Scappo dalla città. Il futuro è in campagna?

(di Giorgia Marino) – Claustrofobica, stressante, affollata, inquinata, iper-sorvegliata, non autosufficiente e pure dispendiosa. La città è oggi in discussione. Persino nella sua versione “smart”, che sembrava fino a qualche anno fa la panacea per ogni male, la realtà urbana si scopre in questo distopico 2020 come il luogo da cui scappare. Per andare, ovviamente, a vivere in campagna.

Se ne è parlato pochi giorni fa al festival TorinoStratosferica – Utopian Hours, che dal 2014 intercetta le tendenze del vivere urbano, creando connessioni e scambi fra pensatori, architetti e city-makers da tutto il mondo.

Dai newyorkesi in fuga da Manhattan ai londinesi che progettano di comprare un cottage in qualche amena contea, fino agli italiani, che in questi mesi si sono riversati nelle seconde case o sono tornati dai parenti in borghi e paesi fra le montagne, sembra che, almeno chi può, stia cercando rifugio in quella vasta parte di mondo che non è città.

Una tendenza che è stata messa in luce dalla crisi sanitaria e dai mesi di lockdown, ma che in realtà è già in atto da alcuni anni. “Ben prima della pandemia, megalopoli storiche come New York, Parigi e Londra stavano già vedendo una diminuzione della popolazione residente – commenta Karen Rosenkranz, autrice del volume “City Quitters”  – E dire che nel 2010 gli urbanisti avevano annunciato il decennio delle città…”.

Ma chi sono i city quitters, quelli che lasciano la città? Al di là della sensazione di insicurezza di questo momento di crisi, cosa li spinge verso la campagna? E quale sarà il futuro del modello urbano? 

Quel 98% che non è città

Innanzitutto è utile stabilire cosa non è città. Malgrado la percezione totalizzante che la maggior parte di noi ha della realtà urbana, le città occupano in realtà una minima porzione delle terre emerse: tutto il resto – circa il 98% – è campagna, bosco o natura selvaggia. “Tuttavia, quando si tratta di definire un confine preciso tra urbano e non urbano, non c’è uniformità”, spiega Samir Bantal, direttore del centro AMO (think-tank dello studio internazionale di architettura OMA di Rem Koolhaas) e curatore della mostra “Countryside – The Future” al Guggenheim Museum di New York. Secondo i dati dell’ONU oggi il 55% della popolazione globale vive in aree urbane, ma una stima fatta dalla Commissione Europea nel 2015 parlava addirittura dell’85%. Tutto sta in come si intende il concetto di città. Per i giapponesi, ad esempio, una città deve avere almeno 50 mila abitanti e il 60% delle abitazioni deve trovarsi nell’area più densamente costruita (non valgono casette sparpagliate per chilometri e chilometri). In Svezia, dove hanno un’idea di densità abitativa assai più larga, a definire un’area urbana basta un agglomerato di qualche centinaio di abitanti, mentre a Singapore il problema neanche se lo pongono: lì è tutto città.

La classe creativa va in campagna

Quale che sia il confine fisico tra aree urbane e rurali, ce n’è uno ben più marcato: quello mentale. La campagna è il vero altro da sé nella contemporanea civiltà urbana. Ma questa contrapposizione concettuale affonda in realtà le radici lontano nella storia, come evidenzia la mostra curata da Bantal e Koolhaas. Già gli antichi Romani e, all’altro capo del mondo, i cinesi, consideravano la campagna il luogo dell’otium creativo, la pausa dalla vita politica e dagli affari. Nell’Europa delle corti barocche divenne poi il luogo dei divertimenti e dello sport (per gli aristocratici, naturalmente, non certo per le masse di contadini) e ultimamente è stata l’industria del wellness ad appropriarsene, sponsorizzandone le qualità curative e rigenerative.

Nei secoli la campagna ha comunque mantenuto – nella testa dei “cittadini”, s’intende – l’etichetta di spazio per la creatività e il pensiero in libertà, tanto che negli anni ’70 è diventata il ritiro ideale per la controcultura e le comunità di hippie. E oggi, su quella stessa scia, l’avanguardia del city quitting è proprio costituita da quella che il sociologo americano Richard Florida qualche anno fa individuò come la fauna peculiare delle città: la classe creativa.

È appunto ai creativi (artisti, artigiani, chef, insegnanti di yoga, designer, fotografi…) che Karen Rosenkranz rivolge la sua attenzione nel libro “City Quitters”, documentando 22 storie di traslochi felici dalla città alla campagna in 12 Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Australia fino all’Italia.

Cosa manca in città?

Il libro della Rosenkranz è del 2018, ma l’autrice, che sta lavorando anche a un documentario sul tema, si chiede ora cosa sia diventata la categoria dei city quitters in tempo di pandemia. “La crisi sanitaria – dice – ha senza dubbio accentuato una tendenza già in atto, rendendo più evidenti e per molti insopportabili i problemi delle città. Il lockdown e le misure di restrizione hanno però anche sdoganato lo smart working e hanno portato molte persone a rivedere le proprie priorità”. Da testimone appassionata di un processo che si sta allargando sempre più da un’élite di precursori alla classe media, Rosenkranz ha cominciato a chiedersi cosa manchi alla vita urbana di così determinante da spingere tanti ad allontanarsene.

“La prima risposta”, spiega, “è molto pragmatica e riguarda un problema di sistema: il costo della vita nelle grandi città è diventato troppo alto, soprattutto per i giovani e per i “creativi” di ogni specie”. Poi ci sono una serie di motivazioni legate alla sostenibilità e all’ambiente: il bisogno di contatto con la natura e di aria pulita (ancora più apprezzata adesso che il Covid-19 ha riportato l’attenzione sull’importanza del respiro), ma anche una certa insofferenza per il paesaggio costruito. “Inoltre”, continua Rosenkranz, “c’è un fattore divenuto molto evidente proprio durante il lockdown: la totale dipendenza delle aree urbane da catene di approvvigionamento esterne. Durante la pandemia è stata messa in discussione la sicurezza alimentare che abbiamo sempre dato per scontata; chi ora sceglie la campagna cerca anche un nuovo senso di controllo sul proprio sostentamento, che persino un piccolo orto può contribuire a rafforzare”.

Infine, ci sono una serie di ragioni di tipo psicologico e sociale. La mancanza di vero contatto umano e di rapporti profondi, la frenesia e lo stress sono le prime motivazioni menzionate da quasi tutti i city quitters intervistati da Rosenkranz. Chi va più a fondo nell’analisi parla poi dei meccanismi di socialità tipici della vita urbana: “Se vivi in una bolla, stai vivendo davvero?”, si chiede uno degli intervistati. In città si vive divisi in “tribù”, e se si tende a frequentare persone simili non si ha l’opportunità di confrontarsi con il diverso, con l’altro da sé. Può sembrare paradossale, ma ritirarsi in campagna può avere l’effetto di aprire la mente.

Meno stress, dunque, più intimità, più solidarietà, più pienezza, più concentrazione. E anche più libertà. Già, perché le città, un tempo luogo per eccellenza delle libertà, si riscoprono oggi claustrofobiche. Se l’emergenza Covid, con il proliferare di regole, controlli e coprifuoco, ha esasperato l’idea di perdita della libertà, il trend, anche in questo caso, era già in atto. L’idea utopica della rete e delle tecnologie smart come strumenti di partecipazione alla vita collettiva – scriveva un paio di anni fa il futurologo Bruce Sterling a proposito del modello smart city – ha ceduto il passo, nella realtà, a strutture fondate sulla sorveglianza. “Non è un caso, infatti, che l’odierna controcultura se ne vada in campagna”, chiosa Karen Rosenkranz.

Uno sguardo in prospettiva: come si trasformeranno città e campagne?

Resta da capire come questo spostamento (chiamarlo esodo, come ha titolato qualche giornale, sarebbe per ora esagerato) muterà gli equilibri tra aree urbane e rurali.

Secondo Giacomo Biraghi, condirettore di TorinoStratosferica, esperto di strategie urbane e city quitter che vive a 1.700 metri di altitudine sulle Alpi, questa recente migrazione ha dei caratteri unici nella storia. “Non esiste più la contrapposizione fra due realtà radicalmente diverse: sono stufo della città, perciò mi ritiro in campagna o in montagna. Oggi chi sceglie di andare a vivere fuori città vuole rimanere fortemente urbano, mantenere tutte le proprie connessioni e ambizioni lavorative, ma con la possibilità di vivere in un contesto diverso. Insomma, i city quitters non scelgono la campagna per fare gli agricoltori, ma portano lo spirito della città altrove. E questo potrà generare un interessante rimescolamento sociale”.

Viene da chiedersi se il rimescolamento non causerà una gentrificazione della campagna. “Può essere, e in alcune parti del mondo avviene”, continua Biraghi, “ma in Italia e in genere in Europa si tratta di un processo lento”. Si possono inoltre immaginare degli svantaggi da un punto di vista ambientale: “La questione più evidente è quella della mobilità. Gli spostamenti diventano più lunghi e con mezzi individuali. In termini di efficienza, poi, è ovvio che un condominio in città sia più efficiente di una casa monofamiliare in campagna”. Il contraltare, tuttavia, è la possibilità di ripopolare borghi e territori abbandonati. “Questi spostamenti si dirigono infatti verso località non turistiche, con prezzi contenuti e possibilità di vita tranquilla. Una ridistribuzione della popolazione potrebbe così generare un nuovo positivo equilibrio fra città e campagne”.

E la città sopravviverà? Richard Florida non ha dubbi a riguardo. “Le città nella storia sono sempre sopravvissute. Probabilmente la crisi, e questa fuga in campagna che riguarderà sempre più la popolazione adulta e le famiglie, renderà la vita urbana più economica. In questo modo le città ricominceranno ad attirare i giovani creativi, ridiventando un luogo di fermento culturale. Le città del futuro saranno più giovani”.

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