piu famoso di costruzioni e di lavoro fu quello.di.AlCapone.Che gli italiani fossero dei pezzenti più di quelli che arrivano dall’Africa è un dato di fatto.In più a.confronto di quelli che arrivano in ltalia adesso erano degli analfabeti totali non sapevano manco scrivere.I piemontesi dopo la conquista dell sud chiusero le scuole per dieci anni.

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      • Quali scuole se erano pochissime, riservate ai nobili e gestite dal clero? Tranne la scuola dei cadetti- ufficiali della Nunziatella. Lo stesso accadeva nello Stato pontificio, salvo che lì i militari erano tutti mercenari ( anche turchi).

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  2. Molti anni fa lessi un libro che consiglio vivamente: “il viaggio più lungo. l’odissea dei migranti italiani”.
    Va ricordato comunque che all’arrivo nelle “Meriche”, gli italiani passavono un controllo medico che poteva, insindacabilmente, infrangere sogni e mandare in frantumi le speranze. Non erano pochi quelli che senza tanti complimenti, venivano rispediti al mittente a proprie spese (come a proprie spese erano arrivati). A nessuno di loro è stato mai concesso vitto e alloggio gratis e magari, pure l’avvocato per opporsi all’espulsione, nè il permesso di accomodarsi senza essere identificati. Non farei paragoni con l’immigrazione attuale.

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    • Infatti, si sta facendo un grosso errore di interpretazione e valutazione dell’emigrazione, sia del passato che del presente, perché i due fenomeni non sono comparabili e presentano solo in parte aspetti comuni (la frequente ostilità o diffidenza degli autoctoni…), ma ne presentano tanti altri totalmente diversi, soprattutto nelle modalità e nel fatto che nessuno Stato in passato si faceva carico del mantenimento degli immigrati, che dovevano arrangiarsi a mantenersi da soli col loro lavoro, se e quando ce ne era la possibilità. Emigrazione e immigrazione erano comunque sempre regolamentati, in partenza e in arrivo, da ogni Stato, secondo le rispettive esigenze di manodopera e la situazione economica in atto. Peraltro, anche tutti gli italiani di oggi che emigrano, non vanno a farsi mantenere da nessuno e nessuno li mantiene; ma si mantengono da soli se e quando trovano lavoro.
      Questa follia attuale dell’accoglienza indiscriminata con la pretesa che lo Stato italiano si faccia carico di migliaia di persone senza documenti e senza alcuna meta definita, scaricate a getto continuo sulle coste italiane, in nome di una “solidarietà” astratta, predicata quasi sempre da personaggi autorevoli ben pagati e protetti, e imposta a cittadini comuni su cui poi di fatto ricade il peso dei costi economici e sociali di questa accoglienza, non sarà sostenibile a lungo.

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